Arrival

Che cosa vorranno degli alieni che all’improvviso atterrano, o per la precisione levitano, sulla Terra? Prima di scatenare una nuova Guerra dei mondi, l’opzione migliore è quella di chiederglielo. Purtroppo stavolta non si riesce a comunicare semplicemente con sequenze di poche note musicali come nell’incontro ravvicinato del terzo tipo pensato da Spielberg. Ecco perché diventa fondamentale l’apporto dell’affermata linguista Louise Banks, interpretata da Amy Adams, per trovare il modo più pratico e veloce di capirlo. Villeneuve nella sua carriera internazionale ha sempre raccontato conflitti. Da La donna che canta a Sicario passando per Prisoners e il lynchiano Enemy, poco importa che sia guerra vera o lotte intestine.

Al suo primo film di fantascienza ci si domanda se sarà così anche stavolta, oppure l’incontro con una razza totalmente diversa diverrà l’occasione per imparare qualcosa. Il titolo del resto non aiuta più di tanto a far chiarezza: “l’arrivo” lascia aperte tutte le ipotesi. Il regista canadese lo sa bene e in un primo momento gioca più col thriller che con la fantascienza pura, preferendo inquadrare la frenesia dei mass media, il panico generale della folla e le reazioni sul volto delle persone piuttosto che il motivo di tutto questo clamore. Lo si scoprirà insieme a Louise che, già frastornata dalla traumatica perdita della figlia adolescente, viene inviata all’interno di una delle dodici navicelle-uovo distribuite qua e là sul pianeta per un primo contatto.

Ancora una volta si deve fare i conti con l’ignoto e la paura per l’Altro, rappresentato da alieni eptapodi dall’aspetto, non particolarmente originale, di calamari giganti che comunicano attraverso suoni cacofonici e segni non alfabetici circolari.

Arrival ambiziosamente si eleva ad apologia di scrittura e dialogo, trattati come una conquista inviolabile e base per una nuova comprensione dello spazio tempo, creando una delicatissima quanto raffinata riflessione sull’accettazione umana della mortalità, sul destino, sul ruolo della scienza e sui rapporti interpersonali.

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“Human” scrive per la prima volta Louise sulla lavagnetta che mostra agli alieni. Chi più umana di lei che sa cos’è la vera perdita, che prima di attaccare vuole conoscere e che si toglie una spaventevole tuta di protezione (verrebbe da dire, da aliena!) per mostrarsi intimorita ma autentica? Il tutto mentre fuori si corre su un equilibrio tra attesa e intervento armato sempre più precario. Basterebbe poco per farlo saltare, per esempio una parola polisemantica tradotta nella sua accezione peggiore. Difficile dissuadere un mondo ad agire in modo diverso dalla sua stessa storia, un mondo sempre più su larga scala nazionalista e nel singolo arrogante, se non per chi è intimamente già pronto ad una comprensione evolutiva, al cospetto di una astronave-monolito dalle curve morbide e circolari. Anche allo spigoloso monolito di Kubrick occorre un’evoluzione…

Dolorosa ma affascinante la visione di Villeneuve, che ancora una volta sceglie una donna come protagonista in un
mondo violento e diffidente, qui rendendola depositaria della salvezza umana. Un po’ come succedeva in Sicario,
peccato per il poco approfondimento del protagonista maschile Ian Donnelly (Jeremy Renner) che viene relegato ad un
ruolo poco più che pretestuoso. Straordinaria direzione artistica dai colori freddi. Campi lunghissimi e agorafobici che lasciano l’uomo abbandonato a se stesso, schiacciato dalla presenza di un’astronave extraterrestre fluttuante alta centinaia di metri. Inquietante la bellissima musica dell’islandese Jóhann Jóhannsson.

Dello stesso regista a fine anno arriverà nelle sale Blade Runner 2049. Se vi erano dubbi su come si sarebbe comportato col genere, come biglietto da visita questo Arrival non è niente male.

Davide Miselli