Battles

“GLOSS DROP”
(WARP, 2011)

Decostruire, ricostruire il suono. Non dare all’ascoltatore un punto di riferimento stabile. Farlo vivere nella perenne illusione di aver rintracciato qualche influenza, un tessuto della stessa grana nella quantità di brandelli gettati in ogni traccia.
Giocare a fare il gruppo indie. Essere la filarmonica di una futura cyber metropoli. Riscoprire ritmi elettronici. Riscoprire ritmi affatto elettronici. Il pop-positivo. E le tastiere.
Se si potesse sintetizzare in pochissimo quello che hanno costruito i BATTLES con soli due dischi, questa sarebbe parte di un flusso di coscienza dovuto.

Nel 2007, Mirrored, si era innestato in un panorama volutamente elitario in cui si piangevano i Libertines, si impallidiva per gli Arctic Monkeys, si cantavano gli Strokes e si ballavano i Franz Ferdinand. Un disco diverso che era stato scoperto da molti, me compresa, in ritardo.
Ecco il punto su Gloss Drop, disco che vede la partecipazione di diversi ospiti che firmano alcune delle tracce più significative e la defezione – a disco già annunciato – di Tyondai Braxton.
Il primo brano della tracklist è uno dei più interessanti: Africastle, sospeso tra ritmi da spy-story e prog, si fonde con l’ansimare dei primi secondi di Ice Cream, realizzato con la partecipazione di Matias Aguayo e scelto come singolo: eclettico, tra i meglio riusciti e altamente rappresentativo del variegato lavoro della band. Lo stile di Mirrored ritorna in Wall Street che apre la strada a My Machines (con Gary Numan), canzone dalle atmosfere vagamente post-punk inglesi e Dominican Fade, traccia insolitamente esotica che però si amalgama bene con il particolarissimo interesse che i Battles conservano sempre per le percussioni.
Gli altri ospiti si nascondono – per modo di dire – in Sweetie e Shang (con Makino dei Blonde Redhead), brano non troppo esaltante e dal sapore di qualcosa di già ascoltato, e in Sundome (Yamantaka Eye) che conclude l’epopea multicolore della band inglese e che si prolunga per quasi otto minuti in un carosello di suoni sintetici e vagamente tribali.
Tra episodi incredibili e parentesi meno entusiasmanti, gli sciamani del math-rock hanno allargato il caleidoscopio dei loro suoni confezionando ancora una volta un disco diverso, aperto a mille intuizioni e suggestioni che troveranno sicuramente sviluppo in seguito.
Un disco unico, nel bene e nel male.

Sara F.