A Day in the Life – pt.4 Caro Babbo Natale



Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Foto e testo di Eugenia Durante


Caro Babbo Natale,
ho deciso di scrivere a te invece che ai lettori della mia rubrica, perché tu sei quello che porta i regali e perché hai la barba da Gandalf. Ho deciso di scriverti adesso perché nevica e perché ho appena mangiato il cioccolatino del calendario dell’avvento di domani, che spettava alla mia coinquilina. Per sopperire al senso di colpa che mi sta schiacciando la coscienza, ho deciso di scrivere a te, che sei un po’ il Ratzinger delle festività, la sua Eminenza del Natale, e che dunque, in qualità di suprema autorità, magari puoi assolvermi dai miei peccati e donarmi pace e serenità (almeno fino al prossimo cioccolatino).

Sono ben 21 anni che ogni dicembre ti scrivo. Quando ero piccola, lo facevo su quella fastidiosa carta dorata che mi propinavano i miei genitori. Ti chiedo scusa per questo, ma non è colpa mia. Io volevo scriverti su quella con gli orsetti verdi che profumava di gomma da masticare, però mi hanno sempre detto che non era appropriato e io mi sono fidata perché loro erano gli adulti, mentre io ero solo una bambinetta con gli occhiali e lo spazio in mezzo agli incisivi. La morale è: mai fidarsi dei grandi e del loro orribile gusto in merito alla carta da lettere. Volevo scusarmi anche se mi hanno sempre spinta a lasciarti latte e biscotti sul tavolo della cucina. Solo adesso capisco che tutto quel gelo e tutti quei giri per il mondo per portare regali a gente che magari ti sta pure antipatica richiederebbero, piuttosto, una bella dose di alcolici. Ti giuro che quest’anno ci spartiamo una bottiglia di Jagermeister, fosse l’ultima cosa che faccio.

Anche se, pensandoci bene, non so se te la meriti tanto. Diciamoci la verità, Babbo Natale: hai smesso di portarmi quello che ti chiedevo da un pezzo. Finché si parlava di case di Barbie color Big Babol e cagnolini di peluche, te la cavavi alla grande. Quando ho cominciato ad alzare la posta in gioco, però, mi hai lasciata a piedi. Non che voglia entrare nello specifico e mettere i puntini sulle i, però non mi hai mai portato la salute, né Jude Law quando te lo chiedevo, né tantomeno hai resuscitato John Lennon. Non è che hai un contratto con la Mattel?
In ogni caso, devo ammettere che leggere le lettere di tutti dev’essere una bella seccatura. Magari tu hai voglia soltanto di startene sdraiato in mutande a guardare Real Time mangiando panettone e invece ti ritrovi sommerso dai capricci della gente del mondo. E non è che puoi andare in pensione. Sì, pensandoci bene sei uno sfruttato cronico, uno schiavo del sistema, l’ultima vittima del consumismo. Ma dimmi un po’, non ti viene mai la voglia di mandare tutti a fanculo?

Detto questo, ti scrivo un po’ per abitudine, anche se abitudine tra noi è un concetto da evitare. Non so cosa voglio per questo Natale. Potrei chiederti un paio di scarpe, o una borsa nuova, o un sacco di libri. Ma la realtà è che potrei comprarmeli da sola, e che non c’è nulla che io desideri davvero così tanto da scomodarti. Non vorrei scadere nel banale, ma temo che quando si diventa grandi non si possa fare a meno, di tanto in tanto, di desiderare un po’ di banalità: una serata sul divano con un bicchiere di vino e un bel film, un’uscita con gli amici profumata di risate e fritto misto, il piacere di sapere che qualcuno che stavi aspettando da molto tempo sta finalmente per arrivare. Quindi quello che ti chiedo è di regalarmi questo: amici, qualche ora di serenità, la famiglia, un paio di calzini imbarazzanti da godermi nella solitudine di uno dei tanti posti che chiamo “casa” prima di trovare davvero un posto dove valga la pena di fermarsi. Ti chiedo per il 2013 scontri, litigi, testate e qualche epistassi, solo per ritrovare il piacere di riappacificarsi e dare un valore aggiunto agli abbracci. Ti chiedo ancora qualche corsa frenetica per godermi il gelido boccheggiare di giornate cariche di nulla. Ti chiedo qualche parola per assaporare a pieno il sapore dolciastro del silenzio.

Insomma, Babbo Natale, per quest’anno vorrei solo un’isola di pace per riuscire a sentire, con i postumi soporiferi del vin brulé, che tutte le mie ossa, ogni centimetro di pelle e di capelli, inchiostro compreso, ci sono ancora. E rendermi conto che, tutto sommato, in questa gabbia scheletrica, con tutti i suoi acciacchi, ci sto bene.

PS: in ogni caso, se finalmente ti sei deciso di portarmi Jude Law, l’offerta è ancora valida. Però non dirlo al mio fidanzato.

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