A Day in the Life – Se la memoria (non) ci inganna pt.6



Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Foto e testo di Eugenia Durante

Avevo cominciato un pezzo su Django Unchained che mi piaceva moltissimo. Era veramente buono: vivace, pungente, con la giusta dose di ironia e i dovuti voli pindarici del caso. Purtroppo poi, come mi succede fin troppo spesso, mi sono arrabbiata, e tutti i buoni propositi legati alla nuova, brillante trashata di mastro Tarantino sono andati a farsi benedire come i fedeli all’Angelus. La colpa sarà forse di cinque anni di liceo classico in cui ho imparato a sopravvivere alle avversità meglio di un corso di Donnavventura, ma sono pignola, polemica e tendente al rissoso. Forse leggere di greci riottosi e pieni di astio durante il periodo dell’adolescenza che, si sa, è quello più facilmente influenzabile dai cosiddetti “fattori esterni”, non mi ha fatto per niente bene. Forse sono nata con il germe del disappunto piantato nel cranio come il peccato originale. Fatto sta che io, tendenzialmente, m’incazzo. E siccome quando inizio a parlare m’accartoccio, per vostra sfortuna scrivo.

Non che questa volta mi sia infuriata a sorpresa. Temevo il 27 gennaio come temo regolarmente la morte di qualche personaggio famoso, la caduta del muro di Berlino, le elezioni, le incarcerazioni e i dibattiti televisivi. Ma il 27 gennaio è sempre una spina nel fianco particolare, dal momento che la Giornata della Memoria nell’era di Facebook è sempre paragonabile a una bomba ad orologeria coperta di tritolo in un campo minato sorvegliato da elicotteri carichi di napalm.
Quando ero piccola, le maestre ci portavano tutti nell’aula audiovisivi a guardare La Vita è Bella. Alla fine ci ritrovavamo tutti ammutoliti, con lo stomaco attorcigliato, un’espressione sgomenta e un vago e immeritato senso di colpa che ci accompagnava fino in classe, mentre percorrevamo i corridoi in un silenzio insolitamente religioso. Ogni tanto veniva qualche sopravvissuto ai campi, qualche vecchietto dagli occhi tristi che ci mostrava le braccia e non sapeva bene da dove cominciare a raccontare l’orrore.

Quando ero piccola Facebook non c’era, e ricordare non era un reato. Nessuno ti diceva che eri mainstream se il giorno della Memoria ti faceva venir voglia di rispolverare “Se questo è un uomo” e nessuno ti incolpava di ricordare un giorno all’anno una vicenda che dovrebbe essere scolpita a fuoco nella vita di tutti noi. Ho sempre trovato queste critiche sterili come i tavoli delle sale operatorie. “Perché ricordare un solo giorno all’anno?” è la frase provocatoria che appare sotto gli status di chi si permette di postare qualche frase. Innanzitutto, non occorre essere un genio della neurologia per capire che il ricordo non svanisce mai. Magari viene sepolto da valanghe di post it mentali, ma c’è. Ravvivarlo può solo che farci del bene: riportarlo alla luce non può che farci pensare.

Peggio ancora chi si lancia in battaglie del tipo “ma Tizio lo fa solo per farsi vedere”. Zuckerberg ci ha elevati tutti in cattedra e ha elargito toghe con eccessiva facilità. E, soprattutto, alle elementari hanno smesso di insegnare quel proverbio che per me è stato fondamentale sin da quando ho imparato a stare in piedi: “Non guardare la pagliuzza nell’occhio del vicino, guarda la trave nel tuo”. Non so voi, ma io ho una trave di dimensioni gigantesche a cui badare. Senza contare, poi, che non ho alcun diritto di pronunciarmi sulla genuinità dei sentimenti altrui quando, a dire la verità, nutro seri dubbi su quella dei miei. Inoltre, dulcis in fundo, aspirando io a una vita lunga, felice e coronata dal successo, abbraccio a pieno la filosofia del “chi si fa i cazzi suoi campa cent’anni.” Ma me ne bastano anche 80, sia chiaro.

La categoria peggiore, però, non è stata ancora toccata. Chi ne fa parte, in fin dei conti, non si meriterebbe nemmeno una citazione, perché è gente sola che, probabilmente, non trova un modo produttivo per incanalare la propria frustrazione. Cosa si può dire a chi strumentalizza tragedie come l’olocausto per portare acqua al suo mulino? Citare i morti nei gulag sotto una fotografia di Auschwitz è come dire che due più due fa quattro a qualcuno che ha appena detto che il doppio di tre è sei. Utilizzare la Shoah, il genocidio degli armeni o la strage degli indiani d’America come strumento politico è malsano e inaccettabile. Prendere a pretesto il massacro degli ebrei per parlare della questione israelo-palestinese senza contestualizzarla in modo adeguato è sterile e astorico. Oltre, ovviamente, a essere un simbolo palese di come siamo tutti superdotati dietro allo schermo di un computer mentre poi, in fondo, oltre alle palle ci mancano pure gli argomenti.

Quindi, in sostanza, per colpa di Facebook, Tarantino ha perso un’ottima occasione per farsi buona pubblicità. Ma, del resto, se avete un account Facebook saprete che nella colonna sonora figura un pezzo di Morricone cantato da Elisa (“Che schifo!” “Beh almeno è italiana!” “Ma non la poteva cantare Ella Fitzgerald?” “Ah no forse è morta!”), che Leonardo DiCaprio è sempre un discreto manzo nonostante siano passati anni dalla sua discussa morte sull’iceberg a causa di una Kate Winslet troppo schizzinosa e che Django si pronuncia “Giango” perché la “d” è muta. E il mio intervento, in sostanza, sarebbe stato un buco nell’acqua (con la c muta).

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