Blues Funeral – Mark Lanegan

Blues Funeral (4AD, 2012)

Mark Lanegan è un sopravvissuto dell’ultima grande ondata rock che ci è permesso ricordare, a noi figli degli anni novanta, quando ancora eravamo liberi dai cellulari e da internet. Sì, devo per forza buttarla sul malinconico, perché Lanegan è un miracolato rispetto ai vari Kurt Cobain, Layne Staley, Andrew Wood, ma questi sono discorsi filosofici che non hanno nulla a che fare con la musica. Oggigiorno l’ex cantante degli Screaming Trees si è scrollato di dosso la pioggia di Seattle ed è stato baciato dal sole della California.

Il bel tenebroso continua a comporre le sue canzoni, a portare avanti migliaia di collaborazioni e concerti in giro per il globo e possiamo dire che si è ritagliato onestamente il suo spazio vitale nel mondo del music biz. Meritatamente aggiungerei.
Questo disco suona come solo un disco di Mark Lanegan potrebbe suonare: oscuro, maledetto, fumoso. Ma anche con un pizzico di ironia di fondo…macabra.
C’è qualche frase in un francese leggermente “uncorrect”, e poi diversi arrangiamenti con synth e drum machine che ricordano alcune sperimentazioni già provate nel 2004 in Bubblegum.
Funerei blues di chitarra elettrica si levano in “The Gravedigger’s Song” mentre il mid tempo di “Bleeding Muddy Water” restituisce un senso di pace ormai perduta. I giochi cambiano con l’esplosiva “Riot In My House” che sembra il continuo di “Metamphetamine Blues” quando Mark si trastullava “a fare la musica” con Josh Homme e Olivieri.
C’è tempo anche per sperimentazioni che non ti aspetteresti come nella base disco anni settanta di “Ode To Sad Disco”, ma poi, il piccolo Johnny Cash che è dentro Lanegan, viene fuori senza riserve e aggiornato alla versione 2012, con quella sofferenza acustica che è “Deep Black Vanishing Train”. Magari in queste 12 tracce non si avvertiranno particolari cambi di rotta rispetto al passato, questo è vero, ma grazie a Dio che esiste Mark Lanegan e dischi di questa qualità.

Enrico Rossi aka Pentothal



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