Bon Iver

“Bon Iver” (4AD Jagjaguwar, 2011)

Opera seconda per l’astro nascente del folk d’autore Justin Vernon, meglio conosciuto come Bon Iver.
Dopo quattro anni d’attesa Bon Iver torna per bissare il successo di For Emma, Forever Ago, album d’esordio che aveva lanciato l’artista statunitense in cima alle classifiche mondiali.
Il nuovo disco, che prende il nome dallo stesso pseudonimo del musicista, giunto con l’estate nei nostri auricolari, ha già ammaliato un folto pubblico nonostante le sue atmosfere non appropriatamente solari.
Preceduto dal singolo Calgary, in download gratuito sul sito dell’artista, questo album non è sicuramente un disco da primo impatto sonoro, con un ascolto superficiale può dare l’impressione di essere una composizione dai suoni e arrangiamenti omogenei e forse addirittura piatti.
Ma molto presto capiamo che è totalmente lontano da questa prima impressione. Quello di Bon Iver è un disco da apprezzare dopo avergli donato il giusto trasporto, un ascolto in religioso silenzio, a palpebre abbassate. È un album che nasce per trasportare altrove, sicuramente lontano dal delirante caos metropolitano.
E’ proprio in quel momento, appena ci si addentra in questa inesplorata opera che si incontrano sonorità inaspettate.
Arrangiamenti tanto minuziosi quanto dettagliati, che accompagnano, fanno da tappeto alla voce corale e ancestrale dell’artista americano.
Dieci tracce per un album che si presenta come un unico flusso di suoni che si rilasciano e si uniscono trasportando in ambienti incontaminati, in lunghe e larghe distese composte da fiati e chitarre folk.
Tracce come Perth, in apertura del disco, che con la sua introduzione quasi sussurrata si connette con un’apertura di fiati alla traccia successiva, Minnesota, creando un sottile filo conduttore che ritroviamo lungo tutto l’album, anche in pezzi più strettamente folk e ritmici come Towers.
Un album importante quello di Bon Iver, sicuramente tra le uscite più importanti del 2011 e che merita l’attenzione che è già riuscito ad attirare a sé in così poco tempo. Un’opera evocativa e dalla meticolosità quasi orchestrale in alcune delle sue digressioni strumentali; uno spettacolo che si spera riusciremo a vedere quanto prima in una splendida e altrettanto toccante location live.

Paola Rondini