Arctic Monkeys

“Suck It And Try”
(Domino Records, 2011)

“L’avvenire ci tormenta, il passato ci trattiene e il presente ci sfugge” Gustave Flaubert

Il baffone normanno aveva ragione, ancora una volta tocca ammetterlo. Lui conosceva i suoi polli, le sue galline e quel pollaio schiamazzante che è il mondo, e aveva ragione, che stesse parlando della vita di provincia, dei notai che si sentivano poeti, di sé stesso o dei gruppi di Sheffild, il distretto delle acciaierie.

Passato
E’ il 2006 e gli Arctic Monkeys deflagrano sulla scena, con un album che unisce la poetica dei geezer, in polo che fanno la fila davanti ai club, al riduzionismo del neo rock (quelle linee di chitarra dalla luminosità levigata delle canzoni degli Strokes, dei Franz Ferdinand o dei Libertines). Loro hanno diciannove anni, tritano canzoni degne della British Invasion (“Fake Tales From San Francisco”) e tengono i colletti delle loro Fred Perry orgogliosamente alti. Pur con la scomoda etichetta di Next big thing conquistano tutti.

Presente
Dopo un album rischioso come “Humbug”(Domino 2009) qualsiasi passo poteva sembrare quello falso. “Americanizzarsi” con un rock sempre più heavy con la psichedelia alla Black Sabbath che aveva suggerito Josh Homme in camera di produzione, o cambiare ancora, sempre alla ricerca di sé stessi, come gli artisti che avevano dimostrato di essere? Ai primi ascolti “Suck It And See” (slang che sta per “prova e vedrai”) nel suo essere eterogeneo appare confuso o privo di idee. Insicuro. Sono tornati indietro o andati avanti? Con la sua apertura smithsiana (“She’s Thunderstorms”) o con il rock classico di “Brick By Brick” dove si sfiora il plagio ai Pearl Jam del loro album omonimo (quello dell’avocado, 2006) la risposta sembra né avanti né indietro. E subito tutti a dire che gli Arctic hanno più ispirazione che idee, che han perso l’energia; non credeteci.
“Bryck by Bryck” ha un testo ridicolo ma è pur sempre una bella canzone, godibile. La cupa “Library Pictures” ricorda i Coral più eterei, è una traccia coinvolgente, dove si uniscono le più recenti esperienze psichedeliche con i ritmi degli esordi. Occhio che ci sono tracce deboli eh, come “Love Is a Laserquest”, ma altre migliori come “Suck it And See” oppure “Thats Where You’re Wrong” sempre nell’ombra degli Smiths.
Questo perché Alex Turner può essere considerato un autore valido, (andate a sentire la colonna sonora “Submarine”) cosa che forse non possiamo dire di Pete Doherty (men che meno degli autori dei Razorlight o dei Paddingtons caduti giustamente nel dimenticatoio), e anche se questo non sarà l’album dell’anno ( a quello ci ha già pensato James Blake forse) è almeno un album fatto di canzoni nel quale possiamo pescare certi di trovare qualcosa di bello. Un po’ come ci avevano abituato gli Oasis. “Been watching cowboy films/On gloomy afternoons/Tinting the solitude/ Put on your dancing shoes /And show me what to do” All My Own Stunts. Perché anche se “All My Owns Stunts” ha un cordone ombelicale che parte da Ray Davies, passa per Morrisey e giunge fino a noi, qualcosa dentro lo muove. Con la loro quarta prova gli Arctic mischiano ancora le carte in tavola tornando in territori più “inglesi” pur non scordando le precedenti intuizioni, e riempiono ogni canzone con quella maturità che si sono guadagnati negli ultimi cinque anni.

Gregorio Enrico