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	<title>Youthless Fanzine &#187; interviste</title>
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		<title>Beatrice Antolini intervista</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 13:51:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Prosegue la nostra partnership con gli amici milanesi del sito QUOTE MAGAZINE, a questo giro ci hanno proposto l&#8217;interessante intervista a Beatrice Antolini, che ritorna con un nuovo disco. Testo e intervista di Eugenia Durante Foto di Carlo Polisano Quando frequentavo il liceo, le lezioni di greco erano allo stesso tempo quelle più interessanti e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/beatrice-antolini-intervista/rid_beatriceantolini_1" rel="attachment wp-att-8809"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/rid_beatriceantolini_1-e1369230081187.jpg" alt="" title="rid_beatriceantolini_1" width="549" height="358" class="alignnone size-full wp-image-8809" /></a></p>
<p><font size="2"><br />
Prosegue la nostra partnership con gli amici milanesi del sito <a href="http://quotemagazine.it/" target="_blank"><strong>QUOTE MAGAZINE</strong></a>, a questo giro ci hanno proposto l&#8217;interessante intervista a Beatrice Antolini, che ritorna con un nuovo disco.</p>
<p><strong>Testo e intervista di Eugenia Durante<br />
Foto di Carlo Polisano</strong></p>
<p>Quando frequentavo il liceo, le lezioni di greco erano allo stesso tempo quelle più interessanti e complesse. Ricordo ancora un’ora di lezione spesa a parlare di Ulisse e, in particolare, di un aggettivo che gli calzava a pennello: politropo. La sua definizione Treccani è “che ha ingegno versatile, multiforme; astuto, scaltro”. Dopo una lunga chiacchierata, penso che non ci sia aggettivo migliore per descrivere Beatrice Antolini. Classe 1982, <strong>Beatrice</strong> è una donna eclettica, magnetica, che riesce ad assorbirti con una risata contagiosa e una gestualità naturale e intrigante, e allo stesso tempo una delle artiste più versatili del panorama musicale italiano. Non ha paura di cambiare, perché il cambiamento è ciò che le permette di rimanere se stessa. Abbiamo parlato del suo ultimo album, “<strong>Vivid</strong>”, uscito lo scorso <strong>14 maggio</strong> per <strong>Qui Base Luna</strong>, di musica pop e tanto altro. Ecco cosa ne è venuto fuori. </p>
<p><strong>Hai detto che “Vivid”rappresenta un grande cambiamento. Come sei cambiata da Big Saloon a oggi?<br />
</strong>Da <strong>Big Saloon</strong> a oggi sono cambiata parecchio. Non ho cambiato me stessa, perché la mia identità e la mia natura interiore sono rimaste le stesse, ma ho cercato di svilupparle al meglio attraverso un lavoro di trasformazione, di trasmutazione. Non bisogna cambiare quello che si è, bisogna evolversi. Sostanzialmente, da un punto di vista prettamente personale, questo è il cambiamento più grande.<br />
Dal punto di vista più musicale, invece, ho cercato e sto tuttora cercando di non lasciare più la materia grezza. Ho sempre detto che le canzoni mi arrivano perché mi apro e l’apertura facilita il processo: le idee devono fluidificare, non stagnare. Quando le idee stagnano, ci sono troppe ansie e troppe paure e non si riesce a far nulla. Per parlare in maniera schietta, penso che se tu sei predisposto ad accogliere, le cose ti arrivano. L’importante è essere un canale di energia pulita. Per me la pulizia è fondamentale. Prima la materia rimaneva grezza, perché io sono per lo più arrangiatrice e produttrice, anche se poi in realtà mi occupo di tutto. La grande novità di “<strong>Vivid</strong>”, invece, è che ho voluto trasformare questa materia in qualcosa di più prezioso, un po’ come se avessi cercato di passare dal piombo all’oro. Non so se all’oro sono ancora arrivata, ma l’obiettivo è quello. Questo è potuto succedere perché in questi due anni la crisi mi ha fatto capire che anche il modo di fare dischi in Italia non mi rispecchiava più, anche lo stesso modo in cui tentavano di catalogarmi.  Ho voluto cercarmi una nuova situazione, rischiando tantissimo &#8211; perché io con <strong>Urtovox</strong> mi sono sempre trovata bene, sono stata bene. Decidere di cambiare non è stato facile.</p>
<p><strong>A proposito di etichette, per Vivid  hai appunto scelto una via diversa.<br />
</strong>Assolutamente. Adesso sono con “<strong>Qui Base Luna</strong>”, che è una non-etichetta &#8211; noi lo chiamiamo “ecosistema musicale” &#8211; dove ognuno conta allo stesso modo. In effetti, in un ecosistema, se vai in strada e butti una cartaccia, fai del male a tutti, te compreso. Bisogna capire che se ognuno pensa al proprio orticello non si va da nessuna parte, sia nel sistema economico sia in quello discografico. L’artista dovrebbe essere al pari degli altri, ma in realtà poi è quello che si prende sempre il meno di tutti. Secondo me è abbastanza assurdo, ogni sfruttamento è assurdo. “<strong>Qui Base Luna</strong>” vuole essere proprio un ecosistema pulito, in cui nessuno sfrutta nessuno e si lavora tutti insieme. Non ci sono molti contratti e carte, perché nessuno ha paura. Se ci pensi, il contratto è la tua paura scritta su carta, in modo da non avere né gioie né dolori. Io, invece, penso che per crescere sia necessario provare tanti dolori e tante gioie, star poco davanti ai computer e affrontare le persone, comprenderle, fare della fatica per ottenere gli amici, il fidanzato. Bisogna fare fatica nella vita, non può esserci solo la modalità Facebook del click-cometichiami-usciamo. </p>
<p><strong>Hai cominciato a suonare il piano da piccolissima, poi ti sei avvicinata agli altri strumenti e adesso suoni davvero un po’ di tutto. C’è uno strumento che senti più tuo?</strong><br />
Tutti mi dicono che suono sempre in maniera percussiva. Parto sempre dalla ritmica, che è proprio il mio elemento. Sicuramente sono una batterista mancata, una percussionista mancata. Ecco, quello è proprio il mio. Per me è più importante la ritmica della melodia &#8211; almeno, sicuramente viene prima la ritmica. Una melodia senza ritmica … diciamo che sa di poco. Anche tra la gente che suona, chi ha ritmica ha una marcia in più: anche se fa solo due note, le fa meglio di chi non l’ha. L’ho sperimentato anche insegnando musica ogni tanto: i bambini che hanno il senso del ritmo spaccano, puoi metterli a suonare qualsiasi strumento. Io ho cominciato come pianista, ma in fin dei conti anche il piano è uno strumento a percussione, ci sono i martelletti. Forse mi trovo bene anche per quello. Poi bisogna anche tener conto che sono ambidestra, quindi parto avvantaggiata. Il problema del piano è sempre la mano sinistra: per farla funzionare bisogna lavorare sodo, fare una marea di esercizi. Io ho la fortuna di essere ambidestra e non ho mai avuto problemi. Forse è proprio questa caratteristica fisica che mi ha portato a utilizzare il piano in una maniera così percussiva.</p>
<p><strong>Due anni fa ho avuto la fortuna di assistere a un live del progetto che hai creato insieme a Lydia Lunch e Jessie Evans, Sister Assassin. È stata una performance incredibile, alienante, assolutamente unica. Che cosa ti ricordi di Sister Assassin?</strong><br />
È stata un’esperienza super positiva. Prima di tutto, Lydia Lunch è una persona meravigliosa. Dovevo suonare con lei in un’occasione, non mi conosceva di persona ma dovevo accompagnarla in due brani alle percussioni. Abbiamo fatto le prove e, la sera prima del concerto, mi ha detto: “Tu suoni tutto il concerto.” Io l’ho guardata sbigottita e le ho detto: “Ma io gli altri brani non li so” e lei mi ha risposto: “Te li ascolti.” Ho passato tutta la notte insonne a picchiettare ovunque con le bacchette, a cercare di capire come fare. La sera dopo ho fatto tutto il concerto, lei è stata felicissima e mi ha chiamato per le volte successive, abbiamo suonato addirittura a Lisbona. Mi è piaciuto suonare con lei soprattutto perché Lydia, pur parlando un’altra lingua e provenendo da un background musicale totalmente diverso da quello dei musicisti italiani che ho conosciuto in questi anni, è stata quella che mi ha capita di più in assoluto. È una persona di una lucidità e di un’intelligenza incredibili. Del resto, i grandi non sono grandi a caso. Spero di sentirla presto. Anche lavorare con Jessie Evans è stato meraviglioso: lei è fantastica, ci troviamo perfettamente insieme. Un giornalista aveva scritto che il mio incontro con Jessie Evans è stato un po’ alla Paul McCartney e John Lennon. È verissimo. Lei fa afro-beat, mi piace da morire. Suona il sax, io ci provo, canta, scrive i suoi pezzi, li produce… siamo molto simili. Diverse, ma simili negli intenti. </p>
<p><strong>Nel 2009 hai partecipato al concerto del Primo Maggio con il progetto ‘Il paese è reale’. Che ricordi hai di quell’evento? Che cosa ne pensi del concertone? Non credi si sia persa l’importanza della musica, forse per colpa della diretta?</strong><br />
Ringrazio chi mi ci ha mandata, ma per me è stata un’esperienza terribile. Al Primo Maggio vorrei andare con la mia band, con il mio disco. Allora avrebbe senso. Quello è stato un pre-Primo Maggio, ovvero: “Vedi un attimo cinque minuti com’è e poi te ne vai.” Ero con ‘Il paese è reale’, che è stato un bellissimo progetto, per carità, ma al Concertone è stato tutto troppo veloce. Non me la sono vissuta bene, a me piace fare le cose con calma. Poi non penso che si sia persa la musica per colpa della diretta, penso che si sia persa la musica in generale. Alla fine è un concerto ripreso e trasmesso in tv, e questa è una cosa positiva. Non porta pubblico, è un evento. Per quanto riguarda la musica, invece, secondo me potrebbero esserci cose più interessanti e altre che ci sono sempre state potrebbero dare spazio al resto, a facce nuove. Comunque sono contenta che ci sia, è l’unico concerto che si vede in tv: se togliessimo anche quello, saremmo rovinati. </p>
<p><strong>Piano piano sta cambiando la concezione di musica pop in Italia. È difficile fare un disco pop adesso?<br />
</strong> Mi fai questa domanda perché stai considerando il mio disco pop? Brava. Ho cominciato a fare pop proprio con questo disco, e non è a caso. Chiaramente, stiamo parlando di un pop di un certo tipo. Il pop adesso, secondo me, non è più una cosa tamarra che non dice niente, che fa ribrezzo. Non c’è più bisogno di correre a rifugiarsi nell’underground e nell’indie rock perché non c’è altra soluzione. Adesso il pop mi sembra molto raffinato, in radio si sentono dei brani bellissimi, anche personaggi stra-commerciali sfornano brani di una raffinatezza incredibile. Bisogna stare attenti; ormai le cose sono ben miscelate, non ha senso stare sempre a cercare una divisione forzata. Nell’indie c’è di tutto: persino Celentano è indie! Bisogna soppesare molto le parole e considerare con attenzione le classificazioni. Dividere tutto ad ogni costo è diabolico, il diavolo vuole dividere. Uniamoci, mettiamoci insieme, ma chi se ne frega! Uniamo anche i generi, sono anni che si può fare! Ben venga, è interessante, è anche più difficile. Fare un brano pop adesso è difficilissimo, figurati un album. Io ho cercato di fare questo; spero di esserci riuscita.</p>
<p><strong>Hai mai preso seriamente in considerazione l’idea di trasferirti all’estero per fare musica?<br />
</strong>Ma chi mi vuole? (Ride) Il mio disco è anche stato distribuito all’estero in passato, ma chiaramente non basta. Ci vorrebbe una buona promozione, un ufficio stampa, un tour… C’è questo fascino perverso che mi tiene ancora qua. Ho forti legami in Italia, ho tante cose che mi tengono ancorata a questo paese. Sono troppo vecchia, dovevo farlo a vent’anni. Sono al quarto disco in Italia, ormai. Poi, a essere sincera, non mi piace la fuga. Capisco chi fa cose scientifiche e se ne vuole andare: fa benissimo. Però nel mio caso voglio insistere. Io sono italiana, voglio fare la mia musica. Se rimarrà qui, se riuscirà a uscire, io non lo so. Però perché me ne dovrei andare? Io qui ho la mia famiglia, i miei affetti, i miei amici, la mia casa, il mio cane. Perché devo andarmene per forza? Perché non posso avere una carriera qua? Io voglio arricchire il mio paese. Sembrerà presunzione, ma penso che ogni italiano che vuole provare a fare qualcosa arricchisca il paese. Poi è vero: è come sbattere la testa contro il muro. Non ci sono sovvenzioni, siamo gli ultimi nella classifica della cultura etc. Ma mi fa troppa tristezza dire adesso “Me ne vado.” L’unico motivo per cui potrei andarmene è se in futuro mi rendessi conto di non riuscir a fare la mia musica. A quel punto, non avrei più legami. Qui mi tiene legata anche la mia agenzia di booking, il mio manager, il mio ufficio stampa. Andare all’estero vuol dire azzerare tutto, e sinceramente non so se ne ho voglia. Almeno, non adesso. </p>
