Per i dipendenti da MP3

Pratici consigli per migliorare la propria esistenza nell'affollato mondo della musica (il)legale

Alive She Died

“Viva Voce”
(Autoproduzione, 1985)

Il minimalismo decadente è riuscito a toccare persino quel lucente paese che risponde al nome di Grecia. Gli Alive She Died ne sono una dimostrazione, riuscendo a creare atmosfere sì post-punk, ma con una dolce malinconia, sia con una particolare linea vocale, sia con synth magistralmente ipnotici dal tocco elettro-spaziale. Questo album si dipana lentamente, si inietta di finta cacofonia e intacca la mente. Fino a sciogliere.

“The First Night”
Un brano con un ritmo forsennato ma quieto nel suo modo di essere cantato, una tastiera seghettata che ne scandisce la potenza, una ritimca decisamente danzereccia da ballare in una serata gothic, o ebm. Una serata grotesque dovrebbe avere questa canzone in scaletta.

“She’s Lost Control”
Una grandissima revisitazione di questa canzone dei Joy Division, apprezzabile innanzitutto perchè gli Alive She Died non tentano minimamente di imitare il gruppo originale, ma ne danno una versione del tutto propria, inaspettata ed irriconoscibile a tratti, con quel tocco di pathos che solo grandi gruppi riescono a dare.

Alessandro Rabitti

The Dartz

“Proxima Parada”
(Autoproduzione, 2009)

É dalla Russia, precisamente dalla vecchia Leningrado, che provengono i The Dartz, una numerosa band di impatto folk, che si dedica a composizioni proprie, ma anche a traduzioni, o reinterpratazioni di brani provenienti da quel substrato popolare, sparso qua e là nel nostro mondo rotondo. Un esempio può essere La Locomotiva di Francesco Guccini. Parlando di Proxima Parada, è un album intriso di arrangiamenti folk, contaminati da forti elementi acustici, brani lenti, espansi, aggraziati che rivelano una forte componente etnica, tra flauti, mandolini e bonghi vari. Se qualcuno volesse vederli dal vivo, ogni tanto sfiorano il centro est d’Europa.

“Баллада маяка Ар-Мэн”
Il brano più lungo del disco, un doppio viaggio, andata e ritorno, tra esperienze flauto-onirico-mentali e selvagge, un pop-folk che attraverso un climax di ritmi, assoli di tastiere e chitarre e un tuffo finale in un britpop champagne-supernoviano stupefa l’ascoltatore, portandolo alla dipendenza. Una droga.

“Косинога”
Un pezzo rock-folk, discendente quasi diretto dei più noti Jethro Tull, soprattutto per questa presenza costante del flauto. Belli anche i cori che danno più forza alle sponde di questa traccia che ed assoli hard rock, ma molto più corti. Non a caso in chiusura un omaggio Deep Purple e ai già citati Jethro Tull.

Alessandro Rabitti

mclusky

“mclusky Do Dallas”
(Too Pure, 2002)

Gli anni 2000 hanno visto produrre dal Galles ben tre dischi di una band un po’ sottovalutata, i mclusky, che però hanno fatto davvero gran musica, in un genere figlioccio del grunge e del punk, cimentandosi in un rock duro, grezzo e distorto, con pochi fronzoli melodici, con cattiveria a sufficienza, un insana creatività lirica e un modo di cantare alla Francis Black. mclusky Do Dallas è il loro secondo disco, ed è proprio così che suona, Steve Albini ha avuto molto occhio. Un ricordo delle mie superiori: vederli dal vivo. Peccato mclusky.

“Lightsabre Cocksucking Blues”
Questo brano è una guerriglia urbana per vari motivi, il modo di cantare che sale e sale sempre più psicopatico, la chitarra che man mano è sempre più presente/pressante/pesante, la batteria è in crescere, e nella strofa finale, il ritmo regala un’accelerazione. E quando tu ascolti, mi chiedo: “Are you coming?”

“Collagen Rock”
Per tutta la canzone c’è un basso che gratta come una marmitta sfondata. Una distorta ballata alimentata da qualche riff di chitarra, e come si fa a non amare una voce così alta e roca. Un rumore attraente e lento.

Alessandro Rabitti

Colours Of Bubbles

“Today I Am Feeling Better Than Ever”
(Autoproduzione, 2010)

Dalla fredda Lituania una band indie rock che come elemento portante del suo suono ha una cascata di allegria. Con il loro primo Ep si rivelano però caldi nel loro stile, discendente da quel genere che vanta una decina abbondante di anni. Tanto estivi, semplicemente leggeri.

