An Harbor : l’esordio fra i “fumi” del successo

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Federico Pagani ci svela i progetti per i prossimi mesi, fra lo stupore dell’exploit di x-factor e la voglia di rimanere coerente alle origini

Foto e Testi Francesca Pradella | www.10photography.com

Incontro An Harbor al Luna Park, dove scatterò le immagini del servizio fotografico a seguire. Si avvicina educato e sorridente, e capisco immediatamente di avere di fronte una persona alla mano che, nel turbine della “ celebrità da fast food”, ci si è ritrovato per caso. Del resto, sono stati i suoi amici ad iscriverlo ai provini per X Factor dove, esibendosi con il suo inedito By the smokestack, aveva commosso e convinto la giuria. Ma il vero banco di prova non è il talent, bensì i live non televisivi ed è su questi che si è concentrato in questi mesi.

Ciao Federico, cosa stai facendo attualmente?

Se lo stanno chiedendo in tanti. Faccio svariate cose. Fondamentalmente, però, sto registrando questo disco. Sta venendo strano. Spiazzerà parecchio, credo. Non è cantautorale, non è folk. Sarà molto più elettronico, un po’ RnB amalgamato a synth, con un vibe anni 80. Un disco pop, di base, arrangiato con quelle che sono le cose che sto ascoltando attualmente. Ci stiamo lavorando io , il producer ed un amico che mi aiuta con le tastiere. Rientreremo in studio per registrare i cori e, nel frattempo, sto anche finendo il disco con l’altra mia band, gli ANTS, dove canto e suono la chitarra. Il singolo è finito, il video è in fase di color. Inizi di maggio ( quando esce questo articolo, ndr) , dovrebbe uscire. Entro l’estate farò uscire un altro singolo ed in autunno tutto il disco. Poi, finalmente, il tour.

Ancora one man band?

Su questo, ho qualche dubbio. Sarò solo, ma allestirò un set più consistente, magari con una drum machine, un synth. In ogni caso, punto a gestirlo per conto mio. Magari con una chitarra elettrica al posto dell’acustica. L’idea è di provare a portare in giro un live con la band, con le persone che stanno collaborando al mio disco. Basso, batteria, synth, pianoforte, chitarra e voce. Non è così semplice.

Suonare per locali è parecchio difficile?

In realtà la difficoltà è più propormi con una band, perché la gente si aspetta di vedermi solo sul palco, per come mi ha conosciuto. Si spera che, ascoltando i nuovi brani, sapranno accettarmi anche in questa mia nuova dimensione, inedita. Già il singolo, tutto in inglese, spiazzerà abbastanza. Per comporre, è la lingua che mi viene più naturale. Sto cercando di scrivere anche in italiano, ma è ancora un po’ prematuro. In futuro, chissà.

Come ti sei avvicinato alla musica?

Suono da quando ero ragazzino, per caso, con gli amici. Ho esordito come cantante. “Facciamo qualche cover, boh!!” . Non avrei mai immaginato di arrivare qui, di potermi esibire. All’inizio ero terrorizzato. Poi ho superato questa paura che si è trasformata, invece, in ciò che amo di più. Una quasi-dipendenza, oserei dire.

Da quanto tempo ti esibisci?

Da quando avevo 16 anni ed ero un ragazzino. Ho suonato il basso, la chitarra, ho avuto band di generi diversissimi, dal gruppo pop-punk, al gruppo noise sperimentale dove urlavo cose matte dietro ad effetti per chitarra. Essere polistrumentista mi ha aiutato a sfogare la creatività, a seguire percorsi nuovi e a non annoiarmi.

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Se potessi scegliere un gruppo al quale unirti domani?

Questa è veramente difficile. ( ci pensa un po’ ndr). I miei idoli sono il signor Springsteen, come si è dedotto anche dalle mie interviste precedenti. Chiaramente, per lui, mi accontenterei di impugnare la chitarra, in un angolino. Stimo molto anche Greg Dulli, l’uomo alle spalle dei The twilight singers, sarei felice di fare un disco con lui. Come band ce ne sono troppe che mi piacerebbero. Davvero, non saprei chi altro citare.

E come artisti italiani?