<p><strong>Qual è il pezzo di Vivid che preferisci?<br />
</strong>“<strong>Open</strong>” assolutamente, anche dal vivo. Quel pezzo mi piace moltissimo. È nato in modo del tutto spontaneo, mi ci ritrovo moltissimo; il testo dice le cose che penso in questo momento. In particolare dice “<strong>io canto per una ragione: perché qualcuno c’è.</strong>” Bisogna dare importanza al prossimo e cercare di condividere il più possibile. Non bisogna chiudersi, ma aprirsi. Io per natura sono un’introversa, ho fatto una gran fatica ad aprirmi ma penso di esserci riuscita… e sono sicuramente più contenta.<br />
In <strong>Vivid</strong> parlo d’amore in modo diverso. Ho sempre pensato più o meno solo alla musica e mi sono fatta mancare tutto il resto. In questi due anni ho cercato proprio di riprendere le cose che avevo tralasciato. Ho capito che prima di tutto bisogna essere appagati come esseri umani, poi come musicisti. Ero troppo focalizzata esclusivamente sulla musica. Poi rischi di arrivare a sessant’anni, di guardarti indietro e renderti conto di non aver fatto tante cose e di non poterle più fare. Io voglio avere il mio cuscinetto di cose che mi fanno felice e che mi fanno star bene, e solo allora fare musica. È un lavoro molto difficile perché particolarmente precario, quindi bisogna assolutamente avere delle difese altrimenti rischi di cadere in depressione. </p>
<p><strong>In futuro ti piacerebbe occuparti di più di produzione?<br />
</strong> Assolutamente. L’ho già fatto ed è una cosa che faccio tuttora. Mi piace tantissimo, è il mio lavoro ideale. Lo dico sempre: stare sul palco mi piace molto e mi aiuta anche a livello caratteriale, ma stare dietro alle quinte mi piace tantissimo. Non devo per forza essere protagonista: mi piace suonare per altri, scrivere per altri, star dietro alla produzione. Sono contenta che questo mio aspetto stia venendo fuori con Vivid. Ho sempre prodotto dischi, ma tutti hanno sempre snobbato questo lato di me. La produzione e gli arrangiamenti sono la mia priorità. Non sono cantautrice, non sono cantante e non ho la presunzione di esserlo. Sono un’arrangiatrice e una produttrice e amo farlo non solo per me, ma anche per gli altri.<br />
</font></p>
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		<title>David Foster Wallace nella casa stregata</title>
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		<pubDate>Tue, 21 May 2013 12:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Carlotta Susca]]></category>
		<category><![CDATA[David Foster Wallace nella casa stregata]]></category>
		<category><![CDATA[intervista carlotta susca]]></category>
		<category><![CDATA[silvana farina carlotta susca]]></category>

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		<description><![CDATA[David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo (Stilo editrice, 2012) scritto da Carlotta Susca Testo e intervista a cura di Silvana Farina Antonio Moresco lo ha definito un saggio «bello, vivace, istruttivo, fresco, pieno di passione, di slancio e di conoscenza dell&#8217;oggetto». David Foster Wallace nella casa stregata. Una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/david-foster-wallace-nella-casa-stregata/wallace" rel="attachment wp-att-8745"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/wallace-e1369057935259.jpg" alt="" title="wallace" width="549" height="367" class="alignnone size-full wp-image-8745" /></a><br />
<font size="2"><br />
<strong>David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo (Stilo editrice, 2012) scritto da Carlotta Susca</p>
<p>Testo e intervista a cura di Silvana Farina</strong></p>
<p><strong>Antonio Moresco</strong> lo ha definito un saggio <strong>«bello, vivace, istruttivo, fresco, pieno di passione, di slancio e di conoscenza dell&#8217;oggetto».</strong> David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo (Stilo editrice, 2012) di <strong>Carlotta Susca</strong>, consulente editoriale appassionata di letteratura statunitense, è un saggio fuori dagli schemi che analizza con tono accattivante le opere di Wallace da Infinite jest al postumo, incompiuto Re pallido. Ne parliamo con l&#8217;autrice&#8230;</p>
<p><strong>Ciao Carlotta, hai pubblicato con la Stilo Editrice David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo. Innanzi tutto come mai la scelta di strutturare il tuo saggio proprio attraverso le tecniche del postmoderno (vedi soprattutto le note narrative o le frequenti immagini)?</strong></p>
<p>Perché credo fortemente che la forma possa rendere un servizio al contenuto, favorirne la leggibilità, rendere piacevole la lettura.</p>
<p><strong>Parliamo del titolo, Wallace si perde nella Casa Stregata di Barth (Lost in the Funhouse è una sua raccolta di short story)&#8230;</strong></p>
<p>Quello di Barth è un meccanismo narrativo creato appositamente per dare al lettore l&#8217;impressione che lo scrittore si perda, e per far, quindi, perdere il lettore. Ma tutto è calcolato, e la pagina non si confonde mai con la vita – non con la vita dello scrittore, perlomeno. Credo che Wallace, che come narratore è straordinario, maniacale, perfettamente padrone della materia narrativa, si sia però perso davvero nella Casa Stregata, abbia cioè confuso la mappa con il territorio, sia cioè stato incapace di preservarsi, di tenere da parte la vita privata, la persona in carne e ossa al di là della pagina.</p>
<p><strong>Questo significa che Wallace non è riuscito a prendere le dovute distanze dalla fiction?<br />
</strong><br />
Per chi scriva sul serio, secondo me, prendere le distanze dalla fiction è quasi impossibile: ciò che si scrive è compenetrato con il modo in cui si vive e con ciò a cui si pensa.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/david-foster-wallace-nella-casa-stregata/04-susca" rel="attachment wp-att-8783"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/04-Susca-e1369139272316.jpg" alt="" title="04-Susca" width="549" height="808" class="alignnone size-full wp-image-8783" /></a></p>
<p><strong>C&#8217;è quindi anche una sorta di identificazione o un legame profondo tra i personaggi  di Wallace (a partire da Hal Incandenza in Infinite Jest) e l&#8217;autore?</strong></p>
<p>Credo che Wallace si rispecchi a vari livelli nei suoi personaggi, in <strong>Hal</strong>, in <strong>Orin</strong> e, ovviamente, in <strong>James</strong>, che è un regista e l&#8217;autore della cartuccia di intrattenimento omonima al testo. Questi due elementi, in aggiunta alla tragica fine di James, favoriscono una identificazione che, lungi dall&#8217;essere completa, è tuttavia degna di nota.</p>
<p><strong>Nel tuo saggio c&#8217;è un passo in cui ti soffermi sull&#8217;incapacità di comunicare dei personaggi di Wallace, lo stesso Hal dice:«tu prova ad avere un mondo nel cuore /e non riesci ad esprimerlo con le parole». Partendo da questo presupposto, quanto il lettore può considerare sincero il narratore?</strong></p>
<p>Oh, il paradosso della sincerità! E chi di noi può dirsi completamente sincero su chicchessia? Ciascuno di noi offre al mondo innumerevoli versioni di sé, tutte false – o tutte vere. Il narratore non può non essere sincero, se ci si pensa: anche quando mente, ci dice qualcosa attraverso le sue menzogne e omissioni. Per il lettore è sempre bello intravedere e immaginare lo scrittore, e i suoi testi sono sempre e comunque indizi.</p>
<p><strong>Tu scrivi che Wallace ritiene incomunicabile anche il solo flusso di pensieri e ti domandi  come fa lo scrittore a credere di essere veritiero, come fa a non sentirsi frustrato. C&#8217;è una critica implicita al New Realism?</strong></p>
<p>Credo fermamente che siamo condannati all&#8217;incomunicabilità, e sono altrettanto convinta che non esista una realtà oggettiva ma una serie di punti di vista. Chi dovrebbe farsi garante di una visione oggettiva? Come è possibile essere certi che qualcosa sia accaduto in un determinato modo? Vattimo dice che se un numero considerevole di persone è d&#8217;accordo su un evento, allora ci sono buone possibilità che quell’evento sia reale. Ma deve trattarsi di eventi semplici (per esempio: piove), come sarebbe possibile invece trovare un accordo e comunicare questioni complesse come quelle che attraversano la mente umana ogni secondo?</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/david-foster-wallace-nella-casa-stregata/pinciowallacelight-945x1024" rel="attachment wp-att-8784"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/pinciowallacelight-945x1024-e1369139331797.jpg" alt="" title="pinciowallacelight-945x1024" width="549" height="594" class="alignnone size-full wp-image-8784" /></a></p>
<p><strong>Stefano Bartezzaghi ha pubblicato recentemente un articolo molto interessante su Repubblica intitolato Ai confini della realtà (perché la letteratura non può descrivere il mondo) sul nuovo testo di W. Siti Il realismo è l&#8217;impossibile (Nottetempo) in cui si parla dell&#8217;equivoco del realismo come rispecchiamento e si propone un realismo “gnostico” che diffida di se stesso. Che ne pensi?</strong></p>
<p>Nell&#8217;Opera galleggiante John Barth avvisa gli scrittori di usare la realtà in maniera credibile: se un avvenimento è realmente accaduto ma è inverosimile, è meglio ritoccarlo in modo che risulti più reale (il postmoderno è molto simile al Barocco). È molto complesso il rapporto fra realtà e sua descrizione, e ho trovato il libro di Siti uno dei contributi al dibattito più pertinenti.</p>
<p><strong>Prima hai detto di credere fermamente che siamo condannati all&#8217;incomunicabilità, di recente è stata pubblicata una raccolta di saggi  di Jonathan Lethem L&#8217;estasi dell&#8217;influenza (Bompiani, 2013) in cui si parla del linguaggio come artificio e illusione. Che cosa rappresenta per te il linguaggio?</strong></p>
<p>Lo stesso <strong>Lethem</strong> gioca con il linguaggio: intesse uno dei saggi dell&#8217;Estasi dell&#8217;influenza di citazioni per parlare del citazionismo. Il linguaggio è tutto ciò che abbiamo per tentare di entrare in connessione con un altro essere umano, ma è maledettamente complicato da utilizzare.</p>
<p><strong>Parlando della struttura narrativa di Infinite Jest citi l&#8217;anello di Möbius, che è stato utilizzato per spiegare anche la trama surrealista di Strade perdute di David Lynch, di che cosa si tratta?</strong></p>
<p><strong>IJ</strong> è circolare: a libro finito si è portati a iniziare nuovamente la lettura perché i tasselli temporali vanno ricollocati e ne manca qualcuno, anche se ci sono elementi che favoriscono una ricostruzione completa (si pensi a quella fatta da <strong>Aaron Swartz</strong>). Ma la struttura non è solamente circolare: si apre con un personaggio (<strong>Hal</strong>) e si chiude con un altro (<strong>Don Gately</strong>); questa struttura è la stessa di Strade perdute, ossia un nastro di Moebius: si percorre una figura geometrica su entrambe le facce camminando senza mai cambiare direzione.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/david-foster-wallace-nella-casa-stregata/meobius" rel="attachment wp-att-8785"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/meobius-e1369139412633.jpg" alt="" title="meobius" width="549" height="411" class="alignnone size-full wp-image-8785" /></a></p>
<p><strong>Ritornando al protagonista del tuo saggio, tu stessa hai collaborato con l’Archivio DFW Italia per la lettura collettiva del Re pallido. Che cos&#8217;è l&#8217;archivio David Foster Wallace?</strong></p>
<p>Un sito e una newsletter di aggiornamento e di dibattito su Wallace e argomenti collegati. Consigliatissima l&#8217;iscrizione a howling fantod e curiosi.</p>
