A Day in the Life – Amare i Low Cost pt.2

Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Come ho imparato ad amare i low-cost
Testo di Eugenia Durante


Viaggiare a basso costo è bellissimo, ma gli orari improbabili a cui i sadici proprietari delle compagnie low-cost ti costringono a raggiungere gli aeroporti possono essere davvero snervanti. Con tutti i pessimi caffè che ho ingurgitato, le tazzine dei bar dell’aeroporto di Bergamo devono avere le mie impronte digitali marchiate a fuoco sopra, credetemi. Da veterana, le ho passate tutte. Mi sono svegliata alle tre del mattino e ho attraversato una Milano in preda a tempeste di neve per arrivare a Malpensa con gli stivali inzaccherati e l’aria di una scampata a un attacco aereo; ho passato la notte sul gelido pavimento dell’aeroporto di Orio al Serio, conversando a tratti con polacchi, spagnole e ballando con gli spifferi; ho sudato sette camicie sotto il sole delle due di un assassino pomeriggio d’agosto, desiderando acqua e mare e trovando solamente boccette da 100 ml, carte d’imbarco e sospettosi ispettori di dogana, gradevoli come un dito in un occhio.

Eppure, il pensiero del viaggio imminente mi ha sempre portata a prendere queste tragicomiche partenze come una specie di avventura alla Into The Wild alla scoperta della vera essenza della vita, spingendomi a considerare ogni imprevisto come un nuovo, emozionante capitolo del percorso verso il raggiungimento del mio karma. E così, da brava novella Emile Hirsch dei poveri, non è raro trovarmi all’aeroporto alle sei e mezza del mattino a sorseggiare un succo d’arancia di dubbia provenienza. Alla mia destra, l’immancabile trolley rosso dimensioni standard che si ritrova, per l’ennesima volta, a dover contenere una settimana della mia squinternata esistenza. Fortunatamente per me, sono una donna atipica e non ho mai sperimentato il panico isterico delle mie coetanee nell’apprendere che sono ammessi solamente dieci chili di bagaglio a mano. Dopo tre anni di vita fuori sede ho imparato a convivere con l’impossibilità di avere sottomano i vestiti che mi servono, e mi sono arresa all’evidenza che non sembrerò mai Serena Van Der Woodsen: un paio di jeans e qualche maglietta possono bastare. Dopotutto, mi resta la bellezza interiore. La cosa che mi crea più problemi, invece, è il non potermi portare dietro una borsa per i libri che voglio leggere durante il viaggio.

La lettura da aeroporto è una cosa seria. Che il vostro viaggio duri poche ore o un tempo infinito, è fondamentale avere con voi il giusto libro perché, volenti o nolenti, rimarrà scolpito nella vostra memoria per sempre. Chi vorrebbe mai che, associato al ricordo di una favolosa luna di miele alle Maldive, ci fosse un degradante Harmony dalla copertina porno-soft? La questione dei libri, quindi, è decisamente spinosa. Ma non disperate: un buon libro può rivelarsi un insospettabile alleato per sopravvivere a un viaggio low-cost particolarmente arduo.
Personalmente, quello che ricordo con più terrore risale alla fine del 2011. Ancora stordita dai pranzi natalizi e dal vin brulé, mi sono ritrovata a partire da Genova con un regionale della speranza alle sette di sera, per raggiungere l’aeroporto di Bergamo, in cui avrei passato la notte in attesa del volo delle 5,00 del mattino. L’umore era quello giusto: mi aspettava un trepidante viaggio per raggiungere la terra siciliana, dove mi attendeva un capodanno d’amore, sole e cassate. Nonostante tutto, però, sentivo che passare otto ore sola in un aeroporto buio e mal riscaldato non sarebbe stata un’impresa semplice. L’immagine di mia nonna con un dito alzato che evocava malintenzionati, stupratori seriali ed efferati omicida non mi aiutava affatto. Presa dallo sconforto, mi sono seduta sul letto invocando un segno divino.

L’aiuto, in realtà, non è venuto dal cielo, ma dalla libreria di fronte a me. Incastrata tra Don Chisciotte e Il Maestro e Margherita se ne stava, infatti, la copia intatta de Il Conte di Montecristo che non avevo mai trovato il tempo di leggere. Rubicondo e scintillante, mi ha attratta suggerendomi che avrei potuto finalmente divorare le sue pagine immacolate e iniziare un nuovo, illuminato capitolo della mia vita. Ed è così che me lo sono ritrovata in valigia.
Credetemi: aspettare ore su un pavimento gelido non è il massimo per nessuno, ma Dumas è riuscito quasi a renderlo piacevole. Quando la batteria del mio iPhone ha esalato l’ultimo respiro, lasciandomi sola e indifesa, l’Abate Faria mi ha presa sotto la sua protezione per cullarmi in quella tempestosa nottata che mi avrebbe condotta, alla fine delle meritate pene, al giardino dell’Eden. Come potete vedere, per vostra sfortuna sono sopravvissuta.

La lista dei libri è lunga come quella dei viaggi. Ricordo un ritardo soffocante nella canicola di luglio, confortato dalla pazzia degli American Gods di Neil Gaiman; un incredibile viaggio di ritorno da Malaga in preda ai rimasugli di bagordi andalusi durante il quale ho combattuto la nausea a colpi di Amélie Nothomb; il mio primo overbooking, in cui ho assistito a risse e scene da cinepanettone ancorata saldamente alla mia copia de Il pasto nudo; le lacrime di nostalgia che ho versato al ritorno da Trapani su una malconcia Versione di Barney; le macchie dei caffè di Starbucks bevuti all’aeroporto di Stansted sulle pagine di un Bret Easton Ellis di seconda mano. La verità è che non importa quanto il volo sia lungo, l’attesa estenuante, la burocrazia tiranna. Se siete giovani, squattrinati e pieni di belle speranze è meglio risparmiare qualche euro grazie a Ryanair o Easyjet e investirli in un buon libro da sgranocchiare durante il vostro scomodo, ma soddisfacente viaggio. Perché, in fin dei conti, ci sono cose che nemmeno Mastercard può comprare: attendere una nuova avventura in compagnia della cervellotica invenzione di qualche scrittore geniale, fidatevi, è una di queste.

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