Belle & Sebastian



The Third Eye Centre, Rough Trade Records (2013)

Qualche mese fa parlavamo, a proposito dell’edizione deluxe di “Give up” dei Postal Service, della scelta, criticabile o meno, che molti artisti della (fu) scena indie-pop a cavallo tra il XX e il XXI secolo hanno ultimamente di sfornare questi “disconi” monolitici con rivisitazioni di vecchi pezzi, rarità e (se siamo fortunati) anche qualche brano inedito. E va bene, parlando dei Postal Service, posso dire che apprezzai tantissimo la loro trovata (anche perché il fine era meramente celebrativo), ma oggi non stiamo parlando di Gibbard e Tamborello. Oggi parliamo di una delle pietre miliari dei favolosi anni ’90: signore e signori, udite udite, “Third eye centre” dei cari Belle and Sebastian è ora disponibile al popolo in qualsiasi formato lo vogliate: in cd, in download e, per i più nostalgici, in doppio vinile deluxe. Ma ora torniamo seri.


Quando ho saputo dell’uscita del nuovo disco di Murdoch e soci, non ero più nella pelle: “Write about love” (2010) sembrava avesse aperto la strada ad un nuovo modo di fare per i Belle and Sebastian, con atmosfere meno liceali e più mature, suoni più corposi ma comunque con strutture melodiche semplici, tipiche del loro stile e sono rimasta un po’ sorpresa una volta capito che “The Third Eye Centre” sarebbe stato una sorta di minestrone (un po’ come nel 2005 lo fu “Push Barman To Open Old Wounds“) di rarità, chicche inedite e versioni remixate riprese da “Dear Catastrophe Waitress” (2003), “The Life Pursuit” (2006) and “Write About Love“(2010). La domanda, nonostante a me la band scozzese piaccia parecchio, è stata spontanea: “Perché?”.

Nulla da togliere ai Belle and Sebastian, alla Rough Trade e al lavoro fatto dal ’96 ad oggi, sia chiaro, ma è l’idea di fondo che lascia perplessi: i Belle and Sebastian sono davvero arrivati al punto di sembrare un gruppo arrivato alla frutta? Ho voluto dar loro fiducia e ho scoperto che, analizzando brano per brano “The third eye centre”, in 19 tracce non ci sono solo note dolenti: già dall’open track (il remix di “I’m a Cuckoo“) sembra di capire che ci troviamo di fronte al disco di una band con un certo storico musicale alle spalle e che non ha paura di osare con atmosfere tribaleggianti e poco pretenziose per essere parte di un remix. Bella e ben riuscita anche la sfida di “Suicide girl“: ottimo utilizzo dei synth e delle doppie voci che ormai sono un marchio di fabbrica per i Belle and Sebastian.
Sorpresa, ma non troppo, quella di trovare anche delle sonorità molto made in Usa (anche se ce l’aspettavamo date le location scelte per le registrazioni di “The Life Pursuit” e “Write about love“) per quel che riguarda soprattutto pezzi come “Stop, look and listen” che strzzano un po’ l’occhio a Simon and Garfunkel, “Last trip” con la sua venatura di american blues smorzata dal fascino british di un arrangiamento quasi “beatlesiano” e “Passion fruit”, traccia strumentale dal sound alla “spaghetti western”, che ben si colloca in un disco così eclettico). Un grosso, enorme, quasi gigantesco “NO” per il remix di “Your Cover’s Blown”: buono il proposito di trasporre nella disco le sonorità dei Belle and Sebastian, ma trasformarli in un misto tra gli Snap! e gli Mgmt mi sembra un po’ troppo, grazie comunque Miaoux Miaoux.

Bella la chiusa energica con “The Life Pursuit”, una sorpresa anche rispetto a l’intero album a cui ha dato il nome e che ci lascia quasi a chiederci come mai i ragazzi di Glasgow l’abbiano tenuta nel cassetto per tutti questi anni. Ok, probabilmente sarò stata eccessivamente affrettata a bollare l’ultima fatica dei Belle and Sebastian come l’ennesima marchetta firmata Rough Trade anche se resto dell’opinione che nel complesso “The third eye centre” rimane una sorta di parodia di “Push Barman to Open Old Wounds”, con i suoi pregi. Utilizzando una metafora, direi che sembra essere un mosaico di pietre preziose fatto da un bambino: nulla di che nel complesso, ma nel particolare, se sei fortunato, puoi trovarci anche diamanti.

Flavia Guarino