Beatrice Antolini intervista


Prosegue la nostra partnership con gli amici milanesi del sito QUOTE MAGAZINE, a questo giro ci hanno proposto l’interessante intervista a Beatrice Antolini, che ritorna con un nuovo disco.

Testo e intervista di Eugenia Durante
Foto di Carlo Polisano

Quando frequentavo il liceo, le lezioni di greco erano allo stesso tempo quelle più interessanti e complesse. Ricordo ancora un’ora di lezione spesa a parlare di Ulisse e, in particolare, di un aggettivo che gli calzava a pennello: politropo. La sua definizione Treccani è “che ha ingegno versatile, multiforme; astuto, scaltro”. Dopo una lunga chiacchierata, penso che non ci sia aggettivo migliore per descrivere Beatrice Antolini. Classe 1982, Beatrice è una donna eclettica, magnetica, che riesce ad assorbirti con una risata contagiosa e una gestualità naturale e intrigante, e allo stesso tempo una delle artiste più versatili del panorama musicale italiano. Non ha paura di cambiare, perché il cambiamento è ciò che le permette di rimanere se stessa. Abbiamo parlato del suo ultimo album, “Vivid”, uscito lo scorso 14 maggio per Qui Base Luna, di musica pop e tanto altro. Ecco cosa ne è venuto fuori.

Hai detto che “Vivid”rappresenta un grande cambiamento. Come sei cambiata da Big Saloon a oggi?
Da Big Saloon a oggi sono cambiata parecchio. Non ho cambiato me stessa, perché la mia identità e la mia natura interiore sono rimaste le stesse, ma ho cercato di svilupparle al meglio attraverso un lavoro di trasformazione, di trasmutazione. Non bisogna cambiare quello che si è, bisogna evolversi. Sostanzialmente, da un punto di vista prettamente personale, questo è il cambiamento più grande.
Dal punto di vista più musicale, invece, ho cercato e sto tuttora cercando di non lasciare più la materia grezza. Ho sempre detto che le canzoni mi arrivano perché mi apro e l’apertura facilita il processo: le idee devono fluidificare, non stagnare. Quando le idee stagnano, ci sono troppe ansie e troppe paure e non si riesce a far nulla. Per parlare in maniera schietta, penso che se tu sei predisposto ad accogliere, le cose ti arrivano. L’importante è essere un canale di energia pulita. Per me la pulizia è fondamentale. Prima la materia rimaneva grezza, perché io sono per lo più arrangiatrice e produttrice, anche se poi in realtà mi occupo di tutto. La grande novità di “Vivid”, invece, è che ho voluto trasformare questa materia in qualcosa di più prezioso, un po’ come se avessi cercato di passare dal piombo all’oro. Non so se all’oro sono ancora arrivata, ma l’obiettivo è quello. Questo è potuto succedere perché in questi due anni la crisi mi ha fatto capire che anche il modo di fare dischi in Italia non mi rispecchiava più, anche lo stesso modo in cui tentavano di catalogarmi. Ho voluto cercarmi una nuova situazione, rischiando tantissimo – perché io con Urtovox mi sono sempre trovata bene, sono stata bene. Decidere di cambiare non è stato facile.

A proposito di etichette, per Vivid hai appunto scelto una via diversa.
Assolutamente. Adesso sono con “Qui Base Luna”, che è una non-etichetta – noi lo chiamiamo “ecosistema musicale” – dove ognuno conta allo stesso modo. In effetti, in un ecosistema, se vai in strada e butti una cartaccia, fai del male a tutti, te compreso. Bisogna capire che se ognuno pensa al proprio orticello non si va da nessuna parte, sia nel sistema economico sia in quello discografico. L’artista dovrebbe essere al pari degli altri, ma in realtà poi è quello che si prende sempre il meno di tutti. Secondo me è abbastanza assurdo, ogni sfruttamento è assurdo. “Qui Base Luna” vuole essere proprio un ecosistema pulito, in cui nessuno sfrutta nessuno e si lavora tutti insieme. Non ci sono molti contratti e carte, perché nessuno ha paura. Se ci pensi, il contratto è la tua paura scritta su carta, in modo da non avere né gioie né dolori. Io, invece, penso che per crescere sia necessario provare tanti dolori e tante gioie, star poco davanti ai computer e affrontare le persone, comprenderle, fare della fatica per ottenere gli amici, il fidanzato. Bisogna fare fatica nella vita, non può esserci solo la modalità Facebook del click-cometichiami-usciamo.

