Cafè Society

47esimo film: questo è “Cafè Society” per Woody Allen. Un regista che già negli anni 70 era entrato di diritto nella storia del cinema e che, ancora oggi, a volte bene e altre meno, è in grado di riproporsi con film comunque sempre intelligenti, pure quando sono poco riusciti. Dopo pellicole decisamente opache, secondo me, Allen torna con un buon film, che nella sua leggerezza racchiude un messaggio molto potente e pessimista, in pieno stile Woody.

Siamo negli anni ’30, il periodo d’oro di Hollywood, che era sinonimo sempre di successo e di sogno. Nella città delle stelle vive il manager di successo Phil Stern (Steve Carrell), che ha un nipote, Bobby Dorfman (Jesse Eisenberg), un ebreo di New York in cerca di fortuna proprio da lui, nel mondo del cinema. Questo “viaggio della speranza” farà conoscere a Bobby la bella Vonnie (Kristen Stewart), con cui vivrà l’atmosfera del Cafè Society, fino a che…

Non c’è dubbio sul fatto che il senso di dejavu accompagni spesso le opere di Woody Allen, ed è anche fisiologico dopo più di 40 film. Il nevroticismo spinto di alcuni suoi personaggi, la sfiducia pressochè totale nei confronti dell’essere umano, l’anti divismo hollywoodiano: tutti temi già sentiti, ma che in questo “Cafè Society” trovano una sintesi efficace.

Avevo lasciato Allen con “Midnight in Paris” (i successivi film non mi erano piaciuti gran ché) e ho ritrovato la brillantezza e l’ironia sottile e sconcertante, certo senza gridare mai al miracolo. Intelligente e molto arguto è il finale, molto diverso nei contenuti rispetto a quello molto speranzoso di “Midnight in Paris”: qua la speranza è molto lontana, e non è questione di Los Angeles o New York.

Allen è poi sempre un maestro nel girare le donne, un regista che riesce a trovare la grazia e l’eleganza anche in attrici non proprio avvezze a questi contesti: la Stewart, con i suoi tratti forti, ne è un esempio. Eisenberg (dopo l’orrendo “To Rome with Love”) è un attore perfetto per il mondo del regista di New York e lo stesso Carrell si conferma come un attore ormai solo da film di una certa levatura.

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“Cafè Society” è quindi un buon prodotto di un uomo che non sembra essere in grado di fermarsi (ha anche girato una serie TV per Amazon) e che all’età di 81 anni è stato in grado di girare il suo primo film con una telecamera digitale. Un artista che merita rispetto, anche se è altamente probabile che non ci regalerà altre perle a livello di “Annie Hall”, “Manhattan”, e poi potete aggiungerne parecchi, che però sanno tanto di passato.

Matteo Palmieri