BUGIARDI E INNAMORATI

Bugiardi e Innamorati
di RICHARD YATES
(Minimum Fax, 13,50 euro)

Recensione + intervista alla traduttrice ANDREINA LOMBARDI

“If my work has a theme, I suspect it is a simple one: that most human beings are inescapably alone, and therein lies the tragedy.” – Richard Yates

“Qualsiasi vita è, naturalmente, un processo di demolizione.” – Francis Scott Fitzgerald
“Non c’è secondo atto nella vita degli Americani.” – Francis Scott Fitzgerald

Yates mi è sempre stato antipatico. Ma ammetto di essere quel tipo di persona che ragiona per stereotipi. Insomma per un certo periodo ho pensato che tutti i fan di John Lennon se ne andassero in giro armati, che tutti i preti fossero casti e i politici brave persone. Ma sappiamo che non è così, e che non si può ragionare per antonomasia. Così leggendo “Bugiardi e Innamorati” ho quasi cambiato opinione. Nonostante per molto tempo l’abbia etichettato solo come la classica incarnazione dello scrittore novecentesco: propensione all’alcool, barba e isolamento volontario a livello culturale e sociale da un mondo che disprezzava. Per non parlare della povertà e problemi polmonari degni del Dostoevskij messo peggio.

“Bugiardi e Innamorati” esce in Italia solo nel 2011, Minimum Fax, tradotto da Andreina Lombardi Bom(*leggete l’intervista a seguire), mentre l’edizione originale quasi trent’anni prima in America. Un libro che fruttò delle buone vendite anche sulla scia dell’ondata minimalista che stava guadagnando spazio proprio in quegli anni.

Mi sono sempre chiesto: da dove viene l’astio dei suoi racconti? Perché intitolare una raccolta “Undici Solitudini” o parlare sempre di coppie che stanno per divorziare? Poi uno si informa e scopre la lunga serie di disgrazie (guerra, divorzi, alcool, mancanza di soldi) che hanno infiocchettato la sua vita e non si stupisce più troppo, e non lo biasimo, se aveva una visione negativa dell’esistenza.

Yates usa un registro spoglio per storie di fallimenti. Che siano impiegati, mariti, madri con figli a carico, scrittori o soldati in licenza, i suoi personaggi hanno una costante: cercano di affermarsi su una vita, una società dai quali non si sentono apprezzati. Loro stessi non si apprezzano e ragionano, alla faccia di Epicuro, come se la fonte della loro soddisfazione fosse perennemente procrastinata. Il loro momento buono arriverà. La madre del racconto “Oh Giuseppe Sono Tanto Stanca” diventerà famosa e amata quando avrà realizzato la statua della testa di Roosevelt. Il professore di “Una Ragazza Naturale” vuole partecipare alla politica per affermare qualcosa di sé stesso. Il soldato di “Motivi Di famiglia” deve fingere di avere una camminata da scapestrato per sentirsi a suo agio.

I suoi racconti sono la faccia della società americana che nessuno aveva voluto mostrare onestamente. Cose che non c’erano nei romanzi di Richard PowellWilliam Saroyan. Sei del 1926, i tuoi sono divorziati, hai visto la guerra, scrivi comunicati pubblicitari per la Remington Rand e alla radio Truman ti parla della prosperità e della nuova responsabilità dell’America come guida internazionale. Per non parlare di Joseph McCarthy. Anche se L’America ha vinto, la prosperità ha innaffiato tutti gli stati sociali, c’è un’ insoddisfazione in cui la tua generazione sta annegando. Dovrebbero essere felici, soddisfatti, ma non è così. Partendo da Fitzgerald, più che da Flaubert (altro suo idolo), Yates, scrittore per scrittori come lo ha definito Richard Ford, mostra che la letteratura non ha bisogno di astrattismi o grandi trucchi per rappresentare la grottesca tragicità della vita. Yates non parla di persone affette da bovarismo; troppo semplice. Lui descrive le ansie e i sogni di gloria non più degli americani di Princeton, come Fitzgerald, ma dei borghesi che non riescono a vivere il loro daydream. I suoi racconti sono un mosaico corale di persone comuni che sibilano i tormenti peggiori del loro autore. Questo spiega anche il ricorrere di certi temi: alcool, divorzi, genitori inaffidabili.

Avrei preferito che Yates avesse rischiato un po’ di più come narratore o messo più dettagli, ma sicuramente lui sa trasmettere la immusonita tristezza quotidiana di questi americani nella cui vita non ci sarà mai un secondo atto, e nemmeno un punto di svolta, nonostante le loro accanite speranze. E poi“Motivi Di famiglia”“Addio a Sally” sono molto belli. Le mie invece di speranze sono due: vedere Philip Seymour Hoffman interpretare la parte del professore di “Una Ragazza Naturale”, e che la biografia diYates scritta da Blake Bailey venga tradotta anche qui.

