Brandelli Vintage pt.1 Cime Tempestose



Testo Laura Sarti
Foto di Stefano Mattioni

Non è vuota retorica e non c’è nulla di più vero: in un mondo proiettato al cambiamento, il modo di vivere, di esprimere emozioni e sentimenti non sembra essere cambiato.
O almeno, questa è la prima cosa che ho pensato dopo aver chiuso Cime Tempestose di Emily Brontë – e quel libro l’ho aperto e chiuso diverse volte, pensando sempre la stessa cosa. Ovvero che nonostante fosse stato scritto prima della metà del XIX secolo e fosse ambientato negli ultimi cinquant’anni del secolo precedente, riuscivo perfettamente ad immedesimarmi con le laceranti passioni di Cathy. Il tema stesso dell’opera è sempre attuale: tutto ruota attorno alla forza distruttiva degli amori sbagliati, venuti su a gelosia e vendetta, e ai devastanti effetti che possano avere sulla mente e sul corpo di chi li vive. Anche la struttura dell’opera fu considerata piuttosto moderna: le vicende narrate dalla vecchia governante Nelly – da qui la narrazione vivace, vissuta, intima di chi racconta in prima persona – al signor Lockwood, nuovo inquilino della casa colonica, si snodano su diversi piani narrativi in un susseguirsi di rimembranze ed anticipazioni che vanno a ricostruire la storia e il profondo legame tra due famiglie: gli Earnshaw e i Linton.
I protagonisti della tormentata e passionale storia d’amore sono Catherine ed Heathcliff, quest’ultimo un trovatello mentre la prima è figlia del ricco proprietario della tenuta di Wuthering Heights. Cresciuti insieme, sviluppano quella che dapprima sembra essere soltanto un’affinità tra coetanei, ma che si rivela ben presto come una dolorosa necessità di vicinanza costante, un’ossessione carnale, che diviene rabbiosa insoddisfazione e violenza psicologica quando il diverso ceto di appartenenza porta l’orgogliosa Catherine a legarsi ad una recente infatuazione, un giovane di nome Linton, rinnegando i sentimenti per Heathcliff e finendo così per tradire l’amore di lui e prima ancora se stessa.

Heathcliff prima scompare senza lasciare traccia, per poi tornare – arricchito – dopo un paio d’anni a Wuthering Heights, ritrovando Catherine sposata e trasferitasi alla vicina tenuta di Thrushcross. E’ un uomo diverso da quello che aveva lasciato la casa anni prima: l’orgoglio ferito e il desiderio di rivalsa lo hanno aiutato ad uscire da quel pozzo di disperazione in cui la dolorosa scoperta della decisione di Catherine di abbandonarlo lo aveva gettato, ma il prezzo pagato lo si misura nel suo cinismo, nelle crudeltà perpetrate con innaturale freddezza. Inconsapevoli pedine sulle sua scacchiera, tra le vittime della vendetta di Heathcliff cadono dapprima il fratello di Catherine – anch’egli cresciuto accanto ad Heathcliff – e il figlio di lui, e poi Isabel, giovane e ingenua sorella del marito di Catherine: convinta da Heathcliff a fuggire con lui e a sposarlo, si ritroverà maltrattata e disprezzata dall’uomo che credeva di amare. Catherine ha il destino segnato delle eroine romantiche: insoddisfatta dalla vita accanto ad un marito introverso che la ama senza capirla e per il quale prova solo un rispettoso affetto, si dibatte tra le forze che la muovono verso Heathcliff: l’odio, il disprezzo, la frustrazione dettata dall’impossibilità di rinnegare l’amore che ancora prova per lui – fuochi opposti che divorano ugualmente l’anima di Heathcliff.

Non si corre il rischio di rovinare la sorpresa a nessuno raccontando il finale: la morte per parto e consunzione di una ormai non più lucida Catherine si respira fin dalle prime battute. Un senso di mortale oppressione la Brontë ce lo fa raccontare dall’ambiente naturale che caratterizza la tenuta di Wuthering Heights: la brughiera sterminata nella sua desolazione, le lande innevate, i rami nodosi mossi dal vento gelido che graffiano come dita disseccate i vetri delle finestre – gli esterni, così come gli interni in legno intagliato, illuminati dalla fioca luce delle candele, giocano un ruolo non secondario a quello dei veri protagonisti della vicenda. Per quanto non ci possa essere alcun dubbio sull’appartenenza di Cime Tempestose alla categoria dei romanzi gotici, sarebbe riduttivo definirlo soltanto come tale. Emily Brontë delinea i ritratti dei suoi personaggi con un’introspezione psicologica degna di nota, introspezione che raggiunge la sua massima profondità con il personaggio di Heathcliff che – pur rappresentando l’archetipo dell’eroe byroniano – tutto è fuorché stereotipato, tanto da poter isolare all’interno dell’intera vicenda una sorta di “thriller psicologico” in cui il protagonista ci fa scoprire pagina dopo pagina come porterà a compimento la sua vendetta. In fin dei conti, di moderno c’è ben più delle tematiche, in Cime Tempestose: immergersi nella lettura di queste pagine di letteratura significa perdere del tutto la dimensione temporale e vivere sulla propria pelle qualcosa di senza tempo.

Laura Sarti