Che strano chiamarsi Federico



Che strano chiamarsi Federico – Scola racconta Fellini
(Ettore Scola, 2013)

E’ il 1939 quando il ventenne Federico Fellini lascia la sfavillante e vanesia Riviera Romagnola per approdare a Roma, città ricca di fermento culturale e satirico di alto livello. In quegli anni la necessità del pubblico di avere una controparte di informazione e ricreazione che non seguisse alla lettera i dettami del regime aveva portato alla nascita di diverse testate giornalistiche, tra cui spiccavano le leader “Becco Giallo” e “Marc’Aurelio”.

Alla redazione di quest’ultima si presenta il giovane Fellini, speranzoso, emozionato e timoroso di fronte all’austerità comica del direttore Vito De Bellis. Accolto al tavolo delle riunioni aureliane, Fellini entra in contatto con gli autori delle vignette che fanno ridere e arrossire moltissimi italiani: Galantara, Incrocci, Scarpelli e i più noti Stefano Vanzina e Gioacchino Colizzi a.k.a. Attalo. Il rapporto lavorativo e l’amicizia sempre più salda con Erminio Macario lanciano Fellini nel mondo del cinema con le prime piccole collaborazioni, ma sarