A Day in the Life – Un Post migliore pt.1



Una rubrica a base di racconti di vita e sproloqui letterari di una ventenne genovese in fuga a Milano.

Testo di Eugenia Durante


In un impeto di follia dovuta a non aver ritrovato riferimenti a Dita Von Teese in un capitolo di un libro dedicato al Burlesque, ho scritto scherzosamente al direttore di YOUTHLESS di affidarmi una rubrica in cui poter parlare di idiozie.
Qui scatta la regola numero uno: mai scrivere scherzosamente a un direttore. Potrebbe prendervi sul serio, e voi vi ritrovereste invischiati in una palude fangosa da cui sarebbe difficile uscire. E dunque eccomi qui. L’unica restrizione che mi è stata data è di non parlare di nazismo né di pedofilia, due argomenti con cui avrei ovviamente voluto iniziare la mia rubrica, ritrovandomi dunque priva di contenuti succosi da proporvi per un’inaugurazione col botto.

Mi ritrovavo per l’appunto in macchina a pensare a generali nazisti interrogandomi su cosa diavolo scrivere quando ha cominciato a diluviare. Con diluviare intendo che una quantità non meglio identificata di acqua si è riversata copiosamente sulla mia macchina. La mia Seicento ha cominciato a sbandare e il vetro ad appannarsi a tal punto che ho dovuto inscenare acrobazie circensi per disappannarlo con la manica del maglione, alzandomi inevitabilmente la gonna con grande apprezzamento dell’automobilista in Audi vicino a me. Vaglielo a spiegare che noi poveracci modello base non abbiamo dispositivi di disappannamento.
In ogni caso, oltre ad essermi resa ridicola di fronte ad automobilisti con la A maiuscola, mi sono infradiciata cercando di aprire il garage. Il catenaccio non si apriva e io assumevo sempre di più le sembianze di un barboncino dopo una gita al lago, suscitando l’ilarità dei passanti comodamente protetti dai loro ombrelli.
Quando sono arrivata nel portone di casa il mio make up mi rendeva simile a Gene Simmons dopo tre ore di concerto e i miei capelli facevano invidia ad Alice Cooper. E, ovviamente, non appena ho messo piede in casa ha smesso di piovere, ma non solo: un grande sole beffardo mi sorrideva dalla finestra, illuminando i miei vestiti bagnati e facendomi sentire più miserabile di un personaggio di Victor Hugo.

È allora che mi sono messa a pensare alla legge di Murphy. Per chi venisse da Plutone e non sapesse di cosa sto parlando, la legge di Murphy è uno di quei postulati inderogabili e indiscutibili che recita: “Se qualcosa può andar male, lo farà.” Semplice, efficace e universale, sicuramente più di quelle cose che ci insegnano a scuola come “Per un punto passano infinite rette” (mi prendete per i fondelli?).

Tutto ciò è nato perché nel lontano 1949 l’ingegner Edward Murphy ha notato che i tecnici che lavoravano ad un progetto atto a testare la risposta fisica ad un’accelerazione nel 99 percento dei casi montavano al contrario i 16 accelerometri utilizzati nell’esperimento. A quel punto il signor Murphy, che doveva avere una grande fiducia nell’umanità, ha incolpato la matematica e la legge dei grandi numeri invece di prendersela con i tecnici e ha postulato la legge che è diventata ormai valvola di sfogo per noi poveri sfigati.
Con le membra ancora inzaccherate d’acqua, mi sono seduta e ho pensato alla sfiga e quello che comporta. Cosa sarebbe successo se non si fosse messo a piovere e io non avessi perso tempo ad aprire un catenaccio che non aveva alcuna intenzione di sbloccarsi? Magari niente. O magari sarei stata investita da un’auto.
Cosa sarebbe successo se Monica Lewinsky ci avesse ripensato e avesse capito di essere lesbica? E se il killer di John Lennon avesse sbagliato mira? Cosa sarebbe successo se l’11 settembre avessero annullato uno dei voli coinvolti nell’attentato delle torri gemelle? Cosa sarebbe successo se i genitori di Justin Bieber quel giorno ci avessero ripensato e avessero usato il preservativo?

Magari il mondo sarebbe un posto migliore, o forse no. Sta di fatto che, in ogni caso, se non avessimo quel grammo di sfiga quotidiana ad avvelenarci l’esistenza non apprezzeremmo a pieno le botte di fortuna che, ogni tanto, ci piovono addosso come caramelle da una pignatta di carnevale. Un po’ come non capiamo l’importanza dell’acqua finché non ci troviamo con la gola secca, o della doccia finché non ci ritroviamo in metropolitana alle 7 di sera.

Mi stiracchio sul letto e penso che io comunque avrei preferito non bagnarmi. E voi, forse, non aver letto tutta questa divagazione sulle leggi di Murphy. Ma per questo dovete prendervela con il direttore di YOUTHLESS e chiedervi: “Cosa sarebbe successo se Enrico non avesse proibito ad Eugenia di parlare di nazismo?” Magari questo sarebbe un post migliore. O forse no.