<p><strong>Concludendo, vorresti dirci da quale romanzo o saggio consiglieresti di iniziare per avvicinarsi e capire un autore come Wallace?</strong></p>
<p>Un approccio soft lo si può avere con Una cosa divertente che non farò mai più, ma io ho trovato illuminante E unibus pluram, in Tennis, tv&#8230;</p>
<p></font></p>
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		<title>Bianca Bagnarelli intervista</title>
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		<pubDate>Mon, 06 May 2013 14:30:36 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Bianca Bagnarelli e’ tra le fondatrici dell’associazione bolognese Inuit, dell’autoproduzione Delebile e ovviamente ha un blog. La sua ragnatela di esperienze è comune a molti altri fumettisti della sua generazione. Ma a differenza di tanti dilettanti lei, con un approccio alla narrazione nel solco di Adrian Tomine, è sulla buona strada per diventare un’artista. Con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_2" rel="attachment wp-att-8680"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_2-e1367849724390.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_2" width="549" height="757" class="alignnone size-full wp-image-8680" /></a></p>
<p><font size="2"><br />
<strong>Bianca Bagnarelli</strong> e’ tra le fondatrici dell’associazione bolognese <a href="http://www.inu-it.com/" target="_blank"><strong>Inuit</strong></a>, dell’autoproduzione <a href="http://delebile.altervista.org/site/" target="_blank"><strong>Delebile</strong></a> e ovviamente ha un <a href="http://bi-acca.blogspot.it/" target="_blank"><strong>blog.</strong></a> La sua ragnatela di esperienze è comune a molti altri fumettisti della sua generazione. Ma a differenza di tanti dilettanti lei, con un approccio alla narrazione nel solco di <strong>Adrian Tomine</strong>, è sulla buona strada per diventare un’artista. Con uno stile, al di là delle influenze estetiche, che riesce con naturalezza a privilegiare tanto la forma quanto la sostanza. E la differenza tra un artista e un amatore (o dilettante) è la stessa che corre tra uno che la domenica pomeriggio fa costruzioni con i fiammiferi e colla vinilica e <strong>Zaha Hadid.</strong> </p>
<p><strong>Testo e intervista di Gregorio Enrico<br />
</strong><br />
<strong>Presentati: chi sei, quanti anni hai e di cosa ti occupi.</strong></p>
<p>Mi chiamo <strong>Bianca Bagnarelli</strong>, ho ventiquattro anni. Sono nata a Milano ma da cinque anni vivo a Bologna, dove faccio molte cose diverse tra cui disegnare e scrivere fumetti.</p>
<p><strong>Raccontaci come hai coltivato e sviluppato la tua passione per il disegno e come questa ha condizionato le tue scelte.</strong></p>
<p>Ho sempre disegnato e in casa avevamo molti fumetti. Per quello che ricordo non ho mai voluto fare altro.<br />
All’inizio del liceo ho avuto un periodo di ossessione per il fantasy: ho letto e riletto <strong>Il Signore degli Anelli</strong>, giocavo a <strong>Dungeons &#038; Dragons</strong>, a <strong>Magic</strong>, e disegnavo molti orchi, cavalieri, scene di guerra, elfi, eccetera.<br />
Poi in fumetteria ho scoperto <strong>Mondo Naif</strong>, la rivista pubblicata da <strong>Kappa Edizioni</strong>, che oltre a pubblicare autori italiani proponeva anche alcuni fumetti importati dall’estero. Subito dopo ho letto <strong>Ghost World</strong> di <strong>Daniel Clowes</strong> e ha cambiato tutto: la mia maniera di pensare alle storie, a quello che si poteva fare con i fumetti.  Mi ha fatto capire quante cose si potevano dire combinando insieme la scrittura e il disegno e mi ha fatto intravedere il tipo di storie che avrei voluto essere capace di raccontare.<br />
Finito il liceo mi sono iscritta all’Accademia di Belle Arti di Bologna, corso di Fumetto e Illustrazione. Lì ho conosciuto i ragazzi con cui poi ho fondato Delebile. Ho lasciato gli studi al secondo anno.</p>
<p><strong>Qual è l’atmosfera che cerchi di ricreare nei tuoi lavori?<br />
</strong><br />
Di ansia, frustrazione, solitudine e impotenza. Nei fumetti. Per le illustrazioni dipende.</p>
<p><strong>Quali sono le tecniche che usi per disegnare?<br />
</strong><br />
Cambia da lavoro a lavoro.Spesso china e pennello, a volte solo matite, e poi rielaborazione al computer.</p>
<p><strong>Ci racconteresti il processo nei diversi passaggi con cui disegni?<br />
</strong><br />
Faccio diversi studi, per capire come affrontare al meglio quello che voglio rappresentare. Imboccata una strada realizzo uno schizzo molto approssimativo, veloce, poi lo scansiono e lo stampo della dimensione che deve avere il definitivo. Da lì faccio una matita leggera, in cui definisco tutte le masse, e poi china. Scannerizzo e coloro. Questo per i fumetti. Per le illustrazioni varia molto da progetto a progetto.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_4" rel="attachment wp-att-8685"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_4-e1367849934259.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_4" width="549" height="498" class="alignnone size-full wp-image-8685" /></a></p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_5" rel="attachment wp-att-8686"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_5-e1367849966882.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_5" width="549" height="924" class="alignnone size-full wp-image-8686" /></a></p>
<p><strong>In questo momento che progetti o lavori hai in cantiere?<br />
</strong><br />
Una raccolta di racconti brevi a fumetti autoprodotta, che uscirà per <strong>Delebile</strong> tra non molto, e due storie lunghe.</p>
<p><strong>Come &#8220;inventi&#8221; una storia? Parti dai personaggi, da un idea singola?<br />
</strong><br />
Da un’idea di solito. Spesso da un ricordo, da un’immagine. Scrivo uno scheletro della storia, di getto, dal quale so che ricaverò alcune didascalie. Partendo dal testo faccio uno storyboard, che poi spesso cambio in corso d’opera. Il testo mi serve perché leggendolo mi scorre davanti  la storia per immagini, e scrivendo posso fissare l’idea e tornarci successivamente.</p>
<p><strong>Che cosa secondo te rende una storia interessante o bella?<br />
</strong><br />
Non so rispondere. Quando invento una storia cerco di scrivere qualcosa che mi piacerebbe leggere.</p>
<p><strong>Parlando dell&#8217;atmosfera che cerchi di trasmettere (ansia frustrazione solitudine come hai detto) quali pensi che siano i mezzi espressivi per comunicare quel genere di sensazioni? Attraverso i dialoghi, dando un particolare taglio allo stile di disegno o che altro ancora?</strong></p>
<p>Per me l’atmosfera di una storia è la storia stessa. Io parlo di ansia e solitudine e quindi nelle mie storie si respira quello.I miei disegni sono piuttosto semplici, uso molto il colore; secondo me visivamente il mondo che ci circonda è ricchissimo e per la maggior parte del tempo è anche molto bello. Questo non significa che sia un posto in cui è semplice stare. Nelle mie storie cerco di comunicare questo.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_6" rel="attachment wp-att-8687"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_6-e1367850055735.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_6" width="549" height="385" class="alignnone size-full wp-image-8687" /></a></p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_7" rel="attachment wp-att-8688"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_7-e1367850083919.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_7" width="549" height="776" class="alignnone size-full wp-image-8688" /></a></p>
<p><strong>Hai contribuito con una tua storia al #13 di Kuš! Di che cosa parla?<br />
</strong><br />
Di tre ragazzi che vanno al parco la mattina dopo capodanno e di un furto.</p>
<p><strong>Come è nata la collaborazione con Kuš?<br />
</strong><br />
Mi hanno chiesto una storia e io ho detto di sì.</p>
<p><strong>Rimanendo nel tema delle autoproduzioni: Delebile, di cui sei una dei fondatori, com’è nata e che cosa hai da dire sul mondo delle autoproduzioni? </strong></p>
<p><strong>Delebile</strong> è nato come gruppo di lavoro, dalla volontà di quindici studenti dell’Accademia di Belle arti di lavorare di più, e di sperimentare un po’ con il fumetto. Dopo circa due anni siamo rimasti in cinque e il progetto si è trasformato in quello che è ora: una piccola (minuscola) etichetta indipendente che pubblica storie brevi a fumetti di giovani autori italiani e stranieri. Ci divertiamo un mondo, andiamo ai festival, conosciamo tante persone nuove e guadagniamo qualcosina. Le autoproduzioni sono un’ottima palestra e ti mettono a diretto contatto con molte cose spiacevoli ma formative, come il lavoro di gruppo, le difficoltà economiche, i debiti e i lunghi viaggi in macchina.</p>
<p><strong>Dovendo fare un paragone con quanto accade in Europa come valuti il sottobosco italiano di associazioni, autoproduzioni e illustratori?</strong></p>
<p>A Bologna c’è una piccola primavera e stanno nascendo/sono nate tante realtà diverse negli ultimi anni. Una cosa molto bella, ma rimane comunque che ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli:<br />
In Italia i fumetti hanno poco pubblico, ancora meno ne hanno le autoproduzioni. Forse qualcosa sta cambiando, ma non sono sicura.<br />
All’estero c’è più interesse per questo tipo di cose, da parte delle persone normali che non fanno lavori collegati al fumetto e all’illustrazione.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/bianca-bagnarelli-intervista/biancabagnarelli_1" rel="attachment wp-att-8689"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/biancabagnarelli_1-e1367850195794.jpg" alt="" title="biancabagnarelli_1" width="549" height="774" class="alignnone size-full wp-image-8689" /></a></p>
<p><strong>Più di un anno fa hai detto “non so se sono un’Illustratrice. Mi piace di più fumettista, ma ancora non sono nemmeno quello.” A oggi senti che sono cambiate le cose? </strong></p>
<p>No. Ho ancora molta strada da fare.</p>
<p><strong>Ultimo libro letto? Autore letterario preferito (o più di uno)?<br />
</strong><br />
<strong>Lydia Davis</strong>, due raccolte di racconti: <strong>Inventario dei desideri</strong> e <strong>Creature nel giardino.</strong><br />
<strong>Richard Yates, Raymond Carver, Grace Paley, Flannery O’Connor, Romain Gary, Anne Tyler, Agota Kristof</strong> e altri.</p>
<p><strong>Hai detto che un libro che vorresti illustrare è Cattedrale di Carver, perché? Ce ne sono altri che vorresti illustrare?</strong></p>
<p><strong>Carver</strong> è stata un’intossicazione durata molto tempo, dalla quale sto uscendo ora, dopo aver digerito lungamente. Non so se mi piacerebbe illustrare libri. La frase che riporti viene da un’altra intervista in cui mi veniva chiesto “Un libro di cui vorresti illustrare la copertina e un film di cui vorresti fare il poster”, io ho risposto. Quello che m’interessa di più del disegno in questo momento è come può essere usato per raccontare le mie storie.</p>
<p><strong>Cos’è Inuit?</strong></p>
<p><strong>Inuit</strong> è un’associazione culturale, di cui non faccio parte ma che ho contribuito a creare, che ha come obiettivo la divulgazione in Italia e all’estero di pubblicazioni autoprodotte di fumetti, illustrazioni, stampe e manufatti artigianali e si trova in <strong>Via Petroni 19/c a Bologna.</strong></p>
<p><strong>Disegnatori che ti hanno influenzata o che vorresti imitare?<br />
</strong><br />
Che mi hanno influenzato: <strong>AdrianTomine, Daniel Clowes, Jordan Crane, Sammy Harkham, Frederik Peeters, Cristophe Blain, Blutch,  Ludovic Debeurme, Inio Asano, Anders Nilsen, Gipi</strong> e molti altri.<br />
Che vorrei imitare: nessuno; trovare la propria voce è importante, e l’imitazione è una parte fondamentale di questo processo, ma è una parte privata, che di solito rimane chiusa in un cassetto.</p>
<p><strong>Consigli che daresti a chi si affaccia al mondo dell’illustrazione per la prima volta?<br />
</strong><br />
Non sono un’illustratrice, non ancora, e non mi sento di dare consigli sull’illustrazione.<br />
In generale, per quello che ho potuto sperimentare in questi pochi anni: per vivere con il disegno la strada è lunga, difficile e in pochi ce la fanno. Se si manca di convinzione all’inizio, è difficile arrivare in fondo.<br />
