Alessandro Riva, Direzioni (Anni) Zero
“Per te, ho preparato qualche domanda in più” – “Se ti può consolare, io non mi preparo le risposte”.
Così comincia la chiacchierata tra me ed Alessandro Riva , un bravo (e raffreddato) giovane regista milanese, che con il suo DIREZIONI (ANNI) ZERO ha voglia di dire qualcosa di più sugli ultimi dieci anni della sua generazione. Classe ’86, battuta pronta, triennio di regia e produzione all’Istituto Europeo di Design, senza fighettume e dotato di esasperante modestia, con il suo “somewhere between document”, un “documentario che poi documentario non è”, s’affaccia sul solco dei nostri anni attraverso la promettente e naufragata storia di una band in cui immagini vecchie e nuove si mescolano come in un collage picassiano.
Opera visibile, integralmente, qui: DIREZIONI (ANNI) ZERO
Intervista di Sara F.
Immergiamoci subito in una spiegazione universalmente comprensibile del tuo progetto.
Conoscevo i Somewhere Between già tanto tempo fa, ai tempi delle prime riprese, ossia quelle in bianco e nero. Avevo girato quel materiale senza uno scopo preciso, forse per un video diary della band, lasciandolo poi in un cassetto per anni. Dopo pochissimo infatti, inaspettatamente, si sono sciolti. Nel frattempo avevo completato i miei studi e la voglia di girare qualcosa di rappresentativo di questi anni zero, di questa nostra generazione era molto forte.
Anni particolari.
Anni indefinibili. La storia che inizialmente volevo realizzare doveva avere una sceneggiatura con episodi che si intrecciavano. Poi però non è scattata la scintilla ed ho abbandonato. Dopo qualche tempo, il cantante dei Somewhere Between mi ha chiesto se ero ancora in possesso di quel materiale girato all’epoca del gruppo. Di colpo, riguardando quelle vecchie mini dv e verifica none il potenziale, mi sono di colpo reso conto che avevo la base da cui partire per DIREZIONI (ANNI) ZERO, a cui poi ho aggiunto nuovo girato. L’oggetto del documentario è quindi diventata la metafora per dire altro.
Quando hai girato la prima parte, eri un ragazzo appassionato che non aveva ancora “certificato” le sue intenzioni. Ancora non studiavi regia. Questo, a mio avviso, ti ha permesso di avere uno sguardo più soggettivo, più genuino.
Esatto. Per me l’aspetto sempre più soggettivo e di reale manifestazione delle proprie intenzioni è proprio il montaggio: avere parte del girato, ancora prima di pensare ad un documentario, ti da l’opportunità di costruire a posteriori qualcosa, che in questo caso è totalmente distaccato da ciò che si percepisce visivamente.
Ci sono ragazzi e chitarre, ma la storia è un’altra. Metterci poca sceneggiatura è quello che identifichi come tuo linguaggio o sei in fase di evoluzione?
Al momento non saprei dirti cosa sia meglio. Credo di trovarmi a mio agio più con l’effettiva creazione sulla scena, ma è una cosa che va (in parte, ovviamente) meglio per il documentario. Comunque il mio metodo, se già sento di averne uno, è quello di “lasciare sempre la porta aperta sul set”, non mettersi troppi paletti ma, allo stesso tempo, avere già presente la strada narrativa ed estetica verso cui incanalare il montaggio. Sicuramente, è quello che voglio fare adesso, magari applicandolo ad una storia scritta, di pura fiction. In questo specifico caso i protagonisti coinvolti nel mediometraggio hanno avuto una linea su cui lavorare, su cui preparare i loro monologhi. Lasciando la porta aperta sul set, ho avuto sorprese graditissime: la pioggia, tornata più volte, non è mai stata voluta, cercata, però poi è diventata un elemento altamente significativo e simbolico.
Mi hai detto spesso di puntare al cinema: dal documentario, che documentario non è, questo si intuisce. Il montaggio è infatti più morbido, più ricco di tempi e “sospensioni”…
Ecco, il mio lavoro è volutamente ibrido. Non ho voluto confinarmi in un linguaggio prettamente documentaristico o cinematografico. Ho più “cercato” il cinema tentando di non cadere nello stereotipo del videoclip: non mi sento di appartenere alla generazione dei videomaker, ecco il perché di questo sguardo particolareggiato.
Tecnicamente parlando, eri solo? Hai avuto una crew?
