Per i dipendenti da MP3

Pratici consigli per migliorare la propria esistenza nell'affollato mondo della musica (il)legale

I Break Horses

“Hearts”
(Bella Union, 2011)

Dalla immensa Svezia un’altra band che porta con sè tanto dal passato, quello shoegaze decisamente figlio di fine anni ’80 che è ritornato di moda ai giorni nostri, ma con una carica interna e dalla spiccata sensibilità sonora non da tutti i giorni. Pare che il duo si sia conosciuto in un forum di ipocondriaci, e che dire, se il timore di malattie regala ispirazioni di questo tipo, ben vengano (le paure). Questa eterea psichedelia sbiadita si esalta in malinconiche sensazioni e provoca una rilassatezza non indifferente. La voce è soffusa, bellissima, pacata e accarezza dentro il cuore. Da ascoltare in un momento di estrema pace.

“Pulse”
Una lenta cantilena ammaliante, costruita però su una ritmica decisa ma ripetitiva fino a alla fine.

“Wired”
Per i nostalgici del passato questa Wired fa da ponte tra ieri e oggi, succede che su una drum machine secca, a tinte indie e su una lontanissima voce si sospenda nell’aria un sogno che si conclude su note che sembra siano state scritte dai My Bloody Valentine di Loveless.

Alessandro Rabitti

Alive She Died

“Viva Voce”
(Autoproduzione, 1985)

Il minimalismo decadente è riuscito a toccare persino quel lucente paese che risponde al nome di Grecia. Gli Alive She Died ne sono una dimostrazione, riuscendo a creare atmosfere sì post-punk, ma con una dolce malinconia, sia con una particolare linea vocale, sia con synth magistralmente ipnotici dal tocco elettro-spaziale. Questo album si dipana lentamente, si inietta di finta cacofonia e intacca la mente. Fino a sciogliere.

“The First Night”
Un brano con un ritmo forsennato ma quieto nel suo modo di essere cantato, una tastiera seghettata che ne scandisce la potenza, una ritimca decisamente danzereccia da ballare in una serata gothic, o ebm. Una serata grotesque dovrebbe avere questa canzone in scaletta.

“She’s Lost Control”
Una grandissima revisitazione di questa canzone dei Joy Division, apprezzabile innanzitutto perchè gli Alive She Died non tentano minimamente di imitare il gruppo originale, ma ne danno una versione del tutto propria, inaspettata ed irriconoscibile a tratti, con quel tocco di pathos che solo grandi gruppi riescono a dare.

Alessandro Rabitti

The Dartz

“Proxima Parada”
(Autoproduzione, 2009)

É dalla Russia, precisamente dalla vecchia Leningrado, che provengono i The Dartz, una numerosa band di impatto folk, che si dedica a composizioni proprie, ma anche a traduzioni, o reinterpratazioni di brani provenienti da quel substrato popolare, sparso qua e là nel nostro mondo rotondo. Un esempio può essere La Locomotiva di Francesco Guccini. Parlando di Proxima Parada, è un album intriso di arrangiamenti folk, contaminati da forti elementi acustici, brani lenti, espansi, aggraziati che rivelano una forte componente etnica, tra flauti, mandolini e bonghi vari. Se qualcuno volesse vederli dal vivo, ogni tanto sfiorano il centro est d’Europa.

“Баллада маяка Ар-Мэн”
Il brano più lungo del disco, un doppio viaggio, andata e ritorno, tra esperienze flauto-onirico-mentali e selvagge, un pop-folk che attraverso un climax di ritmi, assoli di tastiere e chitarre e un tuffo finale in un britpop champagne-supernoviano stupefa l’ascoltatore, portandolo alla dipendenza. Una droga.

“Косинога”
Un pezzo rock-folk, discendente quasi diretto dei più noti Jethro Tull, soprattutto per questa presenza costante del flauto. Belli anche i cori che danno più forza alle sponde di questa traccia che ed assoli hard rock, ma molto più corti. Non a caso in chiusura un omaggio Deep Purple e ai già citati Jethro Tull.

Alessandro Rabitti

mclusky

“mclusky Do Dallas”
(Too Pure, 2002)

Gli anni 2000 hanno visto produrre dal Galles ben tre dischi di una band un po’ sottovalutata, i mclusky, che però hanno fatto davvero gran musica, in un genere figlioccio del grunge e del punk, cimentandosi in un rock duro, grezzo e distorto, con pochi fronzoli melodici, con cattiveria a sufficienza, un insana creatività lirica e un modo di cantare alla Francis Black. mclusky Do Dallas è il loro secondo disco, ed è proprio così che suona, Steve Albini ha avuto molto occhio. Un ricordo delle mie superiori: vederli dal vivo. Peccato mclusky.

“Lightsabre Cocksucking Blues”
Questo brano è una guerriglia urbana per vari motivi, il modo di cantare che sale e sale sempre più psicopatico, la chitarra che man mano è sempre più presente/pressante/pesante, la batteria è in crescere, e nella strofa finale, il ritmo regala un’accelerazione. E quando tu ascolti, mi chiedo: “Are you coming?”

“Collagen Rock”
Per tutta la canzone c’è un basso che gratta come una marmitta sfondata. Una distorta ballata alimentata da qualche riff di chitarra, e come si fa a non amare una voce così alta e roca. Un rumore attraente e lento.

Alessandro Rabitti

Colours Of Bubbles

“Today I Am Feeling Better Than Ever”
(Autoproduzione, 2010)

Dalla fredda Lituania una band indie rock che come elemento portante del suo suono ha una cascata di allegria. Con il loro primo Ep si rivelano però caldi nel loro stile, discendente da quel genere che vanta una decina abbondante di anni. Tanto estivi, semplicemente leggeri.

“Today”
Una canzoncina danzereccia molto lollypop, un indie rock con tastierine simil casio parecchio fantasiose e perfino trombe in chiusura, con un sorriso a decorazione.

“Toilets of Space”
Canzone completa di tutto, ci sono parti calme, parti rock, addirittura cori, un brano spensierato per ogni momento della giornata.

Alessandro Rabitti

Kevin Blechdom

“Eat My Heart Out”
(Chicks On Speed Records, 2005)

Kevin Blechdom è una donna affascinante e con un coraggio gigante. Americana di nascita, ha vissuto cinque anni a Berlino, per poi tornare in Florida per laurearsi in Electronic and Computer Music Composition. Kevin ha un approccio alla musica del tutto polivalente, tra le basi di pianoforte, l’uso del computer come fonte inesauribile ed incredibilmente varia di sperimentazioni sonore, e il suo banjo, ha saputo produrre negli anni album molto differenti, quasi sempre fuori da schemi razionali, passando da elettronica a musica da colonna sonora, da trame pseudo pop a rock da battaglia. E tra le tante collaborazioni fatte, si segnalano le Chicks On Speed. Eat My Heart Out infatti esce per la Chicks On Speed Records, disco che forse meglio coglie la folle genialità e la varietà di questa ragazza.

“Get On Your Knees”
Un lento salire e scendere, tra banjo e tastierina soft, ma più si avvicina il centro della canzone più la tensione ritmica sale, più la voce si alza, più Kevin si incazza, e più la voce sale più rivendica cose, tutto su una base electro sempre in accelerazione prima, per scemare nella parte finale.

“Count Down To Nothing”
Questo è un musical surreale tedesco realizzato con la collaborazione dell’attrice-artista Lucile Desamory, dura poco meno di un quarto d’ora, durante il quale vengono riprese parti delle canzoni di Eat My Heart Out, o lo ami o lo odio. Io lo amo.


Alessandro Rabitti