E’ molto importante osservare, guardare e cercare di capire le persone. E leggere il più possibile, sia libri che fumetti. </p>
<p><strong>Disegnatori/Illustratori/fumettisti che raccomandi o da scoprire?<br />
</strong><br />
<a href="http://ugoeugo.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Ugo Schiesaro</strong></a>, <a href="http://andreasettimo.tumblr.com/" target="_blank"><strong>Andrea Settimo</strong></a>, <a href="http://recidif.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Cristina Portolano</strong></a>, <a href="http://paoloimmaginario.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Paolo Cattaneo</strong></a>, <a href="http://gingerlandcomics.tumblr.com/" target="_blank"><strong>Sam Alden</strong></a>, <a href="http://silviarocchi.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Silvia Rocchi</strong></a>, <a href="http://colpettonetto.blogspot.it/" target="_blank"><strong>Fabio Tonetto</strong>.</a></p>
<p><strong>Ti mantieni come illustratrice o fai altro?<br />
</strong><br />
Faccio anche altro.<br />
</font></p>
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		<title>In Territorio Nemico</title>
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		<pubDate>Fri, 03 May 2013 12:12:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<description><![CDATA[In Territorio Nemico è un romanzo storico, sia perché parla di un periodo cruciale della storia d’Italia (è ambientato durante la guerra civile Italiana) sia perché con la sua uscita buca un record e diventa ufficialmente il romanzo con più autori al mondo. Ben centoquindici. Ma non solo è una questione di semplici record o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/in-territorio-nemico-intervista-ai-fondatori-di-sic/santoni_magini" rel="attachment wp-att-8630"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/santoni_magini-e1367581478906.png" alt="" title="santoni_magini" width="549" height="404" class="alignnone size-full wp-image-8630" /></a><br />
<font size="2"><br />
<strong>In Territorio Nemico</strong> è un romanzo storico, sia perché parla di un periodo cruciale della storia d’Italia (è ambientato durante la guerra civile Italiana) sia perché con la sua uscita buca un record e diventa ufficialmente il romanzo con più autori al mondo. Ben centoquindici.<br />
Ma non solo è una questione di semplici record o numeri olimpici, perché rivoluziona sia il processo di stesura dell’opera letteraria, sia la sua composizione e per finire il rapporto con il mercato editoriale. Per questo è giusto immaginare <strong>Vanni Santoni</strong> e <strong>Gregorio Magini</strong> (scrittori fondatori del metodo <strong>SIC</strong> scrittura collettiva e coordinatori del progetto) più con l’aria stanca ma soddisfatta dei pionieri che non con il sorriso compiaciuto degli atleti che una volta saliti sul podio mostrano la medaglia. A una settimana dalla presentazione (avvenuta a Firenze il 17 aprile) del libro ecco un’intervista, o più una scatola cinese, a quattro mani di <strong>Magini</strong> e <strong>Santoni</strong>.</p>
<p><strong>Testo e intervista di Gregorio Enrico<br />
</strong><br />
<strong>Allora, visto che percepisco una certa energia positiva, com&#8217;è stato portare a termine questo progetto?<br />
</strong> <em>In territorio nemico</em> è stato una serie continua di parti. C’è stato prima il parto del raggiungimento di un numero sufficiente di scrittori, che ora sembra ovvio ma ai tempi non fu affatto scontato, servì una campagna importante e un comunicato stampa azzeccato; c’è stato poi il parto dell’avvio del meccanismo: non era assolutamente detto che il metodo avrebbe tenuto con un simile salto di scala, sia in termini di partecipanti che di numero di schede che ti portata dell’obiettivo finale; poi abbiamo avuto i parti della chiusura di ogni fase schede, e ancora il parto della prima bozza, poi il parto della bozza finale, dopodiché c’è stato il parto del trovare un editore e infine quello attuale dell’uscita. Siamo quindi prostrati e sanguinanti, ma come diceva <strong>Jesse Ventura</strong> in <em>Predator</em>, non abbiamo tempo di sanguinare, dato che ora parte il tour. Dall’altro lato, vedere un interesse immediato ed enorme per il progetto e per il romanzo, vederlo esaurito in varie librerie e schizzare in Top 100 nei rivenditori online prima ancora che sia cominciato il lancio stampa vero e proprio, ripaga di molte di queste fatiche. Ovviamente ora c’è la prova più importante per qualunque romanzo: la risposta dei lettori. </p>
<p><strong>Trattandosi di un progetto così vasto c&#8217;è mai stato un momento in cui avete pensato che non sareste riusciti a terminarlo?</strong><br />
Mai. E dall’altro lato sempre. Ci spieghiamo: intraprendere un’avventura come questa, che sapevamo ci avrebbe impegnati per anni senza garantire alcun risultato, era un salto nel buio. A confortarci c’erano principalmente due cose, il fatto che i racconti SIC erano sempre venuti fuori senza grosse difficoltà, e l’interesse accademico che da subito ha riscosso il progetto: nei momenti di difficoltà pensavamo “boh, se ancora prima di aver scritto il romanzo ci chiamano a parlare nelle università di mezza Europa e già sette persone hanno fatto la tesi di laurea o di dottorato sul nostro progetto, vorrà dire che ha senso”. Va anche detto che quando la macchina era ben avviata, diciamo dopo la fine delle schede personaggio definitive, con un continuo flusso di schede individuali verso di noi e definitive verso gli scrittori la sensazione è diventata un po’ quella di stare sopra una locomotiva ormai lanciata a bomba – non so se contro l’ingiustizia, la narrativa commerciale che “vende” prima l’autore e poi l’opera, o cos’altro, ma comunque lanciata. A quel punto era chiaro che indietro non si poteva tornare e avevamo il dovere, innanzitutto verso tutti gli scrittori che ci avevano dato tempo e fiducia, almeno di portare a termine il romanzo. </p>
<p><strong>Ci sono stati pregiudizi o difficoltà nel proporre il libro a una casa editrice?<br />
</strong> Durante i sei anni di vita del progetto <strong>SIC</strong> avevamo notato che, a fronte di un interesse notevole degli studiosi di letteratura, e della comunque ampia visibilità che il progetto aveva avuto nel “campo letterario” online, con interventi sulle varie <strong>Carmilla, Nazione Indiana, Alfabeta2, Scrittori Precari, 404,</strong> etc., nessun editore era venuto a cercarci, nonostante il progetto avesse due punti di forza abbastanza ovvi nell’avere tanti partecipanti (e quindi una base forte per organizzare presentazioni e iniziative e nei “rilanci” sui social network) e uno dei coordinatori, <strong>Vanni Santoni</strong>, che a livello individuale è uno scrittore molto seguito dal pubblico nazionale e stimato dalla critica e dai suoi pari. Probabilmente il fatto è che la <strong>SIC</strong> veniva vista come l’ennesima curiosità nata su Internet, e non si riteneva immaginabile che potesse arrivare a generare un romanzo “vero”. Avevamo la percezione di tutto ciò, e quindi non solo ci siamo preoccupati tantissimo della revisione – volevamo avere una bozza impeccabile – ma quando è arrivato il momento della proposizione del romanzo agli editori abbiamo effettuato una sorta di pre-lancio stampa, uscendo con interventi e articoli in tutte le riviste e i giornali che avevano mostrato interesse per il progetto. Nonostante ciò, abbiamo avuto vari mesi di buio in cui non sapevamo se In territorio nemico avrebbe avuto un editore. Abbiamo ricevuto diversi rifiuti e una “talpa” ci ha pure raccontato di una riunione assai animata nella sede di una grande casa editrice, per decidere se fare o meno questo libro&#8230; Inutile dire che quelli che votavano “no” lo facevano <em>senza averlo letto</em>, ma solo sulla base di una presunta “stranezza” della cosa. Nonostante questo, abbiamo continuato a bussare a tutte le porte e alla fine siamo riusciti a trovarci con diverse offerte, che andavano dai piccoli editori fino a un paio facenti capo ai cosiddetti “grandi gruppi”. Tra tutte, abbiamo scelto minimum fax senza pensarci un secondo data la qualità che ha sempre contraddistinto la sua produzione e la stima che avevamo per il “peroratore” della causa <strong>SIC</strong> in <strong>Minimum Fax</strong>, <strong>Christian Raimo</strong>. </p>
<p><strong>Com&#8217;è nato il progetto SIC?<br />
</strong> La SIC nasce nel 2007 dalla volontà di <strong>Gregorio Magini</strong> e <strong>Vanni Santoni</strong> di (a) fare di nuovo qualcosa insieme dopo la chiusura della rivista Mostro (b) superare i limiti delle esperienze di scrittura collettiva viste fino a quel momento e realizzare un metodo univoco di scrittura collettiva che permettesse la produzione di testi letterari da parte di gruppi e masse anche composti da persone tra loro sconosciute. La genesi del progetto si può trovare qui: <a href="http://www.finzionimagazine.it/news/approfondimento-news/sic-e-in-territorio-nemico/" target="_blank"><strong>Finzioni</strong>.</a><br />
Realizzare un romanzo era comunque tra gli obiettivi iniziali del progetto. All’ideazione del metodo, stabilimmo che il coronamento del progetto sarebbe stata la realizzazione di un romanzo a “oltre cento mani”. Sulle origini del progetto SIC ulteriori dettagli possono essere trovati qui: <a href="http://www.bibliocartina.it/dal-metodo-sic-scrittura-industriale-collettiva-nasce-il-romanzo-con-piu-autori-al-mondo-la-facciamo-finita-con-lo-stereotipo-del-grande-scrittore/" target="_blank"><strong>Bibliocartina.</strong></a></p>
<p><strong>Quanto tempo avete impiegato per la stesura?<br />
</strong>Tre anni, due di lavoro sulle schede (incluse le schede stesura) e uno di revisione. Naturalmente però In territorio nemico non esisterebbe se non ci fossero stati prima gli ulteriori tre anni in cui abbiamo messo a punto il metodo.<br />
 <br />
<strong>In quanti hanno partecipato, perché ho sentito diverse cifre 230 o in un altro caso 115.<br />
</strong>230 sono le mani, da quando c’è la tastiera si calcolano, pare, due mani per autore. Gli autori sono 115. Nell’intervista che ci ha fatto <a href="http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12724" target="_blank">Wu Ming 2</a> abbiamo anche calcolato la divisione e l’intersezione dei loro compiti.  </p>
<p><strong>Quali pensate che siano i vantaggi della scrittura collettiva? Oltre che il modo di &#8220;creare&#8221; può cambiare il mercato editoriale?</strong><br />
In Italia “cambiamento” è sempre una parola difficile. Tuttavia non è implausibile che il successo di In territorio nemico possa portare a qualche piccola presa di coscienza; le istanze che un libro del genere sfida sono infatti molteplici: rimandiamo a un nostro pezzo scritto qualche tempo fa per <a href="http://www.alfabeta2.it/2011/06/20/scrittura-industriale-e-industria-editoriale/" target="_blank"><strong>Alfabeta2</strong></a> in cui svisceriamo la questione.</p>
<p><strong>Cosa ti ha convinto a formare/partecipare a Sic?<br />
</strong>Avendolo inventato, nessuno ci ha dovuti convincere; diciamo che forse l’evento che ci ha spinti a crederci e arrivare fin qua potrebbe essere stata la realizzazione del primo racconto SIC, <strong>Il Principe.</strong> Testammo il metodo pochi giorni dopo averlo inventato e funzionò subito. Cose del genere non accadono per caso.</p>
<p><strong>Relativamente al libro, pensi che la modalità di composizione favorisca la coralità?<br />
</strong>È difficile dirlo: un’opera <strong>SIC</strong> ha tanti autori e nasce da un processo creativo che è in realtà la somma di molti processi creativi, anche differentissimi (scrivere una scheda individuale e comporne una definitiva sono due pratiche affatto diverse), il che, unito al fatto che il metodo SIC è comunque qualcosa di nuovo, rende complesso capire quali dei suoi elementi siano frutto della volontà degli scrittori, quali della volontà dei compositori e quali di funzioni intrinseche al metodo. Probabilmente il compito di rispondere a queste domande va ai critici e agli accademici del futuro, e in realtà sarà possibile solo se ci saranno altre opere scritte col <a href="http://www.scritturacollettiva.org/documentazione/metodo-sic" target="_blank"><strong>metodo SIC</strong></a>: otto racconti (di cui due brevissimi) e un romanzo probabilmente non sono ancora un campione sufficiente per isolare alcuna “legge”.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/in-territorio-nemico-intervista-ai-fondatori-di-sic/in-territorio-nemico_small" rel="attachment wp-att-8631"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/05/In-territorio-nemico_small.jpg" alt="" title="In territorio nemico_small" width="248" height="337" class="alignnone size-full wp-image-8631" /></a></p>
