LE RAGAZZE NELLO STUDIO DI MUNARI

Le Ragazze nello Studio di Munari” di Alessandro Baronciani (chitarra e voce degli ALTRO, gruppo punk-wave, grafico e pure fumettista).

di ALESSANDRO BARONCIANI
(Edizioni Black Velvet, 2010)
Recensione ed intervista di Enrico Gregorio

Ti auguro di non essere uno di quelli che…
”No, no dammi del ‘tu’ non sono mica così anziano”…
…non guardano i cartoni e non leggono i fumetti perché si ritengono troppo intelligenti. Del genere che, quando ti propongono un fumetto, arricci il naso e precisi che non leggi “quel genere di roba”.
Spero tu non sia così. Ma nel malaugurato caso allora ti consiglio di leggerti “Le Ragazze nello Studio di Munari” di Alessandro Baronciani (chitarra e voce degli Altro, gruppo punk-wave, grafico e pure fumettista).

“Le Ragazze…” è il suo terzo libro a fumetti, senza considerare le numerose collaborazioni con altri autori. A proposito dei suoi lavori, lascio perdere gli elenchi, perchè c’è il suo voyeuristico (nel senso che posta sempre tante tavole bellissime, non ha la sindrome dell’artista geloso, lui) blog.
Fabio, il protagonista, è un libraio, ha un bel ciuffo, è appassionato dell’opera del designer Bruno Munariche realizzò molteplici lavori: tanto per dire con Max Huber curò per Einaudi la grafica delle collane della casa editrice, le strisce rosse su fondo bianco della Nuova Universale.
Ha tre ragazze contemporaneamente. Si sveglia la mattina nel letto sformato, si passa una mano aperta sul viso e ripensa a come stanno le cose. Ha un pigiama a righe. E’ un dandy insomma.
E ci porta a ritroso nella sua storia, nella sua vita sentimentale parlandoci contemporaneamente della sua passione per il celebre artista.
Ciò che è nobile nel lavoro fatto da Baronciani è che la presenza di Munari non è solo una tiepida citazione di circostanza fatta per darsi un tono. No, l’essenza di Munari ritorna costantemente: sia in piccoli dettagli sparsi (divertenti da cogliere), sia a livello interattivo col lettore, con soluzioni cartonate che si presentano lungo il libro. Una pecora dal manto morbido, pagine colorate o semi-trasparenti. Un approccio interattivo simile a quello che realizzò Munari con i “libri illeggibili” a partire dal 1949, dove c’erano fogli colorati senza scritte, fori o fili che attraversavano le pagine, per lasciare alla fantasia del lettore la possibilità di inventare.
Baronciani crea un continuo con lo spirito giocoso, divertito e astuto di questo poeta della forma e dello spazio.
Rispetto ai suoi precedenti lavori, Baronciani ha realizzato una storia più articolata, con digressioni e un maggiore uso del lettering, insieme al suo disegno morbido e confidenziale. “La cosa che stavo pensando quando cercavo di mettere insieme questo libro era che volevo provare a scrivere una storia dove il protagonista risultasse imbarazzante. In “Quando tutto diventò blu” cercavo l’empatia con la protagonista qui invece volevo l’antipatia.”
Va riconosciuta l’ambizione di creare qualcosa di più impegnativo. Ambizione premiata: ci troviamo da un lato una storia principale, diverse storie parallele e poi l’aspetto meta-narrativo di cui dicevo sopra: grazie al quale leggiamo la storia e al tempo stesso entriamo in contatto col metodo di Munari.
“Amo l’oggetto libro. Le Ragazze Nello Studio Di Munari è un libro dedicato al libro. La storia si può leggere soltanto aprendolo e guardandolo. Mi piace che ci voglia del tempo per leggerlo.”

Per questo prima mi riferivo a quel tipo di persona, perché se sei uno di loro, apri gli occhi: “Le Ragazze nello Studio Di Munari” non è solo una storia a fumetti, non è solo una bella storia di amore e ricordi. E’ anche una finestra su un modo di intendere l’arte in modo sia geniale che divertente. “Non si può avvicinare un lettore al mondo e alle lezioni di Munari senza vedere le sue invenzioni. Un po’ come studiare un libro di storia dell’Arte senza guardare le foto”.
La lezione di Munari è agli antipodi da chi vuole fingere qualcosa che non è (essere giovane o presunta sofisticatezza) o crede che esistano distinzioni tra cultura alta e bassa, e tra cultura per adulti o per bambini. Leggere questo libro è un modo in più per capirlo.

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INTERVISTA con ALESSANDRO BARONCIANI

-E’ da poco uscito “Le Ragazze nello studio di Munari” di cosa hai voluto parlare?
Avevo in testa di fare una storia a fumetti su Bruno Munari. Una biografia. Poi ho pensato che a Munari sicuramente non sarebbe piaciuto. E poi ho sempre pensato che le biografie sono poco interessanti. Volevo far conoscere Bruno Munari attraverso le sue opere, o meglio attraverso la sua genialità. Poi avevo in testa questo manuale per ragazzi alle prese con l’amore. Ho messo insieme le due cose come nel libro“Fantasia” e mi sono divertito. È stato divertente come giocare. Giocare è una cosa seria come direbbe Munari. Un mio amico, dopo aver letto il libro, è andato a vedere una mostra a Cagliari su di lui e mi ha chiesto quale fosse il suo libro migliore per iniziare. Ho pensato che a Munari sicuramente sarebbe piaciuto.

