Beat Museum

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Beat Museum, 540 Broadway. San Francisco è stata, insieme a New York, uno dei cuori pulsanti di quella che Jack Kerouac nel 1948 battezzò con il nome di Beat Generation. La città californiana fu fonte d’ispirazione per quei nomi famosi che tutt’ oggi accompagnano i nostri sogni americani e il coraggioso desiderio di libertà, avventura e sregolatezza. Burroughs, Ginsberg, Snyder e Cassidy primi fra tutti. L’attualità che alimenta queste stravaganti e immortali figure, figlie di quegli stati d’animo che ogni giovane “ribelle” vorrebbe sentir scorrere nelle proprie vene, è dominante in quel caotico movimento di anime bisessuali, di droghe “sperimentali” e romanticismo Blake-Keats, surrealismo Breton-Artaud e modernismo Ezra Pound.

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Tristemente, nella realtà contemporanea è un immaginario difficile da tollerare ma facile e intenso da perseguire: rivoluzione sessuale, abolizione della censura, legalizzazione della cannabis e pacifismo. San Francisco è stato il perfetto punto d’incontro e connessione, lo studio perfetto per una tela gigante e complessa. L’atmosfera della wild west coast, la scrittura di Ken Kesey. North Beach in particolar modo, nota anche come la Little Italy californiana, ospita il museo in questione e la famosa libreria City Lights (261, Columbus Ave), che ho avuto modo di visitare in orario serale, con grande emozione e devota incredulità. Letteratura americana capitanata da Kerouac e Ginsberg, perennemente comparata alla prosa europea, sminuita perché scrittura scarna e sgrammaticata con nulla di nuovo rispetto ai racconti della precedente, post bellica Lost Generation. Interesse per le banalità della vita quotidiana, nessuna allucinazione, nessun viaggio mentale. Improvvisazione, struttura jazzistica, il jazz di Charles Parker.

“Courage, compassion and having the courage to live your individual truth”.

Il Beat Museum nasce per diffondere e mantenere in vita l’anima della Beat. Due piani, non troppo ampi ma accoglienti, pieni e compatti, un bookstore al pian terreno dove poter trovare stampe originali ospiti di teche polverose. C’è poi un piccolo cinema introduttivo che prepara al museo vero e proprio e si ha come la sensazione di entrare in un appartamento vintage, saturo di cianfrusaglie e ricordi, vestiti, libri, fogli, poster. Essere presenti come se i grandi ‘assenti’ ti stessero raccontando la loro storia, silenziosamente. Pochi passi, tanto da osservare e tutto il tempo che si vuole per emozionarsi a dovere. Tra silenzio, sorrisi e malinconia, spunta il manoscritto originale di On the road di Kerouac e la sua giacca lana e cotone, una gigantografia di una foto che ritrae Ginsberg e Corso (1961), nudi, scherzosi mentre divertono l’obiettivo e ti fanno sentire a tuo agio nell’epoca sbagliata.

I vinili di Bob Dylan, un’enciclopedia Jazz (Parker, Holiday, Gillespie, Young), una macchina da scrivere Underwood #5, una lettera scritta da Jack a James Dean, slogan su carta “FUCK HATE”, “POT IS FUN”, un pianoforte, un candelabro, un divano per gli ospiti, una parete dedicata alle donne della Beat. Un tour fortificante e alienante che sarebbe adeguato concludere con un bohemien coffe al Vesuvio Café (255, Columbus Ave), meglio noto come “The good life of the Beat Generation”.

Amalia Cipriani

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