Eh, anche qui ce ne sono vari. Io cito sempre Le Sacerdotesse dell’isola del piacere che sono degli amici con cui sto anche suonando e che hanno appena fatto uscire un disco per un’ etichetta che si chiama V4V; è un disco punk-anni novanta. Mi piacciono molte cose elettroniche tipo Go Dugong , Popolous, God Bless Computers. L’altro giorno ho sentito un nuovo ragazzo che ha fatto uscire un disco per la casa discografica Tempesta, si chiama Erio ed è molto bravo. Somiglia a James Blake e un po’ Bon Iver. Mi piace molto anche l’Hip Hop italiano. Uno dei miei dischi preferiti è “107 elementi” di Neffa. Anche Mecna. Insomma, quel giro di hip hop un po’ più colto.

Cosa pensi del festival di Sanremo?

Il festival mi incuriosisce sempre, ogni anno. Cerco di seguirlo. Quest anno ammetto di esser stato meno interessato. Tifavo un po’ per Nek, che mi sta simpatico, col suo retaggio ventennale.

Quale è la difficoltà maggiore per esibirsi, in base alla tua esperienza?

Adesso gira tutto più facile, ed è strano. Ormai, è quasi un anno che mi chiedo cose sulla fatica fatta prima. E’ pazzesco che basti questa piccola cosa per scatenare tutta una serie di meccanismi rimasti bloccati per anni. E’ come un domino. E’, a tratti, un po’ alienante.

Ti è mai stato chiesto di partecipare a programmi di dubbio gusto?

No, non ancora. Non ho avuto proposte di questo tipo. Forse perché sono più schivo e strano da inserire in certe situazioni, anche perché canto in inglese.

Il tuo strumento d’elezione?

La chitarra.

Altri?

Ultimamente sto suonando parecchio il pianoforte, anche se non sono molto esperto. Ed i synth, che saranno presenti nel disco. Dopo anni, la chitarra comincia ad essere un po’ limitante. Certi suoni retrò mi stanno aprendo parecchie nuove prospettive. Sperimentare, innovare, cambiare. Questo mi è di ispirazione e mi stimola.

Se dovessi dare un consiglio ad un ragazzo che vuole intraprendere la tua carriera?

Il talent, e non dovrei dirlo io, tendo a sconsigliarlo. Perché si rischia di essere fraintesi. I meccanismi televisi sono quelli. Non hai controllo della tua immagine, potresti uscirne diversamente da quello che sei, un po’ come è successo a me.

Puoi svelarci qualcosa sul tuo nuovo video?

Appena è scoppiata questa cosa, mi ero sentito con degli amici di Brescia che hanno una piccola casa di produzione chiamata Secret Wood e che mi hanno detto: “ bisogna far subito il video!”. E l’abbiamo girato all’istante, per farlo uscire in due settimane. Poi, per una serie di ragioni lunghe, è tutto slittato, purtoppo. Il pezzo nel frattempo è stato congelato, come le registrazioni. Io ero in tour con 30 date e mille altri impegni, quindi abbiamo posticipato tutto. Il ragazzo con cui stavo registrando, aveva cose grosse in ballo e quindi abbiamo lavorato pezzettino per pezzettino. La canzone è quella di X factor, ma ri-arrangiata completamente. Sarà un po’ un effetto sorpresa per chi si ricorda la versione dei provini.

Se dovessi suonare in una cover band?

Se dovessi fare cover, senza ombra di dubbio farei qualcosa di soul e rhythm and blues anni sessanta e settanta, stile Motown.

Hai mai pensato di esibirti anche all’estero?

Ci ho pensato. Ho suonato in passato con una band. E’ un qualcosa che mi piacerebbe e sto cercando di capire come muovermi a riguardo. Sarebbe una bella esperienza.

Un messaggio per migliorare il problema delle opportunità degli esordienti, in Italia?

C’è poco coraggio nell’investire in cose esportabili all’estero. Ci sono band e cantanti facilmente accostabili anche a grandi nomi internazionali, ma si è un po’ restii a farlo. C’è un po’ un’ egemonia del pop italiano, si ha paura di uscire da questo ambito. Sarebbe bello sfondare questa barriera, lasciar entrare qualcosa di diverso e di meno “locale”. Di dar spazio alla sperimentazione.

Infine, perché comprare il tuo album?

Domanda non facile… Forse perché è davvero l’album a cui tengo di più, è un po’ tutta la mia vita. Ci ho messo sangue, sudore, lacrime e tutto quello che amo musicalmente ( almeno, ad oggi). E’ 100% An Harbor o, meglio, Federico. E, come ho già detto, credo sorprenderà perché diverso da ciò che si aspetta dal mio passato. Spero, positivamente.

Francesca Pradella

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