-Per quale motivo ti sei interessato a Bruno Munari, al di là che sia uno dei più eclettici designer italiani, può centrare il fatto che entrambi vi siete dedicati anche a libri per l’infanzia?
C’è una notevole differenza tra disegnare libri per ragazzi e studiare libri per bambini e scrivere tra le pagine più importanti della didattica per l’infanzia. Munari non è soltanto, anzi non è mai stato soltanto un illustratore o designer. Era la cosa più vicina all’idea che ho dell’arte contemporanea. Mi piace trovarmi spiazzato dalla semplicità con cui spiega concetti difficili. Era sempre ironico e inarrivabile soltanto mettendo insieme due foglietti di carta trasparente o progettando una lampada con materiale di riciclo.

-Come ti poni e da quali elementi parti, quando vuoi realizzare una storia?
Non so come mi pongo. Ci sono tanti modi per iniziare. Quando facevo le superiori il mio professore di disegno animato consigliava spesso dei film da andare a vedere. Erano film d’essai che proiettavano in mezzo alla settimana. Io ero molto piccolo, mi ricordo che dopo cena mi ci facevo portare in auto dai miei genitori che mi tornavano a prendere alle dieci e mezza. Spesso c’era anche il mio professore. Una volta l’abbiamo visto un film insieme. Mentre il film andava tirò fuori di tasca un’agendina e comincio a scrivere qualcosa al buio. Alla fine del primo tempo gli chiesi cosa aveva scritto. Mi disse che aveva avuto un’idea e voleva fissarla. Ecco. Le idee arrivano e passano via in fretta. È buono avere sempre qualcosa in tasca da disegnare. Non ti serviranno mai, forse. Intanto però hai degli elementi per realizzare una storia. O qualcos’altro.

-Ho visto le illustrazioni di “Al Di Qua Del Muro. Berlino 1989″, che sono bellissime, a che cosa ti sei ispirato per realizzarle? Hanno un sapore pop che ricorda il film “GoodBye Lenin”. Com’è nata la collaborazione con Vanna Vannuccini?
Non ho conosciuto Vanna Vannuccini ma da diverso tempo conoscevo Cristiano Guerri, bravissimo fotografo e Art director di Feltrinelli. Mi contattò per il libro pensando che il mio stile fosse perfetto per il racconto. La storia mi piaceva. Il testo erano 80 pagine e il libro doveva arrivare a 120. Quindi richiedeva un sacco di illustrazioni e disegni. Ho accettato con molto entusiasmo perché Cristiano mi ha dato carta bianca per la progettazione del libro: dalla copertina alla impaginazione, fino alla scelta del carattere con cui impostare il testo. Per la documentazione invece ho faticato parecchio, di libri sulla caduta del muro ne ho trovati molti ma per l’immaginario da evocare le immagini che c’erano sui libri erano troppo poche. Tra l’altro il libro parlava di quartieri, città e strade quindi era importante una documentazione precisa. Sono diventato un fanatico di DDR. Praticamente starmi vicino era diventato difficile, non parlavo di altro. Ho scoperto che in Germania ci sono collezioni interminabili di foto e documentari sulla Repubblica Democratica Tedesca. È un fenomeno definito con un neologismo, si chiama Ostalgie*. Ci sono anche altri film oltre a “Goodbye Lenin” sul periodo, ce ne è uno anche sulla Stasi che non mi ricordo come si intitola. Forse per capire esattamente il periodo storico il più bello secondo me è “Sonnenallee”.

-Scrivi e disegni anche per la rivista Rumore, hai realizzato pure delle belle interviste a fumetti (a Toffolo e a Gipi), in una recensione Live degli A Place To Bury Strangers hai scritto che sarebbe stato bello fare una recensione a fumetti. Ti piace il giornalismo a fumetti, e quali vantaggi riscontri rispetto al giornalismo tradizionale? Le copertine, collaborazioni e interviste comparse su Rumore usciranno mai in un volume?
Per vedere la raccolta delle storie raccontate su “Rumore” dovete scrivere e convincere la redazione! A me piacerebbe metterlo come libretto nel numero estivo. Penso che il fumetto sia ottimo per raccontare cose diversamente che in un documentario o in un racconto. Ha molte più sfaccettature e possibilità di meta linguaggi. Le interviste come anche i reportage sono nati da idee mie e di Alberto Campo, la persona che tiene le redini di tutti i collaboratori di “Rumore”. Per me una specie di punto di riferimento non solo musicale. Ha visto scoppiare molti fenomeni soltanto annunciandoli anni prima. E poi ha conosciuto i Joy Division.

Enrico Gregorio

* E’ la crasi tra le parole tedesche: Ost (est) e Nostalgie (nostalgia). Nasce inizialmente per descrivere la nostalgia degli aspetti della vita quotidiana degli ex cittadini della DDR e in seguito, per antonomasia è arrivata a rappresentare la nostalgia anche degli altri ex cittadini delle ex repubbliche socialiste. Qui da noi si predilige ancora la forma più estesa e verbosa: “quando c’era lui i treni arrivavano in orario”.