Brandelli Vintage pt.2 Il Sentiero dei Nidi di Ragno



Mi ero ripromessa di parlarvi de Il Sentiero dei Nidi di Ragno di Italo Calvino in tempo per il 25 Aprile, ma procrastinare ha evitato che colorassi di inevitabile ideologia questo libro più di quanto non fosse necessario.
Il rapporto di Calvino con l’ideologia è espresso molto chiaramente nell’introduzione che lui stesso scrive alla seconda edizione de Il Sentiero dei Nidi di Ragno, datata 1964 (la prima edizione del 1946 viene riveduta e corretta da Calvino stesso, perché scritta “a caldo” e quindi troppo cruda). C’è il bisogno quasi fisico – che è quella di tutti, letterati e popolo – di raccontare quello che si è vissuto, ma c’è anche il disaccordo di Italo e dei compagni che come lui hanno fatto in tempo a militare tra i “banditi delle montagne” con le opinioni che circolano nell’immediato dopoguerra: da un lato i benpensanti che gettano ombre sull’operato dei partigiani, dall’altro una sinistra che chiede ai propri scrittori di tracciare un ritratto pedagogico degli “eroi positivi” della resistenza.

Calvino prende le distanze e risponde con quello che definisce neo-espressionismo: deciso ad evidenziare come il solo fatto di aver preso parte alle lotte antifasciste abbia nobilitato anche gli ultimi tra i militanti, l’autore sceglie di raccontarci di una brigata di “peggiori partigiani possibili”, tizi “tutti un po’ storti”, inevitabilmente vittime delle più disparate miserie umane. E lo fa ponendo l’accento sui loro difetti, figurando la persona umana con una modalità propria all’espressionismo: tratti esasperati, smorfie contorte e grottesche – primo tra tutti Pin, il protagonista.
Pin è un bambino, ed è attraverso il suo sguardo che ci vengono dipinte le vicende di una riviera di Ponente battuta dalle mitragliate e dai rastrellamenti. Calvino, giovane borghese che si avvicina alla guerra partigiana in una tarda e trascinata adolescenza, si immedesima nella figura del bambino che non riesce proprio a capirla, questa guerra. Mediante questo espediente narrativo, Calvino evita di indugiare sulle motivazioni, sui perché della Storia, sulle ideologie – riflessioni che affiderà comunque ai pensieri di un personaggio, circoscrivendole ad un solo capitolo, quasi si trattasse di un’appendice che non snatura l’origine narrativa dello scritto. L’esperienza della guerra e della lotta partigiana sono dunque raccontate dal metro e mezzo tutt’ossa di Pin, ragazzino senza genitori cresciuto alla bell’e meglio dalla sorella che si prostituisce. Sboccato e attaccabrighe, viene evitato dai coetanei di cui sente nostalgia e che allo stesso tempo compatisce, cercando così la compagnia degli adulti tra carruggi e osterie: qui tiene banco per ore, tra canti popolari e battute oscene, bicchieri colmi di vino che gratta la gola, storie di donne e di “guardie infami”.

E’ chiaro, la plateale disinvoltura nel dibattersi tra tematiche così lontane dal vivere quotidiano di un ragazzino della sua età è tutta finzione, volta ad ottenere quel poco di attenzione che basta a Pin per scaldarsi la pancia e ricacciare indietro lacrime e rabbia. Pin viene messo alla prova e convinto a sottrarre la pistola ad un militare tedesco cliente della sorella, ma il gesto che compie non riscuote il successo che Pin sperava ed oltre ad una profonda delusione nei confronti di quelli che credeva “suoi amici”, deve affrontare anche l’incarcerazione per il furto commesso. In prigione Pin rincontra Pietromagro, il ciabattino presso cui era stato garzone, e poi fa la conoscenza del giovane Lupo Rosso – nome di battaglia di un partigiano incarcerato in quei giorni, che Pin impara ad apprezzare per il coraggio e la resistenza agli interrogatori. Proprio Lupo Rosso lo aiuterà ad evadere, e lo porterà ad incontrare un gruppo di partigiani nascosti sulle montagne.
Ed è qui che Calvino ci mostra sì dei partigiani, ma dalla dubbia eroicità, ammalati di tutti i più comuni difetti umani e che si sono avvicinati alla lotta eversiva per i più disparati motivi, trovandovi spesso un alibi. Tra di essi c’è Cugino, un omone grande e grosso ma dall’aria mite, che tra tutti colpisce Pin per il suo piglio fermo e pacato, per la sua lealtà e il suo modo di ragionare. Passa il tempo sulle montagne, Pin coglie le fragilità degli adulti attorno a lui.

Dopo un diverbio con il comandante del gruppo, Pin si allontana e ritorna a quel che rimane del suo paese d’origine, devastato dai rastrellamenti tedeschi. Qui ritrova Cugino, col quale intrattiene una lunga conversazione, che lascia Pin con la convinzione che si tratti di un adulto diverso da tutti quelli incontrati fino a quel momento: Cugino è un amico rispettoso, disinteressato, che pare volergli finalmente bene e che desidera proteggerlo. Pin quasi si convince a mostrargli quanto di più prezioso conosce, ovvero il sentiero scosceso dove fanno i nidi i ragni, un “posto fatato” – l’unico in cui si è sentito in diritto di essere bambino e sognare ad occhi aperti. E poi l’epilogo: due persone si allontanano per mano, nella notte. Si tratta di poco più di un centinaio di pagine di racconto, scritto – ci dice Calvino – “tutto d’un fiato”, e proprio tutto d’un fiato si viene portati a leggerlo, cullati da un profumo di fiaba che pervade tutto il libro.

Senza esagerare, una delle prime volte più belle della letteratura italiana che lascia pieni di nostalgia per quell’epoca meravigliosa che è l’infanzia.

Laura Sarti

Se ti è piaciuto, leggi anche:
Brandelli Vintage Pt.1 – Cime Tempestose