Enrico Gregorio

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Intervista a Andreina Lombardi, traduttrice del libro.

Come è stato tradurre “Bugiardi e Innamorati”?
Trattandosi del “mio” quarto libro di Richard Yates, un autore che fra l’altro mi piace molto, è stato anzitutto come ritrovare un vecchio amico. Un amico brontolone, che si lancia in dettagliati racconti delle proprie (o altrui) disgrazie ed esige da te la massima attenzione, ma al quale non riesci a non voler bene. Per quanto riguarda il lavoro di traduzione vero e proprio, una delle difficoltà maggiori è stata mantenere una continuità espressiva, soprattutto a livello lessicale, con i libri precedenti. E poi il racconto «Bugiardi e innamorati», che dà il titolo alla raccolta, mi ha creato qualche problema linguistico: è ambientato a Londra, ma il protagonista è americano, per cui nell’originale i personaggi parlano in effetti due inglesi diversi. Ho cercato di rendere questo divario quasi sottotraccia, senza ricorrere, come spesso si usa, a espressioni dialettali italiane che in un testo tradotto mi sembrano spaventosamente fuori luogo; ma non so se ci sono riuscita.

Ci sono delle particolarità linguistiche di Yates che magari il “lettore comune”, quale sono io, non coglie?
Yates utilizza spesso una sorta di “lessico famigliare” (non per niente questo risalta di più nei racconti ispirati alla sua infanzia) nel quale certi termini, specialmente aggettivi, ricorrono e risaltano in maniera particolare, come se fossero carichi di un significato speciale. Purtroppo spesso questi termini hanno accezioni diverse a seconda del contesto, e non sempre è facile mantenere questa continuità in italiano.


Cosa ti piace di Yates? Quale pensi sia la sua peculiarità?
Ti do una risposta a caldo che forse a te, come a molti lettori di Yates, sembrerà strana: la sua ironia. Ha un modo di essere contemporaneamente “dentro” e “fuori” i suoi personaggi, notando con grande precisione sia il lato umoristico delle situazioni (visibile all’osservatore esterno) che quello tragico (percepito come tale dal personaggio). Forse nel suo libro più famoso, Revolutionary Road, questo non si nota perché è un romanzo essenzialmente drammatico, ma in altre opere come Easter Parade e soprattutto Bugiardi e innamorati si nota eccome. (Del resto, secondo me Revolutionary Road non è il lavoro migliore di Yates, pur essendo a mio avviso un grande libro: preferisco di gran lunga Easter Parade.)
Un’altra caratteristica che mi colpisce molto nelle sue storie è la loro qualità cinematica; mi meraviglia che molte sue storie non siano ancora state portate sullo schermo – tranne Revolutionary Road, che comunque è un discorso a parte: l’elaborazione che ne ha fatto Sam Mendes, pur pregevolissima, era in certa misura funzionale ai due interpreti, e forse anche alla coppia marito-moglie/regista-attrice che ne costituiva il motore. Considera però un racconto come «Bugiardi e innamorati»: questo strano rapporto fra un americano alla deriva e una prostituta londinese, fra uno scrittore che non scrive e una ragazza che rielabora il racconto della propria vita fino a non saper quasi più distinguere la realtà dalla fantasia: non ti sembra un film di Mike Leigh? Anche la scervellata comunità californiana di «Addio a Sally» sarebbe magnifica sul grande schermo se fosse diretta, per esempio, da un maestro della satira come Peter Bogdanovich. Ma il mio più grande rimpianto è che non sia stato fatto un film da Disturbo della quiete pubblica, forse il romanzo più duro di Yates, interpretato da Jack Lemmon – il Lemmon degli anni Settanta, per intenderci, quello di Prigioniero della Seconda Strada (film uscito, guarda caso, nel 1975 come il romanzo). Anche Revolutionary Road, se a suo tempo fosse stato affidato, che so, a Billy Wilder, che sapeva giostrare in uno stesso film elementi drammatici, comici e grotteschi, sarebbe stato un’altra cosa e forse adesso non staremmo qui a parlare sempre e solo della cupezza e della negatività di Richard Yates.

Verrà mai pubblicata in Italia la biografia “A Tragic Honesty: The Life and Work of Richard Yates” scritta da Blake Bailey ? Chi dobbiamo tempestare di e-mail minatorie alla Minimum per far sì che ciò accada?
A Tragic Honesty, oltre a essermi stato di grande aiuto nel ricostruire l’universo yatesiano, è un libro affascinante come la vita che descrive. Purtroppo, però, è anche un volumone di quasi settecento pagine, la cui pubblicazione in Italia richiederebbe un notevole impegno economico da parte dell’editore, fra spese di traduzione e di stampa, per un libro che si rivolge a un pubblico tutto sommato di nicchia. Forse, più che una campagna minatoria, sarebbe il caso di aprire una sottoscrizione.

