BARCAZZA

di Francesco Cattani
(Canicola, 2011)

Tra i modi più validi per valutare l’elasticità di una coppia quello di andare in vacanza assieme è sicuramente uno dei più alienanti, giuro, e anche se stai facendo segno di no con la testa perché non ci credi puoi sempre provare di persona. Oppure dare un’occhiata alle statistiche che parlano piuttosto chiaro: il sedici percento delle coppie dopo una vacanza assieme trova conferma nelle proprie convinzioni, il dodici si sposa, il venti si separa e i restanti tornati a casa estinguono il conto corrente, cancellano il profilo facebook e preparato uno zaino spartano, indossano dei sandali di iuta, salutano amici e parenti e partono per un viaggio a piedi in India alla ricerca di se stessi.
Probabilmente, ma su questo non posso giurare: siamo in un campo tuttora oscuro e ambiguo della statistica dove nessun tecnico si è ancora calato, succede perché quando si è in vacanza non si hanno appigli saldi con la realtà e si passa tutto il proprio tempo con il partner. La routine vacanziera, monotona e eterea, priva di impegni e pensieri, lascia il tempo di conoscersi senza filtri e con il totale accesso al reciproco mondo interiore, senza finzioni o scappatoie.
Francesco Cattani, classe 1980, con il suo “Barcazza” disegna diverse situazioni tipo di un gruppo di turisti in vacanza che vedono emergere la loro inadeguatezza quando si trovano di fronte alle rispettive relazioni, siano con se stessi, siano con gli altri. Sono embrioni troppo superficiali per affrontare la realtà e troppo consapevoli per non rendersi conto di come si comportano.
Ci sono una giovane coppia, una zia divorziata con un aggregato roteante e molesto di bambini tra l’infanzia e l’adolescenza. Con un tratto spoglio e aspro Cattani raffigura i profumi interiori di questi personaggi che trovano il loro correlativo con la luminosa e statica monotonia dei paesaggi delle coste mediterranee e delle case vacanze. Non-luoghi eternamente uguali a se stessi dove emerge una visione sgradevole, di questa micro-umanità.
Fuori dal tempo e dondolati dall’acqua i protagonisti sciorinano luoghi comuni sugli adolescenti e prendono il sole; grotteschi e rilassati come le più riuscite macchiette di De Sica nei panni dei multiformi baluba Milanesi nelle commedie degli anni novanta.
Riuscite le situazioni chiave, Nico al telefono, il phon che riempie il silenzio di una coppia che non sa spiegarsi, oppure le tavole iniziali dei tre che si scambiano opinioni, in cui il lettore può comprendere le tensioni presenti dalla loro semplice disposizione. Debole la simbologia utilizzata per riassumere lo stato delle cose: la porta sfondata o la scena della masturbazione sul letto che sembra un po’ scontata; ma al di là di tutto efficace.
Barcazza” ha riscosso un buon successo sia a livello Italiano che straniero, in Francia è stato segnalato come uno dei fumetti più interessanti pubblicati nel mese di Aprile, è edito da CanicolaCattani è tra i fondatori di Ernest virgola un blog di grafica e fumetto.
A parte qualche semplificazione Cattani è sicuramente un autore profondo e interessante che in “Barcazza” ha unito fumetto indipendente alla pensierosa leggerezza che accomuna sia le vacanze di tutti, gli anziani sulle panchine del lungomare ligure che aspettano l’ennesimo tramonto parlando dei loro figli, alla filmografia di Eric Romher. E quando con i piedi sanguinanti e impastati di fango nei tuoi sandali di iuta arriverai a riempirti gli occhi dei verdi monti Aravalli nel distretto di Udaipur, la regione dei laghi, non proverai assolutamente nulla, allora capirai che non è cambiato molto da quando guardavi il tuo ragazzo mangiare il gelato in quella vacanza al mare cercando di capire cosa sentivi per lui, e ti renderai conto che una parte dentro di te è morta per sempre: spegnendosi di colpo come l’illuminazione elettrica di un arteria stradale in periferia.