Hai cominciato a suonare il piano da piccolissima, poi ti sei avvicinata agli altri strumenti e adesso suoni davvero un po’ di tutto. C’è uno strumento che senti più tuo?
Tutti mi dicono che suono sempre in maniera percussiva. Parto sempre dalla ritmica, che è proprio il mio elemento. Sicuramente sono una batterista mancata, una percussionista mancata. Ecco, quello è proprio il mio. Per me è più importante la ritmica della melodia – almeno, sicuramente viene prima la ritmica. Una melodia senza ritmica … diciamo che sa di poco. Anche tra la gente che suona, chi ha ritmica ha una marcia in più: anche se fa solo due note, le fa meglio di chi non l’ha. L’ho sperimentato anche insegnando musica ogni tanto: i bambini che hanno il senso del ritmo spaccano, puoi metterli a suonare qualsiasi strumento. Io ho cominciato come pianista, ma in fin dei conti anche il piano è uno strumento a percussione, ci sono i martelletti. Forse mi trovo bene anche per quello. Poi bisogna anche tener conto che sono ambidestra, quindi parto avvantaggiata. Il problema del piano è sempre la mano sinistra: per farla funzionare bisogna lavorare sodo, fare una marea di esercizi. Io ho la fortuna di essere ambidestra e non ho mai avuto problemi. Forse è proprio questa caratteristica fisica che mi ha portato a utilizzare il piano in una maniera così percussiva.

Due anni fa ho avuto la fortuna di assistere a un live del progetto che hai creato insieme a Lydia Lunch e Jessie Evans, Sister Assassin. È stata una performance incredibile, alienante, assolutamente unica. Che cosa ti ricordi di Sister Assassin?
È stata un’esperienza super positiva. Prima di tutto, Lydia Lunch è una persona meravigliosa. Dovevo suonare con lei in un’occasione, non mi conosceva di persona ma dovevo accompagnarla in due brani alle percussioni. Abbiamo fatto le prove e, la sera prima del concerto, mi ha detto: “Tu suoni tutto il concerto.” Io l’ho guardata sbigottita e le ho detto: “Ma io gli altri brani non li so” e lei mi ha risposto: “Te li ascolti.” Ho passato tutta la notte insonne a picchiettare ovunque con le bacchette, a cercare di capire come fare. La sera dopo ho fatto tutto il concerto, lei è stata felicissima e mi ha chiamato per le volte successive, abbiamo suonato addirittura a Lisbona. Mi è piaciuto suonare con lei soprattutto perché Lydia, pur parlando un’altra lingua e provenendo da un background musicale totalmente diverso da quello dei musicisti italiani che ho conosciuto in questi anni, è stata quella che mi ha capita di più in assoluto. È una persona di una lucidità e di un’intelligenza incredibili. Del resto, i grandi non sono grandi a caso. Spero di sentirla presto. Anche lavorare con Jessie Evans è stato meraviglioso: lei è fantastica, ci troviamo perfettamente insieme. Un giornalista aveva scritto che il mio incontro con Jessie Evans è stato un po’ alla Paul McCartney e John Lennon. È verissimo. Lei fa afro-beat, mi piace da morire. Suona il sax, io ci provo, canta, scrive i suoi pezzi, li produce… siamo molto simili. Diverse, ma simili negli intenti.

Nel 2009 hai partecipato al concerto del Primo Maggio con il progetto ‘Il paese è reale’. Che ricordi hai di quell’evento? Che cosa ne pensi del concertone? Non credi si sia persa l’importanza della musica, forse per colpa della diretta?
Ringrazio chi mi ci ha mandata, ma per me è stata un’esperienza terribile. Al Primo Maggio vorrei andare con la mia band, con il mio disco. Allora avrebbe senso. Quello è stato un pre-Primo Maggio, ovvero: “Vedi un attimo cinque minuti com’è e poi te ne vai.” Ero con ‘Il paese è reale’, che è stato un bellissimo progetto, per carità, ma al Concertone è stato tutto troppo veloce. Non me la sono vissuta bene, a me piace fare le cose con calma. Poi non penso che si sia persa la musica per colpa della diretta, penso che si sia persa la musica in generale. Alla fine è un concerto ripreso e trasmesso in tv, e questa è una cosa positiva. Non porta pubblico, è un evento. Per quanto riguarda la musica, invece, secondo me potrebbero esserci cose più interessanti e altre che ci sono sempre state potrebbero dare spazio al resto, a facce nuove. Comunque sono contenta che ci sia, è l’unico concerto che si vede in tv: se togliessimo anche quello, saremmo rovinati.

