Blade Runner 2049

Uno dei più grandi problemi della fantascienza moderna è il suo “bisogno” di dare risposte e sembra che questo vada incontro alla richiesta del pubblico, come dimostrano i successi di Nolan e dello stesso Villeneuve, il regista di “Blade Runner 2049″. Nel 1982, invece, quando “Blade Runner” stabiliva i dettami di un genere, lo spettatore usciva dalla sala pieno di domande, curiosità e la possibilità di riflettere su temi altissimi: il capolavoro di Scott faceva filosofia attraverso un genere.

Ridley, in particolare nella sua Director’s Cut del 2007, rifletteva sul tema del rapporto tra creato e creatore (come ha ribadito poi nelle pellicole di “Prometheus” e “Alien Covenant”), sulla natura dell’essere umano e per la prima volta si presentavano dei robot più “umani” degli stessi uomini, attraverso un percorso complesso e sfumato, perfettamente rappresentato dal personaggio di Rutger Hauer.

Nel racconto di indagine dell’agente K (Ryan Gosling) non troviamo mai la profondità e il cinismo Scottiano, ma ci immergiamo in una storia molto più intimistica ed “emozionale”, che non sarebbe di per sè un difetto, se non stessimo parlando di un sequel di “Blade Runner”. Questo percorso ha poi uno scopo ben preciso: quello di creare un franchise.

Qui veniamo ad uno degli elementi chiave per leggere l’opera di Villeneuve. Il terzo atto del film, in particolare negli ultimi 20 minuti, è un palese tentativo di rilanciare un progetto, ma in maniera più moderna e commerciale, proprio come Scott sta facendo anche con il suo “Alien”. Premettendo che essere a priori contro i franchise è totalmente anacronistico (solo da noi in Italia ci chiediamo ancora se si possono fare saghe), anche perchè spesso alle spalle di queste opere ci sono produttori dal grandissimo acume, è indubbio che in questo caso il naso si storca parecchio.

Attingendo a piene mani da pellicole come “Matrix” e “Inception”, “Blade Runner 2049″ dà proprio questa sensazione di incompiutezza e, soprattutto, di dominio dell’aspetto visivo su quello contenutistico. Questo, come già anticipato, è un passaggio chiave della fantascienza moderna, che la rende sempre meno adulta e alta. L’impressione lungo tutto il film è di assistere a qualcosa di evocativo, ma profondamente vuoto. Dove “Blade Runner 2049″ brilla è nella messa in scena della relazione che riguarda l’agente K (su cui non mi soffermo per non anticipare troppo), con una scena in particolare molto evocativa, anche se poco coraggiosa nel non voler mostrare il corpo dell’azione.

…”Blade Runner 2049″ dà proprio questa sensazione di incompiutezza…

Villeneuve e Green (sceneggiatore) falliscono clamorosamente quando il loro film deve fare il “Blade Runner”, mentre se la cavano più egregiamente nel resto della pellicola. Non è una questione nostalgica, è proprio l’idea di cinema che c’è dietro questo film che è troppo pretenziosa e superba, perdendo di vista quello che è stato il capolavoro del 1982 e focalizzandosi troppo su quello che è la richiesta del pubblico oggi e che non collima con il suo predecessore.

Nonostante le sue difficoltà, Scott da questo punto di vista è sempre stato un cineasta che se ne è abbastanza fregato del pubblico, creando opere spesso controverse che poi il tempo ha consegnato alla storia del cinema. Villeneuve è un regista molto bravo, ma che sembra voler far perdere lo spettatore nei suoi scenari magnifici, senza però assecondarli nel lavoro di sceneggiatura, esattamente come accade a Christopher Nolan.

Se a tutto questo aggiungiamo dei personaggi deboli e dei casting pessimi (Robin Wright e Jared Leto su tutti), ci vuole poco a capire che questo “Blade Runner 2049″ non mi ha convinto minimamente, nonostante la realizzazione tecnica ineccepibile. Siamo lontani anni luce da un’opera che più di 30 anni fa con un singolo monologo accendeva la fantasia e i sogni di tutti gli spettatori. Siamo passati da un film di occhi, eleganti, misteriosi e inquietanti, ad un film per gli occhi, e questo non è un bene.

Matteo Palmieri