Bologna Violenta e il bervismo

“Bervismo per più: è un nuovo modo di vedere la vita, sia in positivo che negativo, ma più in positivo. Cerchiamo di vedere sempre il buono che c’è in tutto, tenendo conto però che c’è anche del cattivo. Di fondo dovrebbe essere il trionfo della ragione sulle superstizioni, sulla politica e sulle religioni.” Sono parole di Nicola Manzan, in arte Bologna Violenta, che in buona parte della nostra chiaccherata mi ha ripetuto di essere attratto dagli opposti. E se me lo dice uno così non posso che crederci: un ragazzone vestito tutto di nero che sul palco vomita suoni grind e hardcore, ma che nella saletta prove del Calamita è di una disponibilità e di una loquacità imbarazzante, tanto da perdersi (e perderci, mea culpa) in una ventina di minuti di digressioni su vino, tape trading e interviste scritte a mano.

Intervista e foto di Fabiana Giovanetti

Come è andata oggi la presentazione del disco al Tosi di Dischi di Reggio?
Bene, è stato simpatico! Fare un genere come il mio in un posto del genere mi fa sempre molto ridere, perchè è un genere che avrebbe bisogno di alti volumi, gran casino. Poi alla fine io mi diverto comunque se sono sul palco…è stato molto figo, c’era anche gente di mezza età molto contenta quindi sì, è riuscito assolutamente.

Come sta andando la ricezione dell’album?
A me sembra che sia uscito ieri (ride) E’ andato tutto molto bene, la produzione poi l’abbiamo curata io e Nunzia (compagna di vita e nell’etichetta DB), abbiamo fatto tutto molto in casa perchè comunque con internet e le possibilità che ci sono adesso è tutto diverso. La ricezione è stata molto buona, anche i concerti stanno andando bene…nonostante il genere, nonostante la crisi, nonostante tanti problemi che ci sono adesso. Io volevo dire delle cose con il disco: queste cose sono arrivate, un po’ perchè ho magari imboccato io i giornalisti (ride), però io sono molto contento, la gente lo capisce per quello che è.

Se Bologna Violenta fosse un film, magari un poliziesco anni 70, chi sarebbe il regista?
Eh cacchio, io vorrei fare un film con Umberto Lenzi. Ha dentro quella vena splatter, horror anche nei polizieschi…che poi era quello splatter fatto a mano: vedevi che era finto e volevi che fosse finto quindi rinunciare al digitale. Adesso è tutto molto figo perchè è tutto vero, ma sai essere finto nonostante sia così perfetto mentre all’epoca sembrava quasi vero ma vedevi che era finto, c’era quella impostazione casereccia. I primi due dischi poi erano influenzati proprio da Umberto Lenzi, voglio dire, anche poi i mondo Mondomovies sicuramente, con i cannibal movie che poi diventano quasi una evoluzione per forza di cose dei polizieschi. Si, mi piacerebbe tantissimo ma non succederà mai, vabbeh (ride).

Tra le tue influenze del disco spiccano metal e la musica classica, due generi che hanno più collegamenti di quanti si possa immaginare, ma comunque ossimorici. Ti piace lavorare con gli estremi quindi…
Beh guarda, la musica classica ha influenzato tutta la mia vita, fin da bambino e anche adesso. La musica classica è poi strana perchè è la musica di un periodo storico finito, però ne è stata scritta tantissima. Da Beethoven in poi è stata scritta tantissima musica, e ascoltare tutto è difficile. Poi era un modo di fare musica diversissimo da quello di adesso, c’erano necessità anche per gli ascoltatori molto diverse. Il ritornello nasce appunto da questo, dalla musica classica: dovevi ripetere un pezzo appunto affinchè la gente se ne ricordasse. Quindi c’è questo aspetto, una costante della mia vita, che non avevo mai messo in Bologna Violenta, avevo sempre lasciato in disparte…e poi mi è sempre piaciuto per contro trovare l’opposto della musica classica. Gruppi grind ad esempio che hanno come logo “no musica”, “no melodia”. Mi ha sempre interessato perchè comunque è musica, e quindi vai a toccare l’espressione umana in modi opposti, e si questo mi ha sempre molto interessato. Mi piace la musica casuale, che dia emozioni, ma mi interesso anche della scrittura.

Quindi da rumore puro a musica pura, limpida.
Si, fai conto, come se il rumore avesse dentro tutta la musica del mondo e tu devi togliere le parti che non centrano. E’ anche un po’ questa la cosa…l’altro giorno, ero ad un concerto e da fuori, c’era talmente tanto rumore che io in mezzo ho pensato che ci fosse un concerto rock and roll di sotto. Io in quel rumore (inconfondibile suono onomatopeico simile ad un disturbo hardcore) ci sentivo delle canzoni, in mezzo c’era di tutto. Mi piacerebbe fare un disco di solo rumore, però la gente sente del rock and roll dentro.

