Capra_Gazebo Penguins

Capra foto di Marco Pasqualotto

Confessioni di un Musicista è la rubrica settimanale in cui i musicisti si raccontano attraverso la musica che li ha cambiati e toccati profondamente. Partendo da una canzone a loro scelta, senza nessun limite di forma, ci sveleranno storie personali e aneddoti.

Foto di Marco Pasqualotto

Capra è il frontman dei Gazebo Penguins, ha da poco pubblicato il suo primo album solista in cui racconta l’inverno e l’Appennino Emiliano dove risiede.


Motorpsycho – Wearing Your Smell

Devo fare due conti e capire in che punto esatto mi ha cambiato la vita.
So esattamente che la canzone è questa. Ci ho già pensato un sacco di volte.
Ora che devo scriverne bisogna fare chiarezza. Quindi. Breve ricerca su google. Ma non salta fuori niente. Ho cercato male. Aggiungo parametri quali: NOME DELLA BAND + REGGIO EMILIA + il nome di un concorso a cui eravamo arrivati in finale. Taaac. Eccolo.
Era un periodo tra il 2002 e il 2003.

Suonavamo in una banda che si chiamava Mind The Gap ed eravamo in tantissimi (ma non abbastanza.)
Ero quasi sicuro che stessimo facendo la musica più importante che il mondo potesse ascoltare in quel periodo. Ma c’era qualcosa che non funzionava. Furono i Motorpsycho a farmelo capire.
Stasera che ho iniziato a scrivere questa roba ho visto per la prima volta il video – per certi versi ci si sente più giovani 13 anni dopo.
“Timothy’s Monster” arrivò nella nostra cerchia di metallari di terza generazione tramite il moroso della sorella del batterista. Gli avvicendamenti all’interno della banda furono tantissimi, e sono quelli che di solito cagano tantissimo il cazzo a chi legge. Perciò li scrivo tutti: all’inizio non c’era il batterista e usavamo delle basi; poi il chitarrista diventò il batterista, partendo da zero; Sollo – che era quello che faceva le basi – continuò a fare le base ma più che altro sinth e scratch; quindi io inizia a suonare la chitarra, partendo da zero; quindi l’altro chitarrista divenne il bassista e il bassista divenne lo “strumentista etnico” (un modo come un altro per non cacciare qualcuno dal gruppo); quindi prendemmo un altro chitarrista che faceva anche i cori. Quindi cambiammo il nome del gruppo. Fine.
C’era (in me sicuramente) una ricerca insaziabile di costruire un gruppo che fosse perfetto, che riempisse ogni buco e ogni spazio, inattaccabile. E quella ricerca cominciò dai Motorpsycho.
Fondamentalmente fu il suono del basso a travolgermi.

Le strofe di “Wearing your smell” gravitano esclusivamente su basso e batteria, e su quelle si sistema la voce, e non senti la mancanza di nulla.
Il nostro suono di basso, il nostro modo di avere un basso in un pezzo, doveva essere così. E cominciarono quegli avvicendamenti in sala prove.
Quindici e passa anni che suono e una delle cose più incredibili resta questa sala prove a casa di Davide, una stanza che abbiamo risistemato al secondo piano di una casa di campagna a 500 mt da un campo nomadi, vicino al canale Tresinaro di Correggio, al cui fianco stavano le camere da letto della famiglia, e sua madre che verso le undici di sera apre la porta e dice “Io vado a letto ragazzi”, e noi senza nessun rammarico “Facciamo l’ultimo pezzo e abbiamo finito!”
Io, da genitore, devo pensarci a fondo per dire che farei la stessa cosa per mia figlia se mai me lo chiedesse.

Quel disco dei Motorpsycho cambiò il nostro modo di suonare, ne avevamo tutti una copia in cdr con la copertina fotocopiata a colori – ascoltando l’edizione rimasterizzata uscita qualche anno fa, mi sono poi accorto che stavamo ascoltando un disco in cui mancavano persino 2 pezzi.
“Wearing your smell” è una delle canzoni per cui ho trovato più seconde voci nell’intera storia della mia musica. Conosco quel disco a memoria (almeno i pezzi che erano nella ‘nostra’ versione), lo trovavamo inequivocabilmente rivoluzionario per i nostri ascolti dell’epoca, fu qualcosa di travolgente che ho vissuto pochissime altre volte in vita mia.

C’era qualcosa di meravigliosamente ingenuo nel nostro voler suonare la musica più importante del mondo. Ma ingenuo – etimologicamente parlando – significa ‘generato dentro’, e in un certo senso rispecchia alla perfezione quanto può essere capiente un desiderio a vent’anni. I Motorpsycho non furono però sufficienti. E non fu sufficiente il nostro desiderio.
Le vite prendono forma, e in una band agli esordi le cose da trattenere per non far crollare tutto diventano sempre di più man mano che ti accorgi che quell’importanza, alla musica che stai facendo, sembra che sia solo tu a dargliela. E alla fine ci si divide tra chi non può fare a meno di suonare, e chi può farne a meno. E così, assieme a Sollo e Piter, nacquero i Gazebo Penguins. Per suonare senza avere la pretesa di fare la musica che cambiasse le sorti del mondo, ma per fare semplicemente la musica che ci piaceva fare.
Suonare la musica che ti piace con persone che – come te – stanno male se non suonano: credo siano questi i due ingredienti per far sì che una band duri. Immagino sia lo stesso anche per i Motorpsycho.
(Oppure fare un fracasso di soldi. Ma è un mondo che non centra nulla con quanto raccontato fin qui.)
Quelle volte in cui capita che dopo un concerto arrivi qualcuno per dirci che col gruppo in cui suona fanno una nostra cover, o per lasciare un demo e chiosare con una frase tipo “Abbiamo iniziato a suonare dopo che vi abbiamo conosciuto”, o anche robe meno didascaliche tipo “Continuate così”, quelle poche volte in cui capita qualcosa del genere ti sale addosso una responsabilità strana, qualcosa che di primo acchito non vorresti, da liquidare con un Fate di meglio, per favore. Ci ragioni su la mattina dopo, e la responsabilità non scema, e non credo c’entri nulla nemmeno l’orgoglio, ma l’unica faccia che ti resta impressa è la tua, anni prima, che ha fatto la medesima cosa.

Faccio il possibile per seguire ogni uscita dei Motorpsycho, anche se la passione, nel corso di questi 13 anni da quando li ho scoperti, è gradualmente andata scemando. Mi capita ancora di vivere momenti di attenzione che cambiano il mio modo di pensare la musica; le ultime volte che mi è successo è stato quando ho scoperto, per esempio, gli Oblivians lo scorso ottobre, o quando ho finito “Musica di merda” di Carl Wilson pochi giorni fa. Non credo sia importante chi sia a farmi cambiare idea, o farmi andare più a fondo. Vorrei solo che col passare del tempo, e col cambiare negli anni la portata dei desideri – col trovarmi a preferire una buona cena piuttosto che un buon disco -, ci sia sempre qualcuno, ci siano sempre degli altri a ricordarmi che le cose possono anche andare diversamente.

CAPRA – PLAYLIST


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