“Today”
Una canzoncina danzereccia molto lollypop, un indie rock con tastierine simil casio parecchio fantasiose e perfino trombe in chiusura, con un sorriso a decorazione.

“Toilets of Space”
Canzone completa di tutto, ci sono parti calme, parti rock, addirittura cori, un brano spensierato per ogni momento della giornata.

Alessandro Rabitti

Kevin Blechdom

“Eat My Heart Out”
(Chicks On Speed Records, 2005)

Kevin Blechdom è una donna affascinante e con un coraggio gigante. Americana di nascita, ha vissuto cinque anni a Berlino, per poi tornare in Florida per laurearsi in Electronic and Computer Music Composition. Kevin ha un approccio alla musica del tutto polivalente, tra le basi di pianoforte, l’uso del computer come fonte inesauribile ed incredibilmente varia di sperimentazioni sonore, e il suo banjo, ha saputo produrre negli anni album molto differenti, quasi sempre fuori da schemi razionali, passando da elettronica a musica da colonna sonora, da trame pseudo pop a rock da battaglia. E tra le tante collaborazioni fatte, si segnalano le Chicks On Speed. Eat My Heart Out infatti esce per la Chicks On Speed Records, disco che forse meglio coglie la folle genialità e la varietà di questa ragazza.

“Get On Your Knees”
Un lento salire e scendere, tra banjo e tastierina soft, ma più si avvicina il centro della canzone più la tensione ritmica sale, più la voce si alza, più Kevin si incazza, e più la voce sale più rivendica cose, tutto su una base electro sempre in accelerazione prima, per scemare nella parte finale.

“Count Down To Nothing”
Questo è un musical surreale tedesco realizzato con la collaborazione dell’attrice-artista Lucile Desamory, dura poco meno di un quarto d’ora, durante il quale vengono riprese parti delle canzoni di Eat My Heart Out, o lo ami o lo odio. Io lo amo.


Alessandro Rabitti

The Pains Of Being Pure At Heart

“Belong”
(Play It Again Sam, Fortuna Pop!, 2011)

Questo gruppetto indie pop di New York, dopo un ep ad album omonimi esce con il secondo album, un disco che conferma la carica, ovviamente leggera dell’indie, ma con una elegante maturità, le canzoni risultano più complete, in piena altalena tra rumoreggi stile shoegaze e melodie caramellosamente pop.

“My Terrible Friend”
Triste e movimentata marcetta shoegaze molto anni ’80, esplosiva nei toni, elegante nei modi.

“Heaven’s Gonna Happen Now”
Un sogno che diventa canzone, forse un tipico loro classicone, ma molto entusiasmante ed intimo allo stesso tempo.

Alessandro Rabitti

Propagandhi

“Supporting Caste”
(G7 Welcoming Committee Records, 2009)

I Propagandhi sono forse la più famosa band punk canadese almeno degli ultimi dieci-quindici anni. Vegani, attivisti politici nell’anima, contro il capitalimso, le ingiustizie umanitarie, omofobia, sessismo, razzismo, ed una condizione umana non totalmente libera. Questo è quello che fuoriesce anche nei loro testi, come nel loro ultimo lavoro, che assume sempre più distanza dall’hardocore per avvicinarsi ad un heavy metal, sempre più tecnico, potente e veloce. Ma sempre memori dalle loro radici punk.

“Night Letters”
Un brano praticamente thrash metal, tra i più potenti in assoluto della band, con riff potenti a sfiorare il limite della decenza sonora e un cantato solido urlato difficile da imitare.

“Without Love”
Anche i Propagandhi possono parlare di emozioni, lo fanno con disinvoltura in uno dei pezzi più quieti dell’album, ma zuppo anche di tecnicismi.

Alessandro Rabitti

Chapel Club

“Palace”
(Polydor Ltd., 2011)

I Chapel Club vengono da Londra, e da questa città, da quel paese che risponde alla sigla UK, hanno raccolto davvero tanto, influenze dal passato, sonorità di quel post-punk mescolato agli anni 2000, ed interpretano musiche un po’ inscurite da trame che si buttano su logoranti nostalgie, che feriscono con dolcezza. Di certo il genere non è nuovo, ma un capolavoro rimane, tra le soffici distorte chitarre, questa voce rilassante, queste melodie che catturano assai.

“Surfacing”
Una lenta fredda esperienza, con un ritmo pacato, una passeggiata nella notte ad occhi chiusi, in preghiera, verso un essere superiore che possa ascoltare. Mette pace all’anima. Attenzione a non caderci in mezzo.

