A Day in the Life – pt.5 Chi si loda s’imbroda



Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Foto e testo di Eugenia Durante

Nella vita degli universitari si annida lo spettro degli esami. Per l’esame di ieri ho imparato che un romanzo si struttura attorno ad una rete tematica formata da temi, motivi e topoi. Poniamo che il tema sia l’esame, il topos è l’ansia; per quanto mi riguarda, invece, i motivi sono la perdita di tempo, il pigiama e il caffè. E i ritardi. La motivazione per cui questo post arriva così tardi, infatti, è dovuta all’esame di letterature comparate. Non che fosse particolarmente spiacevole: se per ogni esame dovessi leggere sempre un numero imprecisato di romanzi, la mia vita sarebbe rosea e luminosa come quei lucidalabbra che regalavano col Cioè. La cosa che temevo, in realtà, è che ci fosse sotto qualcosa, qualche trucco che mi avrebbe spinta a fallire proprio dove credevo di essere forte. Insomma, siamo seri: davvero sarei stata seduta per un’ora su una sedia scomoda a parlare di libri? Non c’è niente di diverso da quello che faccio tutti i giorni.
Invece, signori e signori, rullo di tamburi, squillo di trombe … è andata proprio così. Sono rimasta seduta per un’ora su una sedia scomoda a parlare di libri, mi sono beccata il mio trenta sul libretto e tanti saluti, arrivederci e grazie.

Il problema di base degli esami di questo tipo è che, in fondo in fondo, tutti sono convinti che ai giovani ventenni non importi nulla di sospirare su pagine ingiallite e che parlare di quanto partorito dalla mente di uno scrittore sia l’ultimo dei nostri pensieri. La realtà, invece, è che a molti non dispiace rimanere sdraiati su un divano a discutere del significato intrinseco di una relazione di carta. E che ci sono più persone che leggono i libri di quante ci ostiniamo a pensare.
Tra gli autori di cui ho avuto il piacere di parlare su quella famosa sedia scomoda c’erano Murakami, David Foster Wallace e Bret Easton Ellis. Disquisire di Norwegian Wood in un’aula universitaria mi ha fatta sentire strana. Da un lato mi sembrava tutto molto bello (non ho dimenticato quel monografico su Pascoli al primo anno, grazie), dall’altro mi è sembrata un’intrusione nel mio intimo. Quando leggo, sono sola. Voglio stare da sola. Quel tipo di solitudine da biscotti al cioccolato, tazza di tè e goduta malinconia. Rinchiudere fuori dalla finestra appannata la mia “me” sociale, con i suoi occhi cerchiati di nero e tutta la gamma di convenzioni relazionali, per godermi quell’io cattivo ed egoista che gode nel passare un paio di ore senza essere costretto ad affrontare l’alterità. Me ne sto seduta sul letto e, per una santa volta, ci sono solo io e le parole che ballano davanti ai miei occhi fino a fare male. Sgranocchio cereali e pensieri, sottolineo e mi ritrovo centinaia di volte nelle menti di quegli scrittori sconosciuti che, all’improvviso, scopro più familiari delle persone con cui ho a che fare tutti i giorni.

Quando leggo, posso essere chi mi pare. Posso essere Lenore Beadsman, con le sue converse nere e l’ossessione per le parole. Posso essere Midori e guardare la casa dei vicini bruciare finché il fumo non mi entra nei polmoni. Posso girarmi una sigaretta sotto il patio di una casa sconosciuta con Paul Allen e guardare una moto slittare sul suolo ghiacciato. Quando leggo non sono ossessionata dalle scadenze, dai ritardi, dai doveri, dalle parole da soppesare come lo zucchero. Nei libri possiamo innamorarci dei cattivi, perché sono più interessanti dei buoni. Possiamo deporre la maschera del perbenismo e tifare per Heathcliff. Nella vita reale, chi avrebbe il coraggio di ammettere di aver perso la testa per un mostro come lui?

Per questo motivo, sentirmi dire: “Che cosa ne pensa?” mi ha fatto un certo effetto. Devo rispondergli cosa si aspetta che io gli dica o quello che davvero penso? Posso rispondergli che mi piace Bret Easton Ellis perché è ossessionato dal pensiero che non ci sia una via d’uscita alla prigione dorata in cui sbattono continuamente la testa i personaggi dei suoi libri, e che forse in fin dei conti non gliene frega niente di trovare una soluzione, perché trova affascinante il quadro decadente di una generazione destinata a soffocare nella coscienza di essere obbligata a fingersi incosciente? Posso rispondergli che Norwegian Wood ruota attorno al fatto che Watanabe sa benissimo che “le lettere sono solo lettere, quello che deve rimanere rimane e quello che si deve perdere si perde”, e nonostante questo non può fare a meno di scrivere fiumi di parole, se non altro per rimanere in contatto con se stesso? Posso rispondergli che la vera bomba di “La scopa del sistema” è l’aver costruito un deserto artificiale e che le parti più desolate del deserto siano quelle paradossalmente più affollate di turisti?

Alla fine rispondo così, a costo di sembrare una ventenne con gli occhi luminosi che finge il nichilismo mentre, in fondo, si innamora di tutto. Certo, dichiarazioni d’amore incondizionato come questo non si meritano la lode. La lode è un po’ apollinea, non c’è spazio per il caos. La lode è geometrica come l’eccellenza, e una goffa valanga di pensieri non si guadagna due punti in più. Ma, in fin dei conti, quello che deve rimanere rimane e quello che si deve perdere si perde. L’esame se n’è andato, il libretto me lo sono già dimenticato, ma quei libri sono lì, impilati sulla scrivania. E, come sempre, una nuova me sorride, incastrata tra una virgola e una congiunzione in una pagina dimenticata da Dio, a spassarsela in una storia inventata, alla faccia della pila di appunti che mi riportano coi piedi per terra in questa grigia notte di gennaio.

Ps: non credete a Babbo Natale, è un impostore. Non mi ha regalato Jude Law e si è pure burlato di me, facendo circolare sul web fotografie che lo ritraggono con la maglia sporca, sbarbato e in evidente stato d’ebbrezza. NON È AFFATTO DIVERTENTE.

Leggi anche:
A Day in the Life – Un post migliore pt.1
A Day in the Life – Amare i Low Cost pt.2
A Day in the Life – Chi ben comincia pt 3
A Day in the Life – Caro Babbo Natale pt 4