<p><strong>(per Vanni Santoni)In Se fossi fuoco&#8230;, i molti personaggi creavano un senso di coralità, in questo libro invece i molti autori contribuiscono tutti assieme creando da un&#8217;altra prospettiva la coralità; è un caso che la coralità leghi questi due libri?</strong><br />
Finora, tutti i miei libri sono stati corali. Oltre a<strong> Se fossi fuoco</strong> arderei Firenze, con i suoi ventitré personaggi, è coralissimo <strong>Personaggi precari</strong> (579 voci nel libro del 2007, oltre 12’000 quelle complessive del progetto); è corale <strong>Gli interessi in comune</strong>, coi suoi sette protagonisti, ed è corale <strong>L’ascensione di Roberto Baggio</strong>, con due personaggi a far da collante ma venti voci narranti. Personalmente ritengo difficile fare qualcosa di letterariamente significativo, nella frastagliata ed “esplosa” epoca post-post-post-(mettine quanti vuoi)-moderna ricorrendo a una voce unica e monolitica. Ci sta quindi che anche in un progetto ideato assieme a un altro scrittore io porti sempre un vento di coralità. Oppure il fatto è solo che la Resistenza fu un’esperienza molteplice e la si può raccontare bene solo tramite un romanzo corale. </p>
<p><strong>Come e perché avete scelto quel dato contesto storico per ambientare il libro?<br />
</strong>Per quanto, una volta presa la decisione di fare un romanzo resistenziale, fossimo entusiasti e convinti che poteva essere l’occasione per fare qualcosa che avrebbe lasciato il segno, l’idea è arrivata per caso, dalla necessità di aver un soggetto che fosse a sua volta scritto collettivamente. Da lì l’idea di scriverlo col metodo SIC a partire da testimonianze orali raccolte dagli scrittori, e una volta stabilito ciò la realizzazione del fatto che il periodo più fertile intorno al quale raccogliere testimonianze era quello della Seconda Guerra Mondiale. Sulla tale scelta, quella di un romanzo storico ambientato nel periodo della Resistenza, abbiamo detto molto nel saggio <a href="http://www.carmillaonline.com/" target="_blank"><strong>Affinità elettive.</strong></a></p>
<p><strong>Quali sono gli autori e le opere che avete tenuto come guida-modello per scrivere?<br />
</strong> I primi che ci vengono alla mente sono Pesce, Cassola, Fenoglio, Calvino, oltre al Malaparte della <strong>Pelle</strong> e di <strong>Kaputt</strong>. Ma ci sono anche Nuto Revelli, Miriam Mafai e Mario Rigoni Stern. Il compositore Stefano Bonchi, in avvio lavori, suggerì agli scrittori la seguente bibliografia: <strong>Primavera di bellezza, Il Partigiano johnny e Una questione privata</strong> di Beppe Fenoglio; <strong>Uomini e no</strong> di Elio Vittorini; <strong>Il sentiero dei nidi di ragno</strong> e i racconti <strong>L’entrata in guerra</strong>, <strong>Gli avanguardisti a Mentone</strong> e <strong>Le notti dell’UNPA</strong> di Italo Calvino; <strong>L&#8217;Agnese va a morire</strong> di Renata Viganò; <strong>Il mio granello di sabbia</strong> di Luciano Bolis; <strong>I piccoli maestri</strong> di Luigi Meneghello, <strong>La storia</strong> di Elsa Morante, <strong>Tiro al piccione</strong> di Giose Rimanelli, e ancora <strong>Il sistema periodico</strong> di Primo Levi e <strong>Il giardino dei Finzi-Contini</strong> di Giorgio Bassani, La raccolta <strong>Racconti della Resistenza </strong>curata da Walter Pedullà e quella <strong>Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza</strong>, curata da Franzinelli, e i saggi <strong>La Resistenza armata nella narrativa italiana</strong> e <strong>La letteratura partigiana in Italia 1943-45</strong>, di Giovanni Falaschi, <strong>Letteratura, memorie e rappresentazione della Resistenza italiana nella letteratura </strong>di Elvio Guagnini, Intrecci di voci. <strong>La polifonia nella letteratura del Novecento</strong>, di Cesare Segre e <strong>La narrativa italiana contemporanea 1940/1990</strong>, di Walter Pedullà. Per quanto riguarda invece l’elaborazione del metodo SIC, abbiamo lavorato con: AA.VV., L&#8217;analisi del racconto; AA.VV., <strong>Teorie del punto di vista</strong>; Auerbach, Mimesis; Bachtin, <strong>Estetica e romanzo</strong>; Barthes, La morte dell&#8217;autore in <strong>Il brusio della lingua</strong>, S/Z, <strong>Scrittori e scriventi in Saggi critici</strong>; Booth, <strong>Retorica della narrativa</strong>; Benjamin, <strong>L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica</strong>; Bourdieu, <strong>Le Regole dell&#8217;Arte</strong>; Brooks, <strong>Trame e L’immaginazione melodrammatica</strong>; Contenti, <strong>L&#8217;invenzione del best-seller</strong>; Crowley, Magick; Derrida, <strong>La scrittura e la differenza</strong>; Eco, <strong>Lector in fabula</strong>; Eliot, <strong>Tradizione e Talento Individuale</strong>, in <strong>Il bosco sacro</strong>; Forster, <strong>Aspetti del romanzo</strong>; Foucault, <strong>Che cosa è un autore in Scritti letterari e Le parole e le cose</strong>; Fruttero e Lucentini, <strong>I ferri del mestiere;</strong> Genette, Figure III; Greimas, Sémantique structurale; Hamon, <strong>Le personnel du roman</strong>; Jenkins, Convergence Culture: <strong>Where Old and New Media Collide</strong>; Lukáks, Bachtin e altri,<strong> Problemi di teoria del romanzo</strong>; Propp, Morfologia della Fiaba; Ricoeur, <strong>Tempo e Racconto;</strong> Tapscott e Williams, <strong>Wikinomics: How Mass Collaboration Changes Everything</strong>; Woodmansee, <strong>The Construction of Authorship: textual appropriation in law and literature.</strong></p>
<p><strong>Su La Lettura Vanni Santoni ha parlato di Lo Zar Non è Morto (leggi <a href="http://www.scribd.com/doc/129587307/Storia-e-Prospettive-Della-Scrittura-Collettiva-in-Italia-La-Lettura-10-03-2013" target="_blank"><strong>QUI</strong></a>); lo avete letto? E Le dodici sedie lo conoscete?<br />
</strong> Sì, l’abbiamo letto: nel 2005 grazie ai buoni uffici di <strong>Giulio Mozzi</strong> il libro venne ripubblicato da <strong>Sironi</strong> e quel bibliofilo di Magini ovviamente ne possedeva una copia. Non abbiamo letto <strong>Le dodici sedie</strong>, ma se non ricordiamo male è a sole quattro mani, no?</p>
<p><strong>Sì esatto, un romanzo sovietico ambientato durante la Nep, scritto da Il&#8217;ja Arnol&#8217;dovič Il&#8217;f e Evgenij Petrovič Petrov. </strong></p>
<p><strong>Ultimo libro letto?<br />
</strong> <strong>G.M.</strong> <strong>Il sergente nella neve</strong> di <strong>Rigoni Stern</strong>. Mi sono reso conto che c’era un buco nero nella mie letture belliche e l’ho colmato in giornata. Ho scoperto che In territorio nemico contiene una citazione “dialettale” da quel libro, infilata a nostra insaputa, e credo volontariamente, da uno dei centoquindici. Qualcuno riesce a scovarla? (Suggerimento: è in piemontese).</p>
<p><strong>V.S.</strong> Leggo sempre molte cose insieme. Ho appena finito <strong>L’impronta dell’editore</strong> di Roberto Calasso e <strong>Goethe muore</strong> di Thomas Bernhard, entrambi Adelphi, consigliatissimi. Poi, oltre ai classici – sono al penultimo volume della <strong>Recherche</strong> e mi sono buttato su <strong>L’angelo dell’abisso</strong> di Ernesto Sabato (SUR) – altri validi libri contemporanei che ho in lettura sono <strong>Pepys road</strong> di John Lanchester (Mondadori) e <strong>Yellow birds</strong> di Kevin Powers (Einaudi Stile Libero). Tra i saggi sto leggendo <strong>Sacri guerrieri</strong> di Jonathan Phillips (Laterza), una storia delle Crociate che mi è utile per il libro fantastico che sto ultimando, e ho da poco letto, e consiglio, <strong>Il web e l’arte della manutenzione</strong> della notizia di Jumpinshark (minimum fax); per la poesia sono preso, e lo sarò a lungo, dalla raccolta di<strong> Tutte le poesie di Sylvia Plath </strong>(Mondadori). </p>
<p></font></p>
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		<title>In Zaire &#8211; intervista sul nuovo progetto di Stefano Pilia</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Apr 2013 10:58:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“White sun and Black sun “ G.I. Joe, Claudio Rocchetti e Stefano Pilia sono gli In Zaire. La loro musica non è solo psichedelica ma un mix di dub-funk, ritmi di percussioni tribali africane, melodie con influenze elettroniche indiane, arabe e voci psicadeliche e un’attitudine minimal-introspettiva elettronica. Talvolta si incontrano, suonano e la loro musica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/in-zaire/fir-y30" rel="attachment wp-att-8532"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/FIR.Y30-e1366887222323.jpg" alt="" title="FIR.Y30" width="549" height="549" class="alignnone size-full wp-image-8532" /></a></p>
<p><strong>“White sun and Black sun “<br />
</strong><strong>G.I. Joe, Claudio Rocchetti e Stefano Pilia</strong> sono gli <strong>In Zaire</strong>. La loro musica non è solo psichedelica ma un mix di dub-funk, ritmi di percussioni tribali africane, melodie con influenze elettroniche indiane, arabe e voci psicadeliche e un’attitudine minimal-introspettiva elettronica. Talvolta si incontrano, suonano e la loro musica rimane nell’etere come una sorta di pulviscolo che ricopre l’atmosfera. Se ti capita di sentirli una volta in concerto ti rimangono impressi. Il gruppo è formato da grandi musicisti che si fondono insieme in un&#8217;unica energia concentrica e magica. Ora è uscito il loro nuovo lavoro (tiratura minimale in vinile) così ho raggiunto <strong>Stefano Pilia</strong> per fargli qualche domande riguardo questo nuovo progetto.</p>
<p><strong>Testo e intervista di Miss Cassady<br />
</strong><br />
<strong>La prima cosa che mi ha colpito è stata la copertina del vinile. E’ stata realizzata da Fred Par Kraat, giusto? Lui ha avuto totale libertà sul lavoro o è stata un idea condivisa con voi?</strong><br />
E&#8217; un&#8217;idea sviluppata assieme. Ho trovato l&#8217;illustrazione del cerchio disegnato dall&#8217;uccello su un vecchio catalogo di iconografia simbolica a tema magic and supernatural. Ci è piaciuta. <strong>Fred</strong> è partito da quell&#8217;immagine per elaborare la grafica del disco e ha aggiunto quel senso del colore che è proprio tipico delle sue grafiche. Anche il simbolo di in zaire -il simbolo in alto al centro della copertina da cui sembra uscire il cerchio nel etere creato dal volatile- è interamente disegnato da Fred&#8230; Quello era stato usato come copertina per il precedente one side 12&#8243;.</p>
<p><strong>Come avviene il processo creativo negli In Zaire?  Venite da città diverse,vi incontrate da qualche parte e lavorate insieme o ognuno di voi crea singolarmente e poi “magicamente” unite il tutto?</strong><br />
Ci incontriamo e suoniamo dal vivo senza fare mai prove fondamentalmente perchè non possiamo. Per cui la musica si sviluppa giorno per giorno quando ci incorriamo e siamo in tour principalmente&#8230; ma alla base In Zaire ha gia in se un&#8217;idea forte su quello che è il risultato sonoro, seppur mai in modo categorico e definitivo ma sempre teso al cambiamento. Continuamente ci scambiamo opinioni su cosa secondo noi funziona e cosa no e cosa ci piacerebbe fare o modificare e quando siamo sul palco cerchiamo di metterlo in pratica.</p>
<p><strong>La scelta che avete avuto nel nominare le canzoni mi evoca la disposizione circolare che assumete quando suonate live..ma probabilmente è stata fatta una scelta diversa&#8230;</strong><br />
