All Tomorrow’s Parties

Andy Warhol, la Factory e i Velvet Underground
(15 dicembre 2011 – 3 febbraio 2012)

Quante volte vi sarà capitato di sentir dire “Oh, Andy Warhol era un genio, è senza dubbio il mio artista preferito”, quante volte avrete visto le sue citazioni scritte su borse, tazze da the, quaderni, quante volte l’avrete idolatrato voi stessi innalzandolo a dio assoluto della Pop-Art? Personalmente io ho almeno cinque sue foto appese in camera.
Ma per una volta scordatevi tutto questo bel quadretto. La mostra alla galleria Ono Arte Contemporanea si propone di indagare, attraverso più di 85 fotografie e opere, non il Warhol commerciale, il personaggio venerato dal mondo intero, quello sulla bocca e sulle magliette di tutti, ma l’Andy della Factory, la figura umana che si cela in tutta la sua solitudine dietro le fotografie sorridenti, gli scatoloni di detersivo Brillo, le lattine Campbell’s.

Vero nome all’anagrafe Andrew Warhola, figlio di immigrati polacchi e reduce da una severa e castrante educazione cattolica impostagli dalla madre che lo condizionò in maniera inquietante per tutta la vita, tant’è che non ammettè mai di essere omosessuale e si dichiarò asessuato fino alla fine dei suoi giorni, nonostante nella Factory le orge fossero risaputamente all’ordine del giorno.

Appena entrati alla mostra ci si trova davanti a fotogrammi ripresi dai cosiddetti “Screen-tests”, ritratti cinematografici in cui Warhol chiese espressamente a 54 singoli soggetti di stare davanti alla videocamera per 3 minuti e di fare ciò che preferivano. Nico si toccò i capelli ripetutamente e civettò, Ann Buchanan guardò immobile l’obiettivo versando lacrime poichè non aveva mai sbattuto le palpebre, Salvador Dalì strabuzzò gli occhi come suo solito, Bob Dylan non ebbe il coraggio di alzare gli occhi e stette a testa bassa per tutto il tempo.

Quelle che a prima vista ci possono apparire come riprese fotografiche più intime e naturali, come Nico e sua figlia Ari in un centro commerciale, o Andy insieme al suo amante, il ballerino Gerard Malanga, sono in realtà frutto di un’elaborata e continua posa, dato che tutta la vita di Warhol fu di fatto una messa in scena, un’interminabile commedia.
Com’è noto infatti, Warhol si faceva costantemente accompagnare da tutto il suo enturage (più di 50 persone mantenute interamente sulle sue spalle) e da un fotografo: la venerazione di se stesso si mischia ad una ossessiva necessità di controllo della propria immagine, in una continua ricerca di cosa gli altri pensassero di lui.
In esposizione troviamo le fotografie di David McCabe, maestro del fish-eye, il quale ricevette l’ordine da Warhol di seguirlo 24 ore su 24 nella sua vita quotidiana per un intero anno. Il risultato non fu ciò che l’artista si aspettava: al termine del ‘64 rimase profondamente scontento degli scatti presentatigli, e ne impedì la pubblicazione (che avvenne di fatto dopo la sua morte).
Le opere vere e proprie firmate Andy Warhol che troviamo esposte alla mostra sono presenti in galleria in quanto sono presenti anche nelle fotografie: le serigrafie venivano prodotte a mano nella Factory, dove Andy passava nottate intere a dirigere quasi schiavisticamente i suoi “collaboratori” nella creazione dei suoi celebri quadri.

Troviamo una serie di scatti di Anton Perich ritraenti bellissime Drag Queen che furono raccolte dalla strada da Andy, che le portò in un attimo da sconosciute a ricercate “Superstars”, per poi buttarle come fazzoletti usati una volta stancatosi di loro. Questa era la vita della Factory.
Gli sfrenati party attiravano persone dell’alta società di New York e del mondo intellettuale dell’epoca quali Basquiat, Mapplethorpe e De Kooning, mescolate a travestiti in condizioni di povertà estrema, appena raccattati dal marciapiede.
Le storie romanzate di tutti i personaggi che frequentarono questa innovativa fabbrica dell’arte contemporanea furono di fatto create ad hoc per celare la verità sulle loro vite distrutte dalla droga e dalla solitudine.
Tra tutti citiamo Andrea Feldman (presente in una fotografia davanti al locale Max’s Kansas City, situato di fianco alla Factory) che dopo aver indetto un party in un grattacielo invitando tutti i suoi ex-fidanzati, si suicidò nel bel mezzo della festa gettandosi dal 40° piano tenendo tra le mani un crocifisso ed una bibbia.
E che dire dell’innocente, candida Edie Sedgwick, alla cui memoria è stato dedicato il film “Factory Girl”? Passata dall’essere pupilla assoluta di Warhol e modella per Vogue e Life, a ricoverata presso svariati ospedali psichiatrici e morta per overdose di barbiturici. Ma solitudine di Andy Warhol in primis: quando nel ‘68 subì un attentato per mezzo di coltellate e spari da parte della sua ex-protetta Valerie Solanas, che lo accusava di avere “troppo controllo” su di lei, nessuno dei sui affiatati amici andò a trovarlo in ospedale.

Ai neo-nati Velvet Underground fu imposta forzatamente come voce solista la modella tedesca Nico: la collaborazione tra il gruppo e il mecenate durò solamente un anno, giusto il tempo per produrre un album che tuttora è considerato tra i migliori della storia, “The Velvet Undergrund & Nico”. Grazie ad Adam Ritchie (presente all’inaugurazione della mostra), Lisa Law e Fred McDarrah ripercorriamo questa collaborazione, dalle primissime performance live dei Velvet all’Exploding Plastic Inevitable, uno tra i primi veri show a 360°, completo di performance di danza, giochi di luce e psichedelia, ma che fu interrotto dopo pochi giorni a Los Angeles per circolazione di droga e disturbo alla quiete pubblica.
In mostra troviamo una versione inedita della copertina dell’album, mai mandata in produzione, che rappresenta le labbra di Nico intente a bere dalla cannuccia una Coca-Cola, simbolo pop per eccellenza. Se qualcuno di voi si fosse chiesto cosa si trovasse pelando la famosa buccia gialla che fu scelta come copertina ufficiale la risposta è: una banana rosa. L’ennesima citazione sessuale provocatoria.

Se avete voglia di aprire gli occhi e scoprire cosa si celava dietro alle sorridenti Marylin colorate avete tempo fino al 3 febbraio.

Renèe Moorà Ferri
Grazie a Vittoria Mainoldi per la collaborazione.

ONO ARTE
http://www.onoarte.com/

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