Alien: Covenant

Nella mia personalissima classifica dei 10 migliori film di sempre sicuramente un posto sarebbe riservato al capolavoro di Ridley Scott “Alien”. 1979: dopo l’apertura mainstream di pellicole come “Lo Squalo”, Scott con uno script di Dan O’Bannon e grazie all’artista H.S. Giger rappresenta il terrore e l’orrore come mai era stato fatto prima. Lo spazio infinito e solitario diventa teatro della lotta tra il mostro, artisticamente e metaforicamente maschilista, e la donna, che per la prima volta è attivamente artefice del suo destino e della sua salvezza.

Nel 2012, dopo un’eternità praticamente, Scott ha voluto riprendere in mano la sua creatura con “Prometheus”, un prequel molto ambizioso e che ho personalmente adorato, ma che proprio nella sua connessione con “Alien” peccava di grande superficialità. Nonostante alcune imperfezioni, i semi per qualcosa di importante erano stati gettati e il regista quasi 80enne ha deciso che era il momento di tornare a casa: questo è “Alien: Covenant”.

Questo nuovo capitolo della saga degli xenomorfi è ambientato esattamente 10 anni dopo “Prometheus” e vede protagonista l’equipaggio della nave colonizzatrice “Covenant”, che ha il compito di insediarsi su un nuovo pianeta. Durante il viaggio un messaggio misterioso lo intercetterà e dovranno dirigersi su quel famoso pianeta che era stato la meta di David e Elisabeth Shaw in “Prometheus”: che fine avranno fatto? E gli Ingegneri?

Proprio come era accaduto per “Prometheus” Scott mette tanta carne al fuoco, ma realizza un film se vogliamo bipolare: da una parte una fantascienza decisamente più matura e dall’altra l’azione e il terrore più concreto e d’intrattenimento. Come insegna “Alien” si può fare intrattenimento e orrore scrivendo grandi pagine di sceneggiatura, peccato che lo stesso non si possa dire per il suo prequel.

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Veniamo dunque a quelli che sono i due più grandi difetti di un film che in certi momenti in realtà mi ha davvero entusiasmato. Innanzitutto la debolezza di un cast inesistente e che non entra mai veramente nella storia, ma soprattutto nell’azione: è lontana anni luce l’incredibile Sigourney Weaver di “Alien”, con buona pace della povera Katherine Waterston, che non è mai una protagonista all’altezza.
In secondo luogo, come accadeva anche in “Prometheus”, ci sono dei momenti in cui i personaggi (escluso Fassbender, su cui torneremo) fanno e dicono cose veramente imbarazzanti e stupide. Viene quasi da chiedersi se siano state le stesse persone a scrivere i dialoghi per Fassbender e per gli altri.

Devo ammettere che, però, il mio entusiasmo prevale sulle criticità di fronte alla regia di Scott. Se c’è una cosa che contraddistingue la grande fantascienza questa è la capacità di creare nuovi mondi credibili ed in questo Ridley Scott è veramente un maestro. Per non parlare della messa in scena di un terrore diffuso, decisamente meno forte rispetto al film del 1979, ma che permea tutta la pellicola.

Proprio come era accaduto per “Prometheus” Scott mette tanta carne al fuoco…

Tutto ciò alternato a momenti di sublime fantascienza. Il film apre con un chiaro riferimento a Kubrick e con passaggi che fanno venire la pelle d’oca, per non parlare del finale. Ma vorrei citare una scena per far capire la grandezza di questo regista. Nel momento in cui l’equipaggio incontra David (l’androide sopravvissuto del Prometheus) Scott lo inquadra nella sua “non umanità” e nel suo essere “selvaggio”. Nel momento stesso in cui vuole (e attenzione al concetto di volere connesso a quello di creare) entrare a far parte di questo nuovo gruppo, il primo gesto che compie (proprio come Watney in “The Martian”) è quello di tagliarsi i capelli, non solo per mettere a proprio agio gli altri, ma, soprattutto, se stesso.

Questo è solo un piccolo esempio delle grandi perle che un film così imperfetto contiene e che poggia su un attore che si dimostra ancora una volta uno dei migliori del panorama mondiale: Michael Fassbender. Il suo David entra di diritto nella storia della saga di Alien, proprio come questo “Covenant”, che sembra essere proprio un buon viatico lungo la strada che ci potrà dare risposta alle molteplici domande che, “Alien” prima e “Prometheus” poi, i numerosi fan di cinema si sono posti.

Matteo Palmieri