Piano piano sta cambiando la concezione di musica pop in Italia. È difficile fare un disco pop adesso?
Mi fai questa domanda perché stai considerando il mio disco pop? Brava. Ho cominciato a fare pop proprio con questo disco, e non è a caso. Chiaramente, stiamo parlando di un pop di un certo tipo. Il pop adesso, secondo me, non è più una cosa tamarra che non dice niente, che fa ribrezzo. Non c’è più bisogno di correre a rifugiarsi nell’underground e nell’indie rock perché non c’è altra soluzione. Adesso il pop mi sembra molto raffinato, in radio si sentono dei brani bellissimi, anche personaggi stra-commerciali sfornano brani di una raffinatezza incredibile. Bisogna stare attenti; ormai le cose sono ben miscelate, non ha senso stare sempre a cercare una divisione forzata. Nell’indie c’è di tutto: persino Celentano è indie! Bisogna soppesare molto le parole e considerare con attenzione le classificazioni. Dividere tutto ad ogni costo è diabolico, il diavolo vuole dividere. Uniamoci, mettiamoci insieme, ma chi se ne frega! Uniamo anche i generi, sono anni che si può fare! Ben venga, è interessante, è anche più difficile. Fare un brano pop adesso è difficilissimo, figurati un album. Io ho cercato di fare questo; spero di esserci riuscita.

Hai mai preso seriamente in considerazione l’idea di trasferirti all’estero per fare musica?
Ma chi mi vuole? (Ride) Il mio disco è anche stato distribuito all’estero in passato, ma chiaramente non basta. Ci vorrebbe una buona promozione, un ufficio stampa, un tour… C’è questo fascino perverso che mi tiene ancora qua. Ho forti legami in Italia, ho tante cose che mi tengono ancorata a questo paese. Sono troppo vecchia, dovevo farlo a vent’anni. Sono al quarto disco in Italia, ormai. Poi, a essere sincera, non mi piace la fuga. Capisco chi fa cose scientifiche e se ne vuole andare: fa benissimo. Però nel mio caso voglio insistere. Io sono italiana, voglio fare la mia musica. Se rimarrà qui, se riuscirà a uscire, io non lo so. Però perché me ne dovrei andare? Io qui ho la mia famiglia, i miei affetti, i miei amici, la mia casa, il mio cane. Perché devo andarmene per forza? Perché non posso avere una carriera qua? Io voglio arricchire il mio paese. Sembrerà presunzione, ma penso che ogni italiano che vuole provare a fare qualcosa arricchisca il paese. Poi è vero: è come sbattere la testa contro il muro. Non ci sono sovvenzioni, siamo gli ultimi nella classifica della cultura etc. Ma mi fa troppa tristezza dire adesso “Me ne vado.” L’unico motivo per cui potrei andarmene è se in futuro mi rendessi conto di non riuscir a fare la mia musica. A quel punto, non avrei più legami. Qui mi tiene legata anche la mia agenzia di booking, il mio manager, il mio ufficio stampa. Andare all’estero vuol dire azzerare tutto, e sinceramente non so se ne ho voglia. Almeno, non adesso.

Qual è il pezzo di Vivid che preferisci?
Open” assolutamente, anche dal vivo. Quel pezzo mi piace moltissimo. È nato in modo del tutto spontaneo, mi ci ritrovo moltissimo; il testo dice le cose che penso in questo momento. In particolare dice “io canto per una ragione: perché qualcuno c’è.” Bisogna dare importanza al prossimo e cercare di condividere il più possibile. Non bisogna chiudersi, ma aprirsi. Io per natura sono un’introversa, ho fatto una gran fatica ad aprirmi ma penso di esserci riuscita… e sono sicuramente più contenta.
In Vivid parlo d’amore in modo diverso. Ho sempre pensato più o meno solo alla musica e mi sono fatta mancare tutto il resto. In questi due anni ho cercato proprio di riprendere le cose che avevo tralasciato. Ho capito che prima di tutto bisogna essere appagati come esseri umani, poi come musicisti. Ero troppo focalizzata esclusivamente sulla musica. Poi rischi di arrivare a sessant’anni, di guardarti indietro e renderti conto di non aver fatto tante cose e di non poterle più fare. Io voglio avere il mio cuscinetto di cose che mi fanno felice e che mi fanno star bene, e solo allora fare musica. È un lavoro molto difficile perché particolarmente precario, quindi bisogna assolutamente avere delle difese altrimenti rischi di cadere in depressione.

In futuro ti piacerebbe occuparti di più di produzione?
Assolutamente. L’ho già fatto ed è una cosa che faccio tuttora. Mi piace tantissimo, è il mio lavoro ideale. Lo dico sempre: stare sul palco mi piace molto e mi aiuta anche a livello caratteriale, ma stare dietro alle quinte mi piace tantissimo. Non devo per forza essere protagonista: mi piace suonare per altri, scrivere per altri, star dietro alla produzione. Sono contenta che questo mio aspetto stia venendo fuori con Vivid. Ho sempre prodotto dischi, ma tutti hanno sempre snobbato questo lato di me. La produzione e gli arrangiamenti sono la mia priorità. Non sono cantautrice, non sono cantante e non ho la presunzione di esserlo. Sono un’arrangiatrice e una produttrice e amo farlo non solo per me, ma anche per gli altri.