Sai non ci avevo mai pensato in questo senso. E&#8217; interessante che tu abbia trovato questo collegamento. L&#8217;idea era quella di sovrapporre un&#8217;immaginario cosmico-simbolico alla nostra musica&#8230; una maschera suggestiva avevamo 7 pezzi e 7 sono i pianeti&#8230; Dall&#8217;immaginario simbolico dei pianeti possono essere derivate molte cose per cui perchè non la musica di questo disco. Il titolo stesso a sua volta viene dall&#8217;idea di un simbolo particolare.</p>
<p><strong>Quello che mi piace del vostra identità è che sembrate un gruppo realmente underground dove non conta la promozione del gruppo ma la cura che mettete nel suono, nei live, la passione che sviscerate nella musica che è realmente l’unica protagonista.</strong><br />
Ci piace suonare e stare assieme. Claudio ed io abbiamo lavorato molto assieme nei <strong>3/4Had Been Eliminated</strong>, con <strong>Ricky</strong> in passato abbiamo suonato assieme e anche con <strong>Ale</strong> ci siamo sempre detti: dovremmo suonare!: e così e successo cerchiamo di fare quello che ci piace e il meglio che possiamo: questo è quello che conta di più , il resto è una conseguenza.<br />
Delle volte la formazione è a tre e delle volte a quattro perché tra gli impegni e le distanze non sempre riusciamo ad esserci tutti. Quello che è importante è lo spirito condiviso e la musica che ne consegue</p>
<p><strong>Quali contaminazioni, gusti, influenze tiri fuori dal “cilindro” quando suoni con gli In Zaire?<br />
</strong> Non saprei&#8230; difficile dire. Non non ho mai deliberato volontariamente su cosa si e cosa no. Direi che il mondo psichedelico è sempre presente</p>
<p><iframe width="549" height="309" src="http://www.youtube.com/embed/RhF9nO9Dtns" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
<p><strong>Avete in programma un tour in Italia o/e in Europa?<br />
</strong>  Sì, in settembre e spero avremmo presto modo di fare un tour più lungo tutti assieme. Forse faremo qualche data questa primavera, ma non so se riusciremo ad esserci tutti.</p>
<p><strong>Desideri rispondere a una domanda che io non ti ho fatto…o aggiungere qualche considerazione?<br />
</strong> Mi sembra che ci sia tutto quello che serve per introdurre bene In Zaire. Grazie Sara. E&#8217; stato un piacere rispondere alle tue domande.</p>
<p><iframe width="549" height="309" src="http://www.youtube.com/embed/NiMAGoTHLa0" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Sasha Grey video intervista pt.1</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Apr 2013 11:52:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sasha Grey &#8211; intervista pt. 1 &#8211; BOLOGNA 13/04/2013 Nella prima puntata di questa video intervista a Sasha Grey, abbiamo approfondito la nuova attività di Dj, l&#8217;amore per la musica, gli aTelecine e il rapporto con la fama. Sasha Grey from YOUTHLESSfanzine on Vimeo. Intervista di Enrico Rossi Riprese e montaggio AdSimple Studio adsimplestudio.com Traduzione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/sasha-grey-video-intervista-pt-1/scritta-sasha" rel="attachment wp-att-8511"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/Scritta-SASHA-e1366804122160.jpg" alt="" title="Scritta SASHA" width="549" height="308" class="alignnone size-full wp-image-8511" /></a><br />
<font size="2"><br />
<strong>Sasha Grey &#8211; intervista pt. 1 &#8211; BOLOGNA 13/04/2013<br />
</strong><br />
Nella prima puntata di questa video intervista a <strong>Sasha Grey</strong>, abbiamo approfondito la nuova attività di <strong>Dj</strong>, l&#8217;amore per la <strong>musica</strong>, gli <strong>aTelecine</strong> e il rapporto con la <strong>fama</strong>.</p>
<p><iframe src="http://player.vimeo.com/video/64709092?autoplay=1" width="549" height="309" frameborder="0" webkitAllowFullScreen mozallowfullscreen allowFullScreen></iframe>
<p><a href="http://vimeo.com/64709092">Sasha Grey</a> from <a href="http://vimeo.com/youthlessfanzine">YOUTHLESSfanzine</a> on <a href="http://vimeo.com">Vimeo</a>.</p>
<p>Intervista di <strong>Enrico Rossi</strong><br />
Riprese e montaggio <strong>AdSimple Studio</strong><br />
adsimplestudio.com</p>
<p>Traduzione <strong>Lorena Palladini</strong></p>
<p>Si ringraziano:<br />
Michele Bonelli di Salci (New Life Promo), Alessia Matteoli (The Agency Group), Enrico Croci, Club Bentivoglio.</p>
<p>Soundtrack<br />
<strong>Galaverna &#8211; The Perris</strong><br />
</font></p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/sasha-grey-video-intervista-pt-1/sashadj" rel="attachment wp-att-8514"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/SashaDJ-e1366804406642.jpg" alt="" title="SashaDJ" width="549" height="308" class="alignnone size-full wp-image-8514" /></a></p>
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		<title>Offlaga Disco Pax intervista</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2013 11:53:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Domenica 21 aprile gli Offlaga Disco Pax compiono 10 anni di attività musicale. In quel primo concerto d&#8217;esordio sul palco del Circolo Arci Calamita di Cavriago (RE) suonarono cinque brani, quattro dei quali sarebbero poi finiti nel primo disco &#8220;Socialismo Tascabile&#8220;. E dieci anni dopo, faranno ritorno al Calamita per festeggiare e riproporre dal vivo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/offlaga-disco-pax-intervista/odp1" rel="attachment wp-att-8463"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/ODP1-e1366371060550.jpg" alt="" title="ODP1" width="549" height="411" class="alignnone size-full wp-image-8463" /></a><br />
<font size="2"><br />
<strong>Domenica 21 aprile</strong> gli <strong>Offlaga Disco Pax</strong> compiono 10 anni di attività musicale. In quel primo concerto d&#8217;esordio sul palco del Circolo Arci <strong>Calamita</strong> di Cavriago (RE) suonarono cinque brani, quattro dei quali sarebbero poi finiti nel primo disco &#8220;<strong>Socialismo Tascabile</strong>&#8220;. E dieci anni dopo, faranno ritorno al <strong>Calamita</strong> per festeggiare e riproporre dal vivo i 3 album realizzati fino ad oggi. Abbiamo pensato di intervistare gli <strong>Odp</strong> per fare il punto della situazione e farci spiegare come si svolgerà questa giornata di festa.</p>
<p><strong>Info Evento FB:<br />
</strong><a href="https://www.facebook.com/events/139637482876082/" target="_blank">https://www.facebook.com/events/139637482876082/<br />
</a><br />
<strong>Intervista di Enrico Rossi<br />
</strong></p>
<p><strong>Dieci candeline per gli Offlaga Disco Pax, vi sareste mai aspettati un’avventura musicale così duratura?<br />
</strong><br />
<strong>Daniele Carretti:</strong> L&#8217;idea iniziale del gruppo partiva da altro e c&#8217;era voglia di fare qualcosa, più che di avere una visione più o meno longeva. Si parte bene o male sempre sperando che quello che si fa duri nel tempo soprattutto quando è un qualcosa di cui essere soddisfatti, ma da qui a dire che ci aspettavamo un tempo così lungo assieme, non credo.</p>
<p><strong>Max Collini:</strong> La prospettiva iniziale non andava molto al di là del nostro naso: qualche concerto, il divertimento di fare qualcosa di nuovo con persone nuove, la curiosità di cimentarmi col palco, cose così. Forse la totale mancanza di ambizioni e il mettere insieme gli Offlaga Disco Pax per pura intuizione situazionista ci ha aiutati. </p>
<p><strong>Enrico Fontanelli</strong>: L&#8217;abbiamo sempre vissuta giorno per giorno, senza troppo guardarci indietro almeno per quanto riguarda la nostra storia. Nemmeno quella del decennale è occasione per nostalgie domestiche, piuttosto un&#8217;occasione per festeggiare ringraziando chi ha preso parte volente o nolente al nostro percorso.</p>
<p><strong>Tutto è partito dal Calamita in un qualche modo, come andò quel primo concerto? C’era tensione nell’aria?<br />
</strong><br />
<strong>Daniele</strong>: Era una serata del premio “<strong>Augusto Daolio</strong>” che ci metteva in &#8220;competizione&#8221; con altri due gruppi per passare la selezione. Un po&#8217; di tensione c&#8217;era sicuramente ma c&#8217;era anche molta voglia di suonare e proporre questa cosa &#8220;diversa&#8221; dalle solite cose che suonavamo io ed Enrico. </p>
<p><strong>Max</strong>: Io ero letteralmente terrorizzato. Non ero mai stato su un palco vero, avevo già 36 anni suonati e credo di avere somatizzato una paura che ancora non mi ha abbandonato del tutto. Ad un certo punto mi hanno detto che su un brano <strong>Enrico</strong> e <strong>Daniele</strong> hanno acceso due candele e si sono affiancati a me mentre leggevo un testo e la base musicale andava per conto suo. Ecco, io non me ne sono accorto. Fate voi&#8230;</p>
<p><strong>Enrico</strong>: Credo fossi già in doppia cifra coi concerti al Calamita all&#8217;epoca, anche se si trattava della mia prima volta al “Daolio”. Da parte mia più curiosità per come avrebbe reagito la gente che tensione. Di preciso ricordo solo l&#8217;annuncio del passaggio di turno a fine serata, che nella mia testa era solo un: &#8221; avremo un&#8217;altra data a breve &#8221;</p>
<p><strong>Da quanto tempo “esistevate”?<br />
</strong><br />
<strong>Max</strong>: Le prime prove degli <strong>ODP</strong> risalgono alla fine di gennaio o i primi giorni di febbraio del 2003. Sicuramente era gennaio 2003 quando l&#8217;idea di Enrico venne resa nota e immediatamente accettata da tutti e tre.</p>
<p><strong>Enrico</strong>: Purtroppo non esiste sulla mia o nostra agenda &#8211; dovremmo chiedere i tabulati alle compagnie telefoniche &#8211; alcun segno  di data di nascita del progetto, la cosa si consumò tra una telefonata mia a <strong>Daniele</strong> nel tragitto a piedi che portava da <strong>viale Montegrappa</strong> all&#8217;ufficio di <strong>Max</strong> in un primo pomeriggio di inizio gennaio 2003.</p>
<p><strong>Che pezzi avevate suonato?<br />
</strong><br />
<strong>Max</strong>: La scaletta era (non ricordo però se l&#8217;ordine sia esatto): <strong>Kappler, Khmer Rossa, Soap Opera (rimasta inedita), Cinnamon e Tono Metallico Standard.</strong> Erano i primi brani che avevamo provato, sostanzialmente esistevamo da un paio di mesi e quello era tutto il repertorio disponibile, proposto in versioni poi sviluppate nel tempo. &#8220;<strong>Robespierre</strong>&#8221; arrivò qualche settimana dopo, allora non esisteva ancora.</p>
<p><strong>Erano i primi brani che stavate provando? Come vennero fuori?<br />
</strong> Daniele: L&#8217;idea era di musicare in stile colonna sonora i racconti di <strong>Max</strong>, esistevamo da pochissimo tempo e praticamente avevamo portato tutto il provato a quella serata. I brani erano venuti fuori a modi improvvisazione in sala prove, seguendo più o meno le atmosfere dei testi di <strong>Max</strong>, suonando strumenti che avevamo a disposizione e altri che abbiamo aggiunto strada facendo.</p>
<p><strong>Enrico</strong>: Non ricordo particolari problematiche, credo suonammo Tono Metallico in una versione particolarmente acerba senza ritmica, Soap Opera che era in concorso in tema<br />
&#8220;Violini di Santa Vittoria &#8221; dei quali nel pezzo veniva usato un campione, il resto è rimasto<br />
circa come finì sul primo album.</p>
<p><strong>Max</strong>: Io portai in sala prove un po&#8217; dei miei racconti, cominciai a leggerli nel microfono e Enrico e Daniele a suonare. A pensarci bene funziona ancora così in molti casi&#8230;</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/offlaga-disco-pax-intervista/odp2" rel="attachment wp-att-8468"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/ODP2-e1366371946575.jpg" alt="" title="ODP2" width="549" height="354" class="alignnone size-full wp-image-8468" /></a></p>
<p><strong>Ricordate come avvenne la scelta del nome? Casuale o ponderata?<br />
</strong><br />
<strong>Enrico</strong>: La scena si è consumata in circa 15 minuti tipo : &#8220;Ti va di salire sul palco all&#8217;età di 35 anni?” ( la mia e di <strong>Daniele</strong> ora ) ……………. ”Sì&#8221;……….  “Che nome scegliamo?&#8221; …………<br />
E dopo dieci minuti e i primi due aneddoti abbiamo fissato <strong>OfflagaDiscoPax</strong>. Credo fossimo tutti e due in piedi, per rendere l&#8217;idea,nonostante fossimo in ufficio. Max ci tempestò di sms nei giorni seguenti con proposte nuove, peccato averli persi. Vinse comunque l&#8217;estemporaneità del primo.</p>