Secondo te per quale motivo sceglie di raccontare storie tanto fallimentari e personaggi tanto ripiegati su se stessi? Quanto c’è di biografico in ciò?
Moltissimo, direi. Ma può anche darsi che sia una reazione a una poetica eminentemente americana: l’eroismo a tutti i costi, in positivo o in negativo. I personaggi di Yates non sono eroi né nel bene né nel male; spesso cercano di immaginarsi come eroi (vedi per esempio il soldato Colby del racconto «Motivi di famiglia» o l’aspirante scrittore Bill Grove di «Saluti a casa» – che poi non è altri che la versione cresciuta del protagonista di Una buona scuola –, tutti assorti nel tentativo di presentare agli altri un’immagine interessante e disinvolta di sé) ma non sono eroi, sono solo persone qualsiasi anche se si sentono chiamati a più alti destini. Potremmo dire che, se il modello americano dominante fino a quel momento era quello della Grande Illusione, quello di Yates è la Grande Delusione. Non dimentichiamo che, ci piaccia o no, Yates ha effettivamente segnato in qualche modo un punto di svolta nella narrativa americana dagli anni Sessanta: senza Yates, per dirne una, probabilmente non avremmo avuto Carver, che era un suo fervido ammiratore.
Del resto bisogna tenere conto di una cosa: ciò che in Yates può sembrare negatività gratuita non è altro che estremo realismo. Yates sceglie di rifiutare le soluzioni consolatorie perché, molto spesso, nella vita vera di soluzioni simili non ce ne sono. L’aggettivo “chirurgico” è più che abusato quando si parla di realismo in letteratura, ma in questo caso mi sembra il più adatto: Yates taglia nel vivo dell’individuo, ne mette a nudo i meccanismi meschini e le piccole miserie o ridicolaggini, tanto che spesso a leggerlo (o a tradurlo) viene quasi da arrossire, neanche ci avesse puntato un dito contro dicendo: “Questo fallito, questa vigliacca, questi sognatori che non fanno nulla per realizzare i loro desideri o che scelgono invariabilmente la strada sbagliata, sei tu, sono io, siamo tutti noi”. Forse è questo il motivo per cui non ha riscosso grande successo presso i suoi contemporanei; nell’America che inventava antieroi come quelli diSalinger o di Kerouac, icone della ribellione sublime, non ci si identificava volentieri in un ribelle mancato o velleitario, anche se gran parte della gente comune somigliava più a Bill Grove o a Emily Grimes che aHolden Caulfield o a Neal Cassady.

Secondo te cosa sceglie di criticare, la società o l’uomo?
L’uomo, senz’altro. Ma non parlerei di critica, quanto piuttosto di ritratto spietato e lucido (anche queste parole abusate, lo so).

Di questa raccolta quale racconto ti ha colpito di più?
Difficile dirlo. «Bugiardi e innamorati» mi piace per la sua vivacità, come pure «Saluti a casa»; in «Oh, Giuseppe, sono tanto stanca»«Partecipare alla corsa» trovo stupendi i ritratti dei bambini, che cercano di essere bambini in qualche modo pur trovandosi costretti a subire il mondo degli adulti; infine (ma mi fermo solo per questioni di spazio) mi ha entusiasmato, in «Addio a Sally», il grande affresco di quel mondo di pazzi che è la Beverly Hills degli anni Sessanta.

Su Ibs un lettore ha scritto: “si tende a pensare che un prodotto di buon artigianato sia un’opera straordinaria… cosa che non è. Ha fatto bene un altro recensore a citare Fitzgerald; se questo è un grande scrittore, Fitzgerald chi è? Il messia?”Tu cosa gli risponderesti?
Che probabilmente lo era, Fitzgerald, il messia, almeno per Yates. Era il suo modello, il tipo di scrittore che sognava di diventare; non a caso in «Addio a Sally» il riferimento a Fitzgerald diventa un vero e proprioLeitmotiv. Però non sono d’accordo nel definire Yates soltanto un “buon artigiano”: ci sono scrittori bravi, scrittori grandi e scrittori grandissimi, e direi che Yates occupa a buon diritto il secondo posto. Altrimenti bisognerebbe dire: “Ok, buttate via tutto quello che è stato scritto, perché dopo Fitzgerald (o Hemingway, oShakespeare) non ce n’è più per nessuno”.