Gregorio Enrico

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INTERVISTA A FRANCESCO CATTANI
di Gregorio Enrico

Come è nato “Barcazza” e come si è evoluto durante la stesura?
Barcazza è nato come racconto breve, autoprodotto nel 2007 con l’etichetta indipendente “Ernest”, fondata lo stesso anno con due amici fumettisti, Sara PavanVincenzo Filosa, proprio allo scopo di poter raccontare delle storie senza dover scendere a patti con le case editrici propriamente dette. Questo mi ha permesso di lasciar germogliare l’idea in modo naturale, libera da schemi classici che a quel tempo non ritenevo idonei al mio modo di raccontare.
Dopo questo primo passo, la casa editrice bolognese Canicola, un anno fa, mi ha chiesto di fare un libro di questa vicenda. Mi sono così ritrovato a fare i conti con una dimensione narrativa ormai lontana, in cui i personaggi della storia e le persone che in qualche modo l’avevano stimolata non mi appartenevano più, in parte non erano nemmeno più presenti nella mia vita, per cui ho dovuto ricercare nel mio presente nuovi stimoli, nuovi punti di osservazione che coincidessero e sviluppassero quel mondo che era solo abbozzato nella prima stesura poi divenuta il capitolo iniziale del libro.

Perché hai scelto di ambientarlo durante una vacanza, ritieni che l’atmosfera statica (perché si è lontani dalla realtà abituale) delle vacanze fosse utile ai fini della storia?
Beh, effettivamente avevo bisogno di isolare i componenti di una famiglia e metterli in una situazione neutra in cui fossero costretti ad interagire, inoltre un’atmosfera così luminosa ed evocativa, quasi involontariamente poetica, strideva più di qualsiasi altro contesto con la bassezza dei sentimenti e dei bisogni delle persone rappresentate. Sono state però scelte istintive. Ciò che è sicuramente vero è che avevo bisogno di allontanarmi dalla realtà abituale o meglio (e qui rispondo in parte alla prossima domanda) dalla realtà a cui mi sono ispirato nel creare la storia; mi spiego: il primo capitolo è nato trascrivendo il dialogo di una discussione tra me e una mia zia a proposito di mio cugino, suo figlio per l’appunto: semplicemente per necessità, per reazione impulsiva, ho sentito il bisogno di fissare sulla carta, forse allo scopo ragionarci in seguito, una situazione fastidiosa creatasi all’interno della mia famiglia che mi vedeva coinvolto in prima persona. In seguito mi è venuto spontaneo cominciare a raccontarla a fumetti ma ambientarla nel contesto originale in cui la discussione avvenne mi avrebbe sottoposto al rischio di venire scoperto, per cui ho naturalmente attivato un’operazione di “travestimento” grazie alla quale in realtà ho poi compreso importanti questioni legate alle tecniche della narrazione e quant’altro. Così facendo ho straniato i personaggi: si sono staccati dalla matrice del mondo reale reinventandosi nella mia testa, divenendo originali e non più copie di una realtà autobiografica.

Il tuo libro è stato definito Carveriano. Adrian Tomine ha intelligentemente osservato che”Tutto ciò che è inconcludente viene definito carveriano, come tutto ciò che è bizzarro è kafkiano”. Come la pensi a riguardo? La tua è una storia inconcludente?
No, non credo sia inconcludente. Semplicemente ho dovuto depurare molto, isolare i personaggi da una possibile trama che avrebbe sicuramente distratto lo “spettatore”. Quello che mi interessava era il tentativo di risucchiare il lettore in uno stato d’animo, fargli provare lo stesso mal di pancia e incapacità di agire dei personaggi nella storia.
Mi interessava porre l’accento semplicemente sulle dinamiche umane, sulla difficoltà di interazione tra le persone, e sottostare a uno schema narrativo forse non mi avrebbe permesso di lasciare i personaggi liberi di agire secondo la propria personalità, i propri bisogni. In fondo “Barcazza” è questo, una specie di osservatorio, un contenitore dove i personaggi si muovono senza una meta precisa, semplicemente in balia delle pulsioni proprie e degli altri, azioni che man mano, stratificandosi e condizionandosi vicendevolmente vanno appesantendo i rapporti e l’esistenza in un quotidiano forse fin troppo comodo. In questo sicuramente Carver, come altri grandi scrittori, è un maestro.

Che cosa hai voluto rappresentare con questa storia? C’entra qualcosa l’incapacità dei personaggi?
Sì, direi di sì, penso che il centro di tutto sia proprio l’incapacità di comunicare, dei personaggi, ma anche delle persone in generale. Mi sembra che per quanto si tenti e si investa tutto il proprio impegno sia veramente difficile mantenere lucidità e serenità nei rapporti con gli altri, o meglio rappresenta un traguardo, una conquista che si fa maturando grande consapevolezza di sé e rispetto di sé e degli altri. Magari sembrano paroloni, ma mi ritrovo di frequente impigliato in rapporti che si aggrovigliano sempre di più a ogni tentativo di renderli più semplici e sinceri. Probabilmente alla fine la causa sono io, altrimenti non si spiega!