Beh, ho avuto diverse persone ad aiutarmi, ma non più di cinque o sei. E a volte sono stato anche solo, perché ero l’unico componente a rimanere a Torino mentre la produzione faceva base a Milano. La parte sulle celebrazioni dei 150 anni d’Italia l’ho girata da solo. Ed è forse diventata una delle metafore più forti del documentario.
Personalmente, le mummie che festeggiavano l’Unità facevano sorridere.
Ecco, questa è una delle cose che mi hanno mosso di più: quella notte pioveva. Non era una notte di sogni e speranze. Non sto definendo la cosa con ironia: non è vilipendio, non rigetto l’unità come valore. E’ un rimpianto, mi sarebbe piaciuto sentire di farne parte.
Ci sentiamo in colpa per aver disatteso l’obiettivo.
Esatto. E forse è proprio quello che caratterizza la non-generazione di cui facciamo parte. Nel nostro film (e nelle nostre intenzioni) i Somewhere Between diventano rappresentativi di tutte le cose che ci siam fin qui detti. Il nome della band acquista un significato evidente, potente, in questo senso. Le direzioni generazionali si sono perse… ecco perché ho giocato con le parole. Il mio è piuttosto un documento, che un documentario. Un documento “perso nel mezzo”.
Se ci pensi, a livello più generale, la parabola della band è quella della nostra intera esperienza di crescita. Una band che aveva tutte le possibilità e che è finita col fare nulla. Come l’Italia, che si protendeva all’Europa e si è accartocciata su se stessa.
Beh sì, mi ci riconosco. Non ci avevo mai pensato, ma forse è proprio così che per molti di noi è andata.
E in quale autore ti riconosci? Chi ti ispira?
Ancora non ne ho di particolarmente chiari: se qualcuno, nel mio lavoro, legge qualche ispirazione, sicuramente non è voluta a tavolino, premeditata. Più che altro, penso di aver assimilato così a fondo il lavoro di alcuni autori che inconsciamente ne tiro fuori qualche rimando. Ma la ripresa, essendo per me inconscia e allo stesso tempo molto “pratica”, non è mai calligrafica. Al di là di questo posso comunque dirti che nel periodo di scrittura e riprese ho spesso ripreso in mano autori e film con cui sono effettivamente cresciuto, penso al Jim Jarmusch di Permanent Vacation e Stranger Than Paradise, ma anche al Kaurismaki di Le Luci Della Sera, la cui fotografia in esterni penso mi abbia molto suggestionato per alcune delle sequenze finali del mediometraggio.
Come hai vissuto la Torino post – 2006?
Non è sicuramente malinconica come forse l’ho dipinta io nel documentario. Attualmente non ha dimenticato la spinta che ebbe in quell’anno, soprattutto grazie alle Olimpiadi, anche se la maggiore apertura all’esterno, all’europeizzazione le ha tolto una dose di particolarità. La mia Torino è più un luogo metaforico, uno specchio emotivo che cambia in base alle parole protagonisti. L’Italia, ad un passo dall’essere davvero tra le grandi, si perde… e in tutto si vanno ad incuneare le celebrazioni dell’Unità.
Mentre cosa pensi della scena dei nuovi video-makers italiani? Sempre più frequentemente si cerca il video figo piuttosto che una canzone valida.
Video killed the radio stars…Ma non perché loro non siano bravi o rilevanti, anzi. E’ il pubblico che troppo spesso crede di aver ascoltato musica ed invece l’ha solo “guardata” su Youtube. A tal proposito mi sono spesso confrontato con molte band e musicisti, e non tutti a dire il vero avvertono la necessità di questo insistito impatto visivo, fotografico. Anzi, a volte si sono sentiti persino usati, la loro musica utilizzata come mero tappeto per l’immagine. Se sei onesto, e hai realmente qualcosa di autentico da dire, piuttosto che cercare il grande nome con cui lavorare basterà far bene il tuo lavoro e la tua voce prima o poi emergerà, come in un libro. Si può pensare allo stesso modo anche attraverso il video. Penso che l’immagine debba tornare ad avere sostanza, a parlare. A dominare oggi mi sembra sia la tendenza dello stupore visivo, spesso fine a stesso e più dotato di furbizia che di pensiero.
Cosa farai, oltre il film-clip che stai preparando per i Farmer Sea?
Avrei interesse a completare il discorso cominciato con DIREZIONI, farne una trilogia. Magari in posti e città diverse. Di spunti ce ne sono, programmare non è il mio forte, però, lo vedo come una forma di preclusione.
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