La tua musica è immediata ma densa di rimandi, quasi come un manifesto del futurismo russo dei primi del novecento. Chiassoso, irriverente ma diretto, dritto al punto. Ti rappresenta un po’ questa idea?
Si, io l’ho sempre detto che il futurismo, fosse stato slegato dall’ideologia politica, sarebbe stato molto figo (ride). Ho sempre evitato di dire musica futurista, però l’idea era quella. La velocità, l’immediatezza, il motore…avevano visto molto lungo. Loro han visto molto lungo: tutto molto forte, veloce, volumi molto alti…è quello che è successo poi cinquanta anni dopo. A me piace fare queste cose che poi durano pochissimo e però ti shockano. Dice un filosofo: dei traumi nella vita tu ricordi il momento in cui accade l’avvenimento che ti porta a dramma, poi il resto sono conseguenze. Ad esempio in “Nuovissimo Mondo” c’è “Morte”, un pezzo che ho proprio fatto pensando a cosa succederà nel momento in cui mi accorgo che sto morendo. E l’ho cercato di mettere in musica ma sono 25 secondi velocissimi di trauma acustico. Una cosa brevissima, un momento, ma un momento che ti deve cambiare la vita.

So che c’è anche un lavoro di ricerca di sample, spezzoni e citazioni molto vasto in Utopie, e tra le tante mi viene in mente il Convento Sodomita, la cui atmosfera quasi mi ricorda le colonne sonore di Goblin, come suspiria. Perchè associare la base di un coro gregoriano all’hardcore?
All’inizio volevo fare un pezzo contro Corona, avevamo appena visto “Videocracy”, perchè lui è un personaggio che secondo me rappresenta proprio l’opposto di quello che sono io, poi non lo conosco, magari è tutto finto. Mentre io registravo il pezzo c’era Nunzia che leggeva questo libro “I Papi e il Sesso”. Tutta la storia horror sessuale dei papi. E quindi io durante la registrazione di “Utopie…” passavo dei momenti che lei saltava su con “Noo!”, “Non si può, ma davvero” e mi diceva delle cose atroci, tipo sesso con le galline e via dicendo. Quel giorno era uscita di nuovo una storia di queste e mi ricordavo di questo vinile di canti gregoriani e mi son detto “devo fare questo” e il titolo è venuto subito in mente: il convento sodomita. È il pezzo più noise che c’è nel disco, lo volevo fosse proprio horror. C’è il gregoriano che a me da idea proprio di qualcosa di mistico, ma spesso dietro un convento c’è una tragedia, ci sono dei traumi nascosti dietro…la ricerca di rumore che si mettesse in contrasto con la placidità dell’atmosfera di quando si entra in chiesa.

Sempre di estremi si parla dunque. Ho percepito lo stesso gioco di opposti in ReMerda, un brano a cavallo tra la nenia e lo scherno.
A me piace proprio questa cosa, perchè altrimenti rischia di diventare o tutto troppo serio o tutto troppo allegro. Anche la storia più truce può essere raccontata facendo ridere, insomma chissenefrega. E’ una parodia: era proprio un pezzo del periodo in cui o era caduto o stava per cadere Berlusconi quindi mi son detto “Cerchiamo di farne una favola per bambini”.

Quindi sicuramente questo disco è anche frutto di tue suggestioni, una risposta ad eventi attuali che ti circondano.

Secondo me ogni disco rappresenta il momento storico in cui lo fai, quindi se sta cadendo il governo e tu hai paranoie politiche, questo ti segna. Noi leggiamo su internet tutti i giorni le notizie, e quello era un periodo in cui ti beccavi il faccione di Berlusconi tutti i giorni. Una mattina mi son svegliato e mi son detto “voglio proprio fare un pezzo che inizia con C’era una volta un politico di merda” e lei “ah che bello facciamolo!” (ride)…menti deviate che si incontrano! Mi piaceva il fatto di renderlo una favola, ma alla fine io mi riferivo ad un politico come un simbolo della politica italiana. Una favolta noise moderna.

Il disco si apre con il discorso di capodanno di Giuseppe Saragat (quinto Presidente della Repubblica Italiana), quale messaggio porta, come vero e proprio incipit?
Anche quello nasce dalle mie e cerco di andare nei mercatini e cercare roba vecchia, che mi dia ispirazione. Inizialmente volevo mettere un 45 giri trovato nell’espresso, un paio di anni fa, con delle interviste, un discorso del 68 di questi studenti rivoluzionari. E cercando questo è partito il discorso di fine anno del presidente Saragat. Me lo sono ascoltato e mi sono venuti i brividi perchè è un discorso bellissimo su chi ci governa, di responsabilità democratica…ho sentito il moto interiore del presidente che ci credeva non sapendo che sarebbe arrivato il 68 che sarebbe stato un disastro…e non sapendo che poi l’italia si sarebbe trovata 20 anni dopo esattamente all’opposto…e quindi mi è sembrato un discorso che ora è quasi drammatico. E’ successo tutto l’opposto di quello che speravano, e mi piaceva sottolineare questo contrasto molto forte.

