Bologna Violenta

“Utopie e piccole soddisfazioni” (2012)

Da sempre riconosciuto, il legame profondo tra musica classica ed heavy metal, è una riprova di come questi due generi si complementino egregiamente. Quando l’avant-rock si snoda tra speedcore e colti riferimenti di cultura musicale il risultato non può che attirare l’attenzione degli animi sperimentali come la sottoscritta. “Utopie e piccole soddisfazioni” di Bologna Violenta gioca appunto su un incontro di dissonanze estreme, che vanno da epic metal alle ballate feudali fino a toccare picchi electro-hardcore alla Atari Teenage Riot. Dall’avant-rock noise del precendente “Nuovissimo Mondo”, Bologna Violenta, aka Nicola Manzan , ha rincarato la dose osando sonorità metal in una atmosfera ambient tesa e inquieta arricchita da sampler e speedcore.

Dall’ “incipit” al “finale”, che chiudono perfettamente il cerchio giocando con melodie classiche e di impianto più accademico, queste venti tracce immediate nel loro impatto quanto nella loro brevità sono vere e proprie epifanie musicali. Da un ambient elettronico alla Roll the Dice (“Vorrei sposare un vecchio”), Manzan passa con disinvoltura al prog-metal con basi elettroniche anni 80 (“Terrore nel triregno”, “Piccole soddisfazioni”). Il post hardcore nazionale (“Sangue in bocca”) ed internazionale, nato anche grazie alla collaborazione con Jay Randal degli Agoraphobic (“You’re enough”) strizza l’occhio all’epic metal giocando con basi di impianto folkloristico (“Lasciate che i potenti vengano a me”, “Le armi in fondo al mare”). Il gioco di dissonanze che ci viene presentato in brani come “Il bimbo” si sintetizza nell’ambiguo e potente “Remerda”, in cui martellate speedcore si alterna ad archi e la favola della buonanotte (spiccatamente ironica) raccontata da una voce femminile.

Il picco è raggiunto dal brano semi-liturgico “Il convento sodomita”, in cui la atmosfera monastica acquisce la tensione che da lievi disturbi esplode nella successiva “Terrore nel triregno”. Interessante la cover elettronica dei CCP, “Valium Tavor Serenase”.
Filologo e cultore musicale, Manzan costella il disco di riferimenti come l’azzeccatissimo discorso di Saragat nell’ “Incipit” e il coro gregoriano del “Christus Natus Est” dall’abbazia di St. Michel Du Perdus (“Il convento sodomita”).
“Utopie e piccole soddisfazioni” è un album che va digerito nella sua interezza, proprio perchè è l’insieme a rendere così potente il disco. Se nelle sue parti perde tono nel complesso si presenta come mastodontico, un ordine nel caos che senza (praticamente) parlare è in grado di dirci molto di più su questa Italia di quanto non ci aspettassimo.

Fabiana Giovanetti