A Most Violent Year

La storia procede in maniera compassata, senza grandi sussulti, ma con meravigliosi momenti di cinema.

Mai in vita avrei pensato di dire, nella settimana in cui è uscito un film di Quentin Tarantino (review in progress), che la pellicola migliore arrivata in sala è un’altra. Merito di tutto ciò (oltre a un Tarantino zoppicante) è di J.C. Chandor e del suo bellissimo “A Most Violent Year”, misteriosamente tradotto in italiano con “1981: Indagine a New York”, titolo che non ha alcun legame con il film stesso.

Chandor (che è anche sceneggiatore) ci racconta dell’importantissimo affare che sta portando a termine il “non gangster” Abel Morales (Oscar Isaac), aiutato non solo dal suo fido avvocato (Albert Brooks), ma anche dalla moglie, figlia di un boss, Anna (Jessica Chastain). A provare a mettere i bastoni tra le ruote in questo affare ci saranno una serie di furti misteriosi e un procuratore non proprio senza pietà (David Oyelowo).

La storia procede in maniera compassata, senza grandi sussulti, ma con meravigliosi momenti di cinema. Per tutto lo scorrere del film continuavo a pensare: che eleganza, che stile per un gangster movie. Già perchè Abel, nonostante le apparenze che si crea, è in fin dei conti un mafioso, una sorta di nuovo Michael Corleone, con cui c’è una somiglianza sia visiva che caratteriale.

Noi osserviamo quest’uomo cercare ostinatamente la legalità per ciò che svolge come lavoro e la domanda che ci poniamo (a cui il film ci risponderà solo alla fine) è: ci riuscirà davvero? Questo suo sogno lo avvicina ancora una volta al protagonista della trilogia del Padrino, che, però, costruisce inizialmente il suo impero sul terrore e l’omicidio. Questo non per Abel.

Il suo percorso individuale non sarebbe così interessante se non ci fosse anche sua moglie, il personaggio più torbido e misterioso dell’intera pellicola. Queste caratterizzazioni sono possibili soprattutto grazie all’abilità dei due protagonisti, personalmente due dei migliori attori su piazza. Sia Oscar Isaac che Jessica Chastain hanno un’abilità nel passare dall’autoriale al blockbuster, senza perdere credibilità, che appartiene solo ai grandissimi. A far storcere il naso è un po’ il personaggio di Oyelowo, decisamente marginale e stereotipico del genere.

“A Most Violent Year” unisce il gangster movie al noir con quel tocco di autorialità che lo rende decisamente una chicca di questo inizio 2016. Considero dunque assai misteriosa la scelta di fare uscire adesso un film del 2014 così bello: quando scarseggiano i registi coraggiosi, avere anche pochi produttori audaci può essere un problema non da poco.

Matteo Palmieri