“O Maybe I”
Sensazioni di caduta, una melodia dolce, dal sapore indie, con una voce che si lega alla mente. Lasciarsi abbandonare. Maybe, I.

Alessandro Rabitti

We Were Promised Jetpacks

“These Four Walls”
(FatCat Records, 2009)

I We Were Promised Jetpacks sono una band indie rock scozzese che fra le band del loro genere si distinguono in particolare per un suono semplice a sprazzi aggressivo ma efficace, con una voce a tratti profonda che sa colpire e scolpire ottime sensazioni in chi ascolta. riff semplici di chitarra, il classico stile di un postpunk ritrovato alla fine degli anni ’00.

“Quiet Little Voices”
Primo singolo dell’album, non a caso forse il pezzo migliore, la voce si modula dolcemente su una costante e onnipresente batteria condita con un sempiterno giro di chitarra, e cori a disposizione di tanto in tanto. Sempre uguale con la forza di non stancare mai.

“Short Bursts”
Una rullata continua, in un misto di soft and roll, parti musicalmente piene, altre più svuotate, forse a voler dare più risalto alla voce, un po’ a ricordare gli Shout Out Louds, o un infante Robert Smith.

Alessandro Rabitti

Miles Kane

“Colour of the Trap”
(Columbia, 2011)

Dopo i Rascals, dopo i Last Shadow Puppets, Miles Kane esordisce con un solo project che richiama parecchio le sonorità degli anni sessanta mischiate a un sapore di indie pop tutto targato duemila. Pur percependosi parecchie infuenze, e ci sta che lo si accusi magari non di eccelsa qualità, rimane in mano un album che ha la capacità di farsi ascoltare per grande semplicità, estrema orecchiabilità. Una presenza scomoda in un brano dell’album (n.d.r. My Fantasy). Noel Gallagher.

“Rearrange”
Un brano disimpegnato, dai toni tenui, con un occhio di riguardo al passato, ma ben ancorato al presente.

“Inhaler”
Uno dei singoli dell’album, una staffilata di indie rock con un riff da autostrada, alte velocità, sprezzo del pericolo, si tratta di metafore: guidate prudenti ma non smettete di cantare yeah yeah yeah!

Alessandro Rabitti

Assemblea Musicale Teatrale

“Marilyn”
(L’Alternativa, 1977)

L’Assemblea Musicale Teatrale è un collettivo di ragazzi genovesi dalle idee vicine all’anarchia, nato negli anni settanta tra i movimenti studenteschi di una Bologna fervida di idee, di pensieri critici, di reazione. Marilyn prende forma da spettacoli teatrali contenenti messaggi di protesta, al limite del sovversivo, denigrando e deridendo la politica e le stolte masse, con un approccio particolarmente ironico e sottile, in un rock alternativo (per l’epoca), tra il cantautorale ed il teatrale per l’appunto, ma molto vario stilisticamente parlando. Disco del tutto attuale. Raccomandazione assoluta, leggetene i testi.

“Tutto è Spettacolo”
Brano di denuncia dei mass media, raccontato in una maniera tragi-comica, a diverse voci, decisamente caratterizzate, in una canzonetta dalle tonalità swing, che fa sorridere, che fa pensare, che sembra scritta oggi.

“Ribellarsi è giusto”
Una canzone che la rabbia la fa sudare da sotto pelle, che fa venire voglia di fare cose con le mani, una ballata che parte lenta ed esplode quando arrivano le parole, quando la voce di Giampiero Alloisio declama verso dopo verso, con un intermezzo a percussioni tribali, fisarmonica, e sonorità da Woodstock 1969. Da commozione.


Alessandro Rabitti

✝ DE△D VIRGIN ✝

“anxieties”
(Autoproduzione, 2010)

Per gli amanti del genere witch house, passare per i ✝ DE△D VIRGIN ✝ dovrebbe essere una tappa obbligata, infatti nel genere loro sono uno tra gli esponenti più rappresentativi.
Un album dalle sonorità oscure, dense, ripetitive, al limite della malattia. Che ti trascina nell’oblio, ti fa avvicinare al tuo lato che non sapevi esistesse. Sa fare sognare, ma non aspettatevi di certo che il cielo sia soleggiato; qui si tratta di notte fonda, senza luna, senza armonia.

“W▲TVER”
Un climax fatto di drum machine, synth a ritmi forsennati e demoniaci, alle volte così taglienti da percepirne il sangue sulle mani. Con un ritmo che contrariamente alle prime impressioni, sa far rilassare.

“†▲”
Un solenne pulsare, un suono basso che porta all’esplosione mentale, dalle melodie introspettive, inquietanti al limite della trance.

Alessandro Rabitti