C’è qualcosa di autobiografico in “Barcazza”?
Come dicevo di autobiografico c’è tutto e niente, c’è una pulsione iniziale, ci sono eventi e personalità da cui attingo naturalmente per fornire materiale ai personaggi, ma tutto viene rimescolato e soprattutto una volta dato il via tutto prende una propria piega inaspettata e “autarchica”, per così dire.

Il tuo modo di disegnare a chi si ispira? Verso chi ti senti in debito? Probabilmente è un paragone fuori luogo, però mi hai ricordato per certi aspetti Raymond Pettibon.
Questo non te lo saprei dire, ho sempre studiato molto la scultura e la pittura del rinascimento e barocca, il fumetto ho cominciato ad esplorarlo abbastanza tardi, ma sono tanti gli autori che ammiro. Il mio modo di attingere al loro lavoro è irrazionale, non saprei dire con esattezza chi e quando mi ha condizionato. Su questo non ho per niente una visione lucida!
Allora: Shulz, Munoz, McCay, Bacilieri, Alex Raymond, Chester Brown, Mazzuchelli, Fior, Blain, Pratt, Shepard, Tove Jansson, Spiegelman, Gipi, Mattotti, Go Nagai, Taniguchi, Matsunaga, Miyazaki, Otomo; questi spaccano.

Fumettisti che promettono bene?
Eh, ce ne sono molti, mi sembra. Quasi tutti gli autori che pubblicano su Canicola, cioè, sulla rivista della casa editrice con cui è uscito “Barcazza” in Italia, mi piacciono molto e sono più che promettenti. Vai, ti faccio un altro elencone telefonico random: Tota, Filosa, Setola, Monti, Vahamaki e poi altri, non di Canicola, bravi e giovani, come Portolano, Sagramola, Settimo, Lise e Talami, Roberto Laforgia e molti altri che ora non mi vengono in mente perché magari non capita spesso di frequentarli. Insomma c’è fermento. Poi c’è Sara Pavan con cui soprattutto all’inizio ho ragionato molto di metodi narrativi, ma anche di punti di vista sulla società e altre robe complicate, aspetti in cui sicuramente è imbattibile, anche se ora dal fumetto ha trovato la sua strada nel cinema.

Come è nato il blog Ernest? Come è organizzato il lavoro? Quali sono le fanzine che segui e che ti piacciono?
Il blog di “Ernest,” è nato innanzitutto come interfaccia comunicativa interna al gruppo stesso che è molto ampio e geograficamente distribuito su tutta la penisola. In secondo luogo come bacheca delle nostre iniziative all’interno della scena del fumetto e dell’editoria autoprodotta. Insomma un blog di spiccata autoreferenzialità. Ernest è un gruppo di pigri di talento che progetta da molto tempo un vero sito e una seconda antologia. C’è da dire anche che siamo dei perfezionisti e dei patiti del fatto a mano, vista poi tutta l’attenzione e i riconoscimenti ricevuti dai singoli autori del gruppo (recentissimo il premio nuove strade a Lise/Talami), sappiamo bene che il prossimo passo dovrà essere curatissimo ed esplosivo seppur sempre con la nostra indole informale.

Hai in programma o stai già lavorando a qualcos’altro?
Si sto lavorando al mio prossimo libro. Anche questo nasce da un racconto breve addirittura precedente a “Barcazza” e a Ernest (che però lo ha ripubblicato): “Occhi Vuoti“. In questo caso sto proprio ridisegnando tutto, non solo per una questione meramente estetica, ma perché l’esperienza del primo libro mi ha fatto capire come gestire dei punti che, quando ho inventato il racconto breve, non ero pronto a sviluppare. Anche se in linea generale la storia è scritta da anni.

Ti mantieni con i fumetti o hai un lavoro?
Premetto che vivo in modo molto modesto e che questa è una scelta dettata dal mio bisogno di raccontare storie, per raccontare storie ho bisogno di tempi lunghi di macerazione e realizzazione, insomma l’esatto contrario di come funzionano le cose nel mondo dell’industria culturale oggi. Di fumetti, almeno del tipo di fumetti che faccio io e coi tempi con cui li faccio io, in Italia non si vive. Per pagare affitto e bollette faccio l’illustratore: guide turistiche, copertine, inserti disegnati sono quello che mi permette di andare avanti avendo il tempo per fare anche le mie storie a fumetti. E questa è una scelta di vita che inevitabilmente condiziona anche il tuo privato.