Beach House

“Bloom” (Sub Pop, 2012)

Ogni canzone di “Bloom” dei Beach House è quella giusta per ballare l’ultimo lento: stretti, stretti sotto una pioggia di lustrini mentre le luci si smorzano. Davvero, anche se stilisticamente non si discosta dal loro celebre e precedente album (“Teen Dream” 2010), questo “Bloom” è un disco bellissimo.

Certosina la produzione del polistrumentista Alex Scally, tra tastiere, synth e suoni levigati; ma a dar personalità al risultato finale è sicuramente l’intensa voce di Victoria Legrand. Una vocalist che riesce a cantare “Someday out of the blue it will find you/ always always a face to remind me someone like you” senza farla sembrare una banalità. La formula che caratterizza ogni brano e quella del dream pop, sempre opaco e leggero.
Myth”, “Lazuli”, “Trublemaker” (per me una delle più belle), “New Year” e “Irene” sono le perle per cui merita l’acquisto del disco. E avranno un bel dire quelli che lamenteranno la mancanza di originalità. Quando il livello di qualità è così alto, non c’è bisogno di molto altro.

Ogni canzone delle dieci che compongono “Bloom” è una mini sinfonia emotiva carica di languore. Composizioni che potrebbero anche ricordare i soffici suoni ideati da Brian Wilson (che ha compiuto da pochi giorni settant’anni) per “Pet Sounds”. Alex e Victoria hanno la leggerezza e la misteriosa nostalgia di poeti elagici, da qualche parte, con corone di alloro sulla testa, ci guardano e sorridono, suonando tastiere e organi. “There’s no mystery at all/ It’s a strange paradise/ You’ll be waiting”. Per me un valido candidato a miglior disco del 2012, un album buono per tutte le stagioni.

Gregorio Enrico