E come a chiudere il cerchio concludi con il suono limpido del tuo violino in scia a Bach, quasi a voler un equilibrio, la cosiddetta quiete dopo la tempesta.
C’è da dire che tutti e tre i miei dischi nell’ultimo pezzo hanno un omaggio a Bach. Nel primo c’è “Bologna ultimo atto”, poi c’è “Uomo ultimo atto” dove c’è l’organo. Nel terzo c’è “Finale con rassegnazione”, dove invece finisce con gli archi, anche perchè inizia con un organo quindi c’è una certa continuità. Un disco o è fatto di canzoni tradizione, oppure è figo farsi anche un po’ un viaggio…e a me insomma piace fare i dischi epici (ride).

Domanda d’obbligo essendo in “terra d’origine”. Da dove nasce la cover dei CCCP?
E’ un pezzo che inizialmente doveva essere inserito in una compilation che poi non è andata in porto perchè era un pezzo che quando avevo sentito tanti anni fa mi era piaciuto un sacco. Quando ho iniziato ad interessarmi all’hardcore in Italia non sapevo chi fossero, li avevo visti con Amanda Lear e queste cose qua. Loro nascono come gruppo punk, sono stati un gruppo molto figo, Giovanni è arrivato tutt’ora sul palco, tanto rispetto. Sono arrivati così in alto in Italia senza scendere a compromessi.

So che alla voce c’è Aimone Romizi,lo hai voluto tu per il brano?
Si, si io non sapevo a chi farla cantare e parlando con Nunzia abbiamo visto i Fast Animals e volevo proprio farla cantare a lui. Siamo arrivati a settembre senza sapere se metterla o no nel disco, poi ho sentito di nuovo il gruppo live e mi hanno convinto, li ho proprio detto appena finito di suonare: “facciamolo!”

Anche in “You’re Enough” ti sei avvalso della collaborazione di J. Randall…
Randall, si lui è uno dei padri del cyber-grind, lui è uno dei maestri, in un certo senso. Lui ha dato anche una mano ad uscire all’estero, negli Stati Uniti, grazie a lui che ha tutta questa etichetta in free download e ha messo online i miei dischi. Lui ha chiesto di cantare in un mio pezzo, e io tipo “certo, oovio” allora abbiamo iniziato questo scambio di mail a mandare brani…io gli ho scritto un testo che ho inventato dai suoi growl (si esibisce un paio di growl esemplificativi). Tutto molto più facile con dropbox, skype…

Beh si immagino, la tecnologia ha anche i suoi vantaggi…
Ma si, io ricordo un gruppo i Meathead, un gruppo di Pordenone, che ai tempi aveva fatto questo sette pollici con gruppi di tutto il mondo, e si mandavano tipo i floppy disc, i campioni per fare le batterie, ogni dischetto apposta con scambio di cose del tipo “ti è arrivato?” “No aspetta, si arrivato, no…”.Ora siamo arrivati al punto di dire “ho fatto un pezzo nuovo, vuoi sentire?” “Okay, scaricato, a posto”.

Ma si anche voi avete tra le mani un progetto completamente indipendente con l’etichetta (la Dischi Bervisti) e di sicuro ne traete vantaggio…
si noi arriviamo fino alla distribuzione nei negozi, magari controlliamo quando siamo in giro come sta andando la vendita…e abbiamo deciso di non affidarci ad uffici stampa anche per motivi economici…poi devi capire che è un progetto che è nato da me, lo facevo ascoltare ai miei amici e dicevo “questo mi piace, mi gasa, è mio”…Sai, essendo stato in diversi gruppi c’era la necessità di mediare…e io mi ero stancato di mediare, quindi un giorno ho proprio detto “basta, adesso faccio un progetto, faccio quello che credo io, e andrò a suonare in tutta Italia” e tac, io caparbio…e alla fine è successo! Adesso le cose sono cambiate, io riesco a fare le cose senza una etichetta di terzi, insomma, ci è bastato farci aiutare con la stampa dei dischi, poi abbiamo scelto un nome per la nostra etichetta, Dischi Bervisti… non vedevamo l’ora! E poi c’è Wallace, che ci ha dato il marchio di qualità, ma ora abbiamo molta autonomia proprio grazie ad internet.

Una utopia che porti nel cuore?
Mi piacerebbe non avere più paura nella vita. Non è umano. Ma quello si, mi piacerebbe anche se non sarebbe più vita.

…e una piccola soddisfazione?
Per me la soddisfazione è sapere che c’è gente che compra il mio disco, che magari ieri sera è andata a comprarlo, o gli è arrivata nella cassetta della posta stamattina…è una soddisfazione piccola, perchè non ci guadagnamo niente, però io quando ho registrato il disco ci ho messo la mia anima, c’è poco da fare, e quindi sapere che a qualcuno sta arrivando il mio messaggio è bellissimo.