Al Capolinea di Joe Matt
(Coconino Press, 2012)
“Al Capolinea” è come una sbronza da cui non ci si riesce a riprendere. Nel leggere questo libro si prova esattamente quel senso di torpore e ansia che si verifica nel cercare di cambiare la propria esistenza, ma per una qualche ragione, non si arriva a niente. E si può solo continuare a sbagliare e a ripetere gli stessi errori ancora e ancora. E ancora.
Proprio come nei fumetti di Joe Matt ; lui tenta invano di smetterla col porno e col masturbarsi cronicamente arrivando, invece, al traguardo delle 20 seghe giornaliere.
La vita vera che c’è in questo libro si confonde con l’irrealtà del fumetto, che trasforma le strisce disegnate in uno squarcio autobiografico ironico e unico nella sua alienante storia.
Man mano che il racconto prosegue ci si chiede se Joe Matt sia veramente così; insomma dove finisce la “penna romanzata/disegnata” e incomincia la persona “normale”?
Si susseguono personaggi bizzarri come Mario, lo “spacciatore” di videocassette hard, muscoloso e dagli zigomi pronunciati che affitta la sua collezione a Joe perché quest’ultimo è troppo spilorcio per comprarseli. E una volta che se li è portati a casa, Joe, passa intere giornate a creare compilation di sequenze porno per evitare (o meglio, cancellare) ogni traccia di attori maschi (ergo culi pelosi e facce baffute in primis in sforzi da eiaculazione).
Poi ci sono gli incontri con gli amici fumettisti affermati che incalzano Joe sulla sua squallida vita, sul fatto che non produce niente da tempo, che continua a vivere in una stanza in affitto senza bagno e che, a parte la pornografia, il suo unico interesse è la collezione di vecchie strisce di fumetti domenicali. Tutto questo aspettando che gli interessi bancari del suo conto corrente gli garantiscano una vita da nababbo.
Joe Matt ricorda proprio il nerd dei nerd, come il Seymour di Ghost World partorito dalla mente di Daniel Clowes e, infatti, si nota una certa combinazione nell’uso dei “non-colori” come un verdino predominante che appiattisce volutamente la vicenda. Un escamotage per rendere ancora più chiara quella sensazione di apatia.
Enrico Rossi aka Pentothal
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