A Day in the Life – Chi ben comincia… pt.3


Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Chi ben comincia…

Foto e testo di Eugenia Durante


È da una settimana che penso a come iniziare questo post. La settimana è volata così velocemente che dopo sette giorni effettivamente non ho ancora trovato un modo per cominciarlo. Il direttore di Youthless mi odia, perché sono in ritardo. Sia chiaro, io non sono mai in ritardo. Se ci ho messo così tanto a scrivere è per circostanze totalmente indipendenti dalla mia volontà. E così adesso mi ritrovo legata alla sedia come Alfieri, obbligata dalla mia coscienza a scrivere queste righe come se fossero l’ultimo testamento a cui affidare le mie tristi memorie.
Fatto sta che, in realtà, questa mia totale incapacità di trovare un bell’inizio succoso capiti giusto a fagiolo, perché oggi vi parlerò di incipit. Voi mi direte: “Bella riuscita, il tuo incipit fa schifo!” A questo punto io vi risponderò, fingendo una nonchalance in realtà biecamente calcolata: “Era tutto un trucco per attirare la vostra attenzione sulla difficoltà di trovare un ottimo modo per iniziare un testo.” E siccome il fine giustifica i mezzi, vi ho fregati.

Se ci pensate bene, però, capirete che la questione è tutt’altro che semplice. Immaginate di essere Dante Alighieri (lo so che è difficile, però provateci). Ve ne state seduti al vostro scrittoio con la vostra bella cappa rossa a grattarvi il naso aquilino con l’indice sinistro, sapendo che la vostra opera divina, destinata a cambiare il corso della storia, potrebbe rivelarsi un flop sin dai primi versi. Sulla vostra testa incombe un’affilatissima e minacciosa spada di Damocle, avete sulle spalle il peso del destino della letteratura italiana e centinaia di critici pomposi rischiano di cadere in cassa integrazione al vostro primo passo falso. La pressione comincia a sentirsi, non è vero? E poi, arriva. L’ispirazione scende dal cielo, s’impossessa della vostra mano, prende la piuma d’oca e incide quei versi destinati a rimanere scolpiti per sempre nella memoria di ogni studente: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura / ché la diritta via era smarrita.” A questo punto potete anche strapparvi la corona d’alloro dalla testa e andare a importunare Beatrice in una qualsivoglia chiesa fiorentina, perché il dado è tratto. La Divina è segnata. Il successo è assicurato.

L’inizio è cruciale, in letteratura come nella vita. Basta una nota stonata e la storia si appassisce, la magia si spegne, il sogno s’infrange. Una storia è come un giardino: non si possono gettare dei semi a caso e aspettarsi che crescano in modo ordinato. Certo, c’è chi ha avuto fortuna e, nonostante si sia buttato nell’impresa alla cieca, è riuscito a cavarsela egregiamente lo stesso. Ma don’t try this at home: 99 su 100 a voi non accadrà. La fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo.
Del resto, quei famosi scrittori che continuano a vendere milioni di copie anche dopo secoli di onorata sepoltura, dovranno pur avere una marcia in più. Ci sarà un perché se l’incipit di Anna Karenina mi è più familiare della data del mio compleanno. Ci dovrà pur essere una ragione se conosco quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno meglio della strada di casa.
Mi sono scervellata a lungo sull’argomento, ma le mie lunghe ricerche non mi hanno portata a nessuna conclusione plausibile. Forse il dono dell’incipit è un qualcosa di innato, come l’orecchio assoluto o il metabolismo di Bianca Balti. Forse questi scrittori hanno davvero venduto l’anima al diavolo, e l’unico modo per dare vita ad un’opera destinata a sopravvivere al suo creatore è abbandonarsi alla dannazione eterna. Del resto, per fortuna gli dei non sono stati troppo generosi nell’elargire questa dote, altrimenti il mondo pullulerebbe di Federico Moccia e Fabio Volo. La situazione attuale mi pare già abbastanza grave: se questi presunti scribacchini avessero anche la capacità di creare inizi indimenticabili, smetterei di comprare libri (e di acquistare librerie Ikea, con gravi ripercussioni sull’economia svedese).

Per il bene dell’umanità, dunque, mi sono ritrovata ad accettare l’evidenza e ho abbassato il capo dinanzi alla grandezza di Melville, Jane Austen, Dostoevskij e Bulgakov. Non sarò mai come loro, ma per lo meno mi hanno lasciata in buona compagnia. E, dulcis in fundo, è da una settimana che penso a come iniziare questo post. La settimana è volata così velocemente che dopo sette giorni effettivamente non ho ancora trovato un modo per cominciarlo. Ma se, come me, avete il dono della logorrea, potrete districarvi nella selva oscura della vita quotidiana e dei redattori imbufaliti con un tocco di stile. Chi ben comincia è a metà dell’opera. Ma io, arrancando e annaspando, sono arrivata alla fine comunque.

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