The Black Keys

Testo e foto di Francesca Pradella

Passare, dopo un decennio di quasi anonimato, a star di livello internazionale con 3 grammy awards vinti nel 2011, non deve essere una passeggiata, ma un estenuante “el camino”. L’emblematico titolo dell’ultimo album dei Black Keys, simboleggia proprio il lungo viaggio verso la meritata fama della band dell’Ohio. Dan, il cantante e chitarrista,cresciuto a rock e blues in una famiglia di musicisti (“tutti suonavano a volumi infernali per ribellarsi ai genitori; io non conoscevo nessuno che suonasse più chiassosamente di mio padre”)e Patrick, il batterista estroverso ed energico, una sorta di doppio frontman, guardando ai drastici cambiamenti delle loro vite negli ultimi due anni,possono ben dire di avercela fatta.



Con “l’oro nel soffitto” ed i piedi ben per terra, ostinati nel loro affermare di essere sempre gli stessi,calcano il palco con il vantaggio di anni di live in giro per il mondo,a bordo del loro minivan (quello della copertina del disco)e la maturità di musicisti veri, cresciuti a suon di rock ed esperienze letteralmente “on the road”. Un successo arrivato dopo i 30 anni, tanti rospi ingoiati (fra cui l’ingrato paragone con i White Stripes che, per anni, li ha penalizzati),con la lucida consapevolezza di quanto effimera sia la fama( “ai grammy erano tutti lì per Kim Kardashian e per il lip sync di Justin Bibier”).

Il loro concerto al Madison Square Garden andato sold out in 15 minuti dovrebbe farli sentire tutto fuorché due “lonely boys”. Dalle prime note il pubblico partecipa allo spettacolo, il parterre si infiamma al ritmo di “gold on the ceiling” e le tribune, in quanto ad entusiasmo,non son certo da meno. Il palaolimpico di Torino,da oltre 12.000 spettatori, è gremito, eppure i due salgono sul palco con una incredibile naturalezza, come se fossero ancora nella piccola Akron, loro città di origine. “Le chiavi nere” sono illuminate da uno psichedelico gioco di luci,un’avvolgente esplosione di riflettori multicolori, sfavillanti palle da discoteca e tempeste accecanti di led. Non divertirsi fino all’ultimo minuto della performance è impossibile.
Nell’ondata di cantautori indie timidi e di nicchia, i black keys non hanno paura di alzare il volume, accelerare il ritmo e darsi a testi che, con ironia ed intelligenza, affrontano le amarezze del loro passato.

Auerbach e Carney con il loro rock un po’ garage, un po’ indie, un po’ surf ed un’anima nutrita dal soul hanno riempito una casella un po’ trascurata nel panorama discografico attuale. Con Brian Burton (aka Danger Mouse) come co-produttore e co-autore, il connubio è felice ed il successo planetario. In questo luna park chiassoso ed eccitante, dalla chitarra incalzante e dalla batteria impetuosa, quando le luci si spengono,non possiamo che porci una domanda:possiamo fare un altro giro?

Francesca Pradella