<p><strong>Max</strong>: <strong>Offlaga</strong> mi uscì fuori immediatamente, il primo nome in assoluto che proferii quel giorno in cui <strong>Enrico</strong> venne in ufficio da me a proporre questa pazzia dopo averne parlato al telefono con <strong>Daniele</strong>. Poi mille altre ipotesi, regolarmente scartate. Si salvò però l&#8217;opzione <strong>Disco Pax</strong> ed il gioco era fatto.</p>
<p><strong>Daniele</strong>: Ricordo una valanga di sms di Max in cui ci proponeva serie di nomi da usare, prima di arrivare a un compromesso.</p>
<p><strong>C’era un preciso intento di fare una band e trasformare i racconti di Max in colonne sonore parlate, oppure era semplicemente un diversivo alle serate emiliane?</strong></p>
<p><strong>Daniele</strong>: La prima che hai detto. Oltre, in parte, a voler anche un po&#8217; ovviare alle solite cose che già suonavamo in altre band, e il fatto che Max non cantasse ci portava verso cose per forza diverse e a cui dare un approccio molto differente.</p>
<p><strong>Max</strong>: Io adoravo l&#8217;idea della band come concetto, come comunità di intenti collettiva. In realtà eravamo persone diverse, con stili di vita differenti ed appartenenti a generazioni diverse. Le nostre diverse sensibilità sono state la nostra forza e hanno generato una peculiarità che ci ha permesso di arrivare fino a qui, una cosa che non puoi pianificare a tavolino e che corrisponde a qualcosa di più che la semplice somma algebrica dei talenti veri o presunti di tre persone…</p>
<p><strong>Enrico</strong>: Ognuno aveva le sue differenti motivazioni per iniziare e portare avanti questa cosa, senza troppe pretese. E comunque abbiamo sempre provato la domenica pomeriggio&#8230;</p>
<p><strong>Dopo il concorso al Calamita cosa è successo?<br />
</strong><br />
<strong>Daniele</strong>: Grazie a contatti di Max, sopratutto a Roma, pian piano ci è capitato di fare un qualche concerto nella capitale e poi a decidere di provare ad iscriverci al <strong>RockContest</strong> di Firenze, promosso da <strong>Controradio</strong>. Da lì poi tutto ha iniziato lentamente ad assumere una dimensione diversa.</p>
<p><strong>Max</strong>: Vincendo il <strong>RockContest</strong> di Firenze nel 2004 ci trovammo davanti giornalisti, addetti ai lavori e una etichetta che si innamorò di noi seduta stante. Ci ha aiutati a velocizzare la prassi standard, ma non saprei dire se senza quella situazione sarebbe successo tutto ugualmente. Del resto, come dice un mio amico molto saggio, solo il senno di poi è una scienza esatta.</p>
<p><strong>E questa domenica 21 aprile si torna al Calamita per festeggiare una sorta di compleanno. E’ un chiudere il cerchio e andare oltre?</strong></p>
<p><strong>Daniele</strong>: Speriamo di festeggiare lì anche il 20° anniversario&#8230;chiuderemo un altro cerchio nel caso.</p>
<p><strong>Max</strong>: E&#8217; un traguardo. Festeggiamo la fine del nostro secondo piano quinquennale, che mi pare abbia raggiunto risultati più lusinghieri di quanto preventivabile. Sarà bello rivedere tante persone che ci hanno visto nascere, sostenuto e creduto in noi quando nessuno ci avrebbe scommesso un pezzo di erbazzone. Di sicuro non mi verrà un infarto sul palco come dieci anni fa, almeno spero. Spetta che mi tocco&#8230;</p>
<p><strong>Come si svilupperà la giornata?<br />
</strong><br />
<strong>Max</strong>: <strong>Partiremo alle 17,00</strong> con una &#8220;<strong>merenda del decennale</strong>&#8220;, dove chi vorrà potrà portare una torta (dolce o salata) da condividere con gli altri presenti a tema <strong>Offlaga</strong> (ma se è buona va bene anche non a tema), poi avremo un po&#8217; di amici musicisti ospiti a intrattenere i convenuti, un mercatino, dj set, poster, magliette e spillette realizzate da noi per celebrare la ricorrenza. <strong>Alle 18</strong> e qualcosa suoneremo tutto &#8220;<strong>Gioco di Società</strong>&#8220;, <strong>alle  21</strong> e qualcosa tutto &#8220;<strong>Bachelite</strong>&#8221; e <strong>verso le 22,30 </strong>circa tutto &#8220;<strong>Socialismo Tascabile</strong>&#8220;. In mezzo ai tre set <strong>ODP</strong> musica e altro ancora e in ogni caso nessuno potrà venire a dire a fine giornata: &#8220;bello, però non avete fatto quel pezzo là&#8230;&#8221; perché suoneremo TUTTO!!!</p>
<p><strong>Ci sono sorprese che potete svelarci in anticipo?<br />
</strong><br />
<strong>Daniele</strong>: Quello che succederà veramente lo scopriremo domenica, sarà una sorpresa anche per noi. Intanto abbiamo buttato le basi per la giornata&#8230;</p>
<p><strong>Max</strong>: Venite e vedrete!<br />
</font></p>
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		<title>Metz intervista</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Apr 2013 20:54:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ragazzi di poche parole questi Metz: tre canadesi innamorati del noise rock con la “n” maiuscola. Live spazzano via tutto. Che dire di più? Ah si, se ve li siete persi mi dispiace. Incrociate le dita perchè ritornino&#8230; Intervista di Gianluca Ravanelli Ciao ragazzi,come va? Siete in tour in Europa ora vero? Benissimo, ci stiamo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/metz-intervista/metz-2-2012" rel="attachment wp-att-8429"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/metz3-e1366145503147.jpg" alt="" title="METZ 2 (2012)" width="549" height="369" class="alignnone size-full wp-image-8429" /></a><br />
<font size="3"><br />
Ragazzi di poche parole questi <strong>Metz</strong>: tre canadesi innamorati del noise rock con la “n” maiuscola. Live spazzano via tutto. Che dire di più? Ah si, se ve li siete persi mi dispiace. Incrociate le dita perchè ritornino&#8230;</p>
<p><strong>Intervista di Gianluca Ravanelli<br />
</strong><br />
<strong>Ciao ragazzi,come va? Siete in tour in Europa ora vero?<br />
</strong>Benissimo, ci stiamo divertento un sacco.</p>
<p><strong>Ditemi qualcosa sul vostro attesissimo disco di debutto. Mi è quasi sembrato che il lungo processo di creazione sia dovuto al cercare di far assomigliare il più possibile le registrazioni ai vostri live. Siete d&#8217;accordo?</strong><br />
Non del tutto, per noi le registrazioni in studio e i live sono due cose molto diverse. Penso che l&#8217;unico modo per presentare quei pezzi fosse quello. Non abbiamo una procedura fissa per lo studio&#8230;</p>
<p><strong>Vi siete ispirati a qualche band precisa?<br />
</strong> Acoltiamo tantissimi gruppi e i continuazione ma nessuno di loro ci ha influenzato in modo diretto nella creazione del disco&#8230;</p>
<p><strong>Dove l&#8217;avete registrato?<br />
</strong>In due posti: i <strong>Barn Window Studios</strong> con <strong>Graham Walsh</strong> (degli <strong>Holy Fuck</strong>) e ai <strong>Dreamhouse Studios</strong> con <strong>Alexandre Bonenfant.</strong></p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/metz-intervista/metz2" rel="attachment wp-att-8428"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/Metz2.jpeg" alt="" title="Metz2" width="275" height="183" class="alignnone size-full wp-image-8428" /></a></p>
<p><strong>Avete usato qualche accorgimento particolare in fase di registrazione per rendere il suono così “grezzo”?<br />
</strong>Siamo entrati in studio già con le idee molto chiare su come dovessere suonare i vari pezzi allora abbiamo deciso di utilizzare quasi unicamente una gran quantità di microfoni ambientali per riuscire ad avere suoni di batteria ancora più potenti. </p>
<p><strong>Sembrate molto influenzati dal noise rock degli anni &#8217;80 e &#8217;90 come tutte le band uscite sotto Matador in quel periodo tipo Shellac o Jesus Lizard. Cosa ne pensi?</strong><br />
Crescendo in quegli anni siamo tutti grandissimi fan della Matador e di quei gruppi.</p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/metz-intervista/metz-2" rel="attachment wp-att-8430"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/Metz-e1366145628549.jpg" alt="" title="Metz" width="549" height="381" class="alignnone size-full wp-image-8430" /></a></p>
<p><strong>Parlatemi della Sub Pop e su come vi trovate ad essere nel loro roster?<br />
</strong> Divinamente, sono alcune delle persone migliori che abbia mai conosciuto.</p>
<p><strong>Venite da Toronto vero? Cosa ne pensate della scena locale e più ampiamente di quella canadese?<br />
</strong> Posso parlare unicamente per quello che riguarda quella di Toronto e ti dico che qui c&#8217;è molto movimento e supporto. Ci sono tantissime band fighe che vengono da qui. So che anche a Montreal e a Vancouver ci sono band valide ma non sono troppo documentato&#8230;</p>
<p><strong>Ultima domanda: avete un disco uscito nel 2012 da suggerire ai lettori?<br />
</strong> Sicuramente l&#8217;ultimo disco dei Soupcans “Good Feelings”. Veramente fantastico!</p>
<p></font></p>
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		<title>Post War Glamour Girls</title>
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		<pubDate>Tue, 09 Apr 2013 14:04:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Fabiana Giovanetti</dc:creator>
				<category><![CDATA[Featured Small]]></category>
		<category><![CDATA[interviste]]></category>

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		<description><![CDATA[Intervista di Fabiana Giovanetti Quando una intervista inizia con “Salve, nessun problema, mi piace parlare con le persone&#8230;lunga vita alla razza umana”, si riesce facilmente a determinare la piega che il resto della conversazione prenderà. Eppure, è proprio il caso di dirlo, se ti approcci ad intervistare James Anthony Smith, leader dei Post War Glamour [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/post-war-glamour-girls.jpg" alt="" title="post-war-glamour-girls" width="548" height="548" class="aligncenter size-full wp-image-8398" /><br />
<strong>Intervista di Fabiana Giovanetti</strong></p>
<p><font size="3">
<p>Quando una intervista inizia con “<em>Salve, nessun problema, mi piace parlare con le persone&#8230;lunga vita alla razza umana</em>”, si riesce facilmente a determinare la piega che il resto della conversazione prenderà. Eppure, è proprio il caso di dirlo, se ti approcci ad intervistare James Anthony Smith, leader dei <strong>Post War Glamour Girls</strong> non puoi aspettarti altrimenti.</p>
<p></size><br />
Tra i gruppi più chiaccherati della scena di Leeds, questo quartetto racchiude la malinconia della working class del Nord, ovviando lo slancio brit-pop alla Smiths per ricadere su un tocco più eclettico che oscilla tra post-punk, lo-fi garage e Nick Cave, citando tra le influenze più recenti i Wild Beasts e The Fall (“<em>che sono una “band nuova” da circa trent’anni</em>”, ribadisce James).<br /><font size="2"><br />
Leeds è diventata uno dei centri più interessanti della scena indipendente: &#8220;<em>Tesso le lodi di Leeds fin troppo, siamo fortunati ad avere ottimi locali, promoters, etichette e band: ILikeTrains, Witch Hunt, Blacklisters, Sam Airey, Mahogany Hand Glider, Swimming Lessons, Heart-Ships e The Wind Up Birds sono solo alcuni nomi che mi vengono in mente.</em>&#8221;<br />
Il nome della band viene poi dalla canzone omonima di John Cooper Clarke, conosciuto come il “poeta punk” dell’Inghilterra degli anni 70. Un Bob Dylan con molto meno seguito, e una poesia molto più Bukowskiana: “<em>&#8230; una mia grandissima influenza &#8211; anche se musicalmente non lo ricordiamo affatto.</em>”</p>
<p>Oltre al mio interlocutore James Anthony Smith, cantante, chitarrista e portavoce della band, i <strong>Post War Glamour Girls</strong> si compongono rispettivamente di “<em>Alice Scott Knox Gore, che suona il basso e canta. James Thorpe Jones, che è il migliore a cantare e suonare la chitarra, ma quello di cui si sente meno la voce. Infine abbiamo Ben Clyde, il batterista; anche lui canta, ed è pure più bello di me.</em>”</p>
<p>Il gruppo sta ora presentando il nuovo singolo <strong>Jazz Funerals</strong> uscito per la ILikeTrains (omonima etichetta della band) con cover realizzata come sempre da Will Jackson, amico della band. La canzone rimanda ai Jazz Funerals che si tengono a New Orleans: “<em>Jim Henson ne ha avuto uno. Sono un modo per celebrare la vita, e così sconfiggere la morte.</em>” La voce ricalca il tono baritonale e roco a là King Dude, stridendo gradevolmente con i cori di sottofondo degli membri del gruppo.</p>
<p><iframe width="548" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/YydrToAgj7Y" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></em></p>
<p>Come mai la scelta è ricaduta  su un argomento come la morte? “<em>È importante riconoscere l’importanza della morte e non averne paura. Accade ai migliori. La morte è una mia amica, e ci facciamo grosse risate assieme. Alle volte, mentre cammino per la strada, fa cadere un piano dal cielo, proprio nel punto i cui sostavo 10 secondi prima. Mi ha mancato, ed è come se le avessi abbassato i pantaloni in pubblico, e tutta la gente ride e punta il dito contro la morte. E lei ride con noi, ma poi la sento dire “la prossima volta James, ti prenderò prima o poi piccolo bastardo</em>”, e io sussulto, perchè so che lo farà”.</p>
<p> Si, lo ammetto, questa un po’ me la sono andata a cercare.</p>
<p>La B side di Jazz Funerals è una cover di Johnny and Mary di <strong>Robert Palmer</strong>, re-interpretata tra delay di chitarra e un generale approccio lo-fi ravvisabile nei toni di basso: “<em>È la canzone preferita del padre di James Thorpe-Jone. E un’ottima canzone pop, era troppo divertente per non farla. E noi siamo una band divertente</em>.” Di nuovo, immancabile sarcasmo inglese a cui non credo mi abituerò mai.</p>
<p>Ma a proposito di divertimento, come impiegano i <strong>Post War Glamour Girls</strong> le loro giornate quando non sono sul palco? “<em>Facciamo tutti dei lavori collegati con la musica: io sono un professore e DJ, Alice lavora in un negozio di musica come specialista in bassi, Ben è un turnista e James Thorpe Jones è  il bodyguard di Justin Bieber</em>.”</p>
<p>In procinto di partire per un tour europeo che toccherà tra le altre Parigi e Berlino, il gruppo ha un programma ricco per i prossimi mesi: “<em>rilasciare un secondo singolo per l’estate chiamato “Light Bulb”, suonare ad un paio di festival, scrivere, registrare cose nuove e finalmente far uscire il disco verso ottobre.</em>” </p>
<p></size><br />
<iframe width="100%" height="450" scrolling="no" frameborder="no" src="https://w.soundcloud.com/player/?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F3584655"></iframe></p>
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		<title>Federico Fiumani intervista</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Apr 2013 14:25:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Youthless</dc:creator>
				<category><![CDATA[interviste]]></category>
		<category><![CDATA[slide]]></category>
		<category><![CDATA[diaframma]]></category>
		<category><![CDATA[federico fiumani]]></category>
		<category><![CDATA[fiumani]]></category>
		<category><![CDATA[fiumani diaframma]]></category>

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		<description><![CDATA[Enigmatico, introverso, timido ma al tempo stesso rabbioso, grintoso, energico. Tutto questo è Federico Fiumani, leader dei Diaframma e padre della New Wave italiana. E&#8217; passato più di un anno dall&#8217;uscita del loro ultimo disco (&#8220;Niente di Serio&#8220;, Self, 2012) e ben 33 dal loro debutto. Noi lo abbiamo incontrato per scoprire, impunemente, cosa si [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/federico-fiumani-intervista/f3" rel="attachment wp-att-8332"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/F3-e1364912309886.jpg" alt="" title="F3" width="549" height="424" class="alignnone size-full wp-image-8332" /></a></p>
<p><font size="3"><br />
Enigmatico, introverso, timido ma al tempo stesso rabbioso, grintoso, energico. Tutto questo è <strong>Federico Fiumani</strong>, leader dei <strong>Diaframma</strong> e padre della New Wave italiana. E&#8217; passato più di un anno dall&#8217;uscita del loro ultimo disco (&#8220;<strong>Niente di Serio</strong>&#8220;, Self, 2012) e ben 33 dal loro debutto. Noi lo abbiamo incontrato per scoprire, impunemente, cosa si cela dietro uno dei personaggi più interessanti e controversi che l&#8217;underground italiano abbia mai avuto e come vede, lui che di musica (vecchia e nuova) ne ha sentita un bel po&#8217;, le new generations di musicisti nostrani.   </p>
<p><strong>Intervista e testo di Flavia Guarino<br />
Foto di Giovanna Buccino</strong></p>
<p><strong>Sono passati oltre trent&#8217;anni dal debutto dei Diaframma. Adesso che è passato un bel po&#8217; di tempo e la musica indipendente in italia è cambiata (e non poco), tu che sei un po&#8217; il padre della new wave  underground nostrana, come credi che sia cambiata la musica indipendente in generale e, soprattutto, la new wave in Italia?</strong><br />
Io credo obiettivamente che la new wave, quella che abbiamo fatto noi anche negli anni &#8217;80, sia morta a livello di genere, nel senso che comunque non vedo dei gruppi che possano essere definiti new wave oggi. E direi che è anche un bene, anche perché così noi ci teniamo gli originali e gli altri giustamente delle loro generazioni fanno la musica che più gli compete. Ci sono dei gruppi interessanti che hanno delle reminiscenze del nostro genere che hanno una sensibilità pop ma anche vagamente wave come i <strong>The Giornalisti</strong> di Roma o gli <strong>A  Classic Education</strong>  di Bologna. Però sai quelli che fanno proprio new  wave calligrafica, in stile anni &#8217;80, non mi piacciono tanto. A questo punto mi tengo gli originali. E&#8217; stato un bellissimo periodo, quello dei miei vent&#8217;anni, con un&#8217;energia e un entusiasmo particolari, dove scoprivamo le cose per la prima volta. Questo è un genere che ho sempre sentito molto mio e credo di aver detto la mia a livello italiano. Penso che un disco come &#8220;<strong>Siberia</strong>&#8221; è tutt&#8217;ora ricordato.  </p>
<p><strong>Appunto, parlando dell&#8217; &#8220;entusiasmo&#8221; dei tuoi vent&#8217;anni, entusiasmo riscontrabile in tutti i tuoi prodotti discografici, ma anche nelle esperienze live e nei tuoi video (indimenticabile è la grinta che tiri fuori nel video di &#8220;Gennaio&#8221;) che diventa quasi rabbia e che ritroviamo ancora sul palco, dopo trent&#8217;anni, quasi come una costante del tuo stile, verrebbe quasi da chiedersi, soprattutto per te, che hai vissuto in una società che dava ai giovani diversi motivi per sentirsi &#8220;incazzati&#8221;: la rabbia che esprimi in tutte le tue manifestazioni (discografiche, editoriali e &#8220;concertistiche&#8221;) ha una matrice prettamente sociale o è semplicemente un tuo modus vivendi?</strong><br />
Dunque, ti premetto, che un genere che ho amato tantissimo è il punk del &#8217;77, la voglia di fare musica è partita da lì. I punk erano molto incazzati, molto violenti e a me questo modo di vivere è entrato dentro perché avevo 17 anni e a quell&#8217;età l&#8217;aggressività è una cosa naturale, congenita. Mi è rimasta anche nei live questa cosa qui, perché altrimenti il concerto diventa noioso, a mio parere. Non essendo un virtuoso né della voce né della chitarra, almeno ci metto la grinta e faccio capire che credo davvero a quello che faccio. Quindi in tutte le mie espressioni, musicalmente parlando, ci metto un po&#8217; di quella sana incazzatura derivata principalmente dal punk, che è il genere che ho amato in assoluto più di tutti.   </p>
<p><strong>E nei confronti della vita?<br />
</strong>Nei confronti della vita incazzato? (ci pensa un po&#8217;) Si, direi di si, anche perchè nella vita di tutti i giorni sono piuttosto introverso, quindi il palco mi serve per sfogare una parte di me che non verrebbe fuori altrimenti.    </p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/federico-fiumani-intervista/f2" rel="attachment wp-att-8333"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/F2-e1364912494330.jpg" alt="" title="F2" width="549" height="341" class="alignnone size-full wp-image-8333" /></a></p>
<p><strong>Da quello che si legge dai tuoi libri e dalla storia della musica new wave italiana in generale, si è sempre evinta una forte rivalità (reale o presunta) coi Litfiba, ma adesso, dopo trent&#8217;anni, diciamocelo: come stanno realmente le cose? </strong><br />
Negli anni &#8217;80 i rapporti tra noi erano strettissimi, avevamo la stessa casa discografica, condividevamo la sala prove, abbiamo fatto insieme concerti in Italia e in Europa, insomma, eravamo molto amici, ma poi, come in tutte le cose della vita, si cambia, si scelgono strade diverse, io ho scelto un&#8217;altra strada, ho scelto l&#8217;Underground mentre loro sono diventati un gruppone mainstream e così ci siamo allontanati. Insomma, i rapporti adesso sono formali: se ci vediamo ci salutiamo, ma si è persa quella forte amicizia che c&#8217;era in quegli anni.   </p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/federico-fiumani-intervista/f5" rel="attachment wp-att-8334"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/F5-e1364912581182.jpg" alt="" title="F5" width="549" height="803" class="alignnone size-full wp-image-8334" /></a></p>
<p><strong>Entrando un po&#8217; più nel personale, ascoltando i tuoi dischi e leggendo i tuoi libri, in particolar modo &#8220;Brindando coi demoni&#8221; (Coniglio Editore, 2007), sembra quasi che la sessualità per te abbia un ruolo fondamentale nella stesura dei tuoi brani. Quanto incide il sesso nella tua produzione musicale?   </strong><br />
Non c&#8217;è una misura precisa. Potrebbe essere anche una sorta di compensazione. Nel senso &#8220;Non hai una ricca vita sessuale, ma hai una ricca vita artistica&#8221;. In questo senso potrebbe essere una sublimazione del sesso stesso la musica. Generalmente, potrei farti l&#8217;esempio del passaggio che c&#8217;è stato tra &#8220;Difficile da trovare&#8221; e &#8220;Niente di serio&#8221;. Sono passati tre anni e in quei tre anni ho avuto una storia bellissima, molto intensa, durata un anno e mezzo, e in quell&#8217;anno e mezzo non ho scritto niente, perché ero completamente assorbito da questa storia e mi appagava. Finita questa storia invece sono venute fuori delle canzoni che parlavano di quello che avevo vissuto sentimentalmente durante questa relazione. Insomma, è stato anche un mezzo,forse, per esorcizzarla e per liberarsene.   </p>
<p><strong>Quindi, artisticamente parlando, qual è il rapporto tra il Federico Fiumani artista e le donne? Sembra quasi un amore-odio&#8230;  </strong><br />
No, odiarle mai (sorride). Ho dedicato a loro il 90 % delle mie canzoni. Sarei un masochista se le odiassi. Le amo molto anche perché purtroppo ho avuto la sfortuna di perdere mio padre a 5 anni e quindi sono stato tirato su esclusivamente da mia madre e mia sorella più grande, quindi ho vissuto in un mondo di donne anche un po&#8217; vessato. Forse se avessi avuto il padre sarei stato anche più equilibrato, ma è andata così… Se scrivo delle donne nelle mie canzoni è anche per sublimare le mie relazioni finite e trasportare in una dimensione artistica ciò che ho vissuto.   </p>
<p><a href="http://www.youthlessfanzine.com/federico-fiumani-intervista/f-1" rel="attachment wp-att-8339"><img src="http://www.youthlessfanzine.com/wp-content/uploads/2013/04/F-1-e1364912699282.jpg" alt="" title="F 1" width="549" height="742" class="alignnone size-full wp-image-8339" /></a></p>
<p><strong>Ma adesso parliamo un po&#8217; del tuo nuovo disco, &#8220;Niente di serio&#8221;, che vede anche la partecipazione di Gianluca De Rubertis de &#8220;Il Genio&#8221;, un gruppo che sembra lontano anni luce dal rock graffiante dei Diaframma. Dobbiamo cominciare a pensare a una svolta, musicalmente parlando?</strong><br />
Io ho sempre ammirato tantissimo <strong>Gianluca</strong>, con gli <strong>Studiodavoli</strong> e con <strong>il Genio</strong>, di cui sono un grande fan e quindi mi piaceva che portasse un po&#8217; i suoi suoni e il suo gusto nelle mie canzoni. Forse è venuta fuori una cosa un pochino più pop, ma è anche giusto, perché per questo disco avevo voglia di ammorbidire un po&#8217; i toni. Ma non credo che abbiamo snaturato eccessivamente il nostro suono, è un capellino più morbido, ma va benissimo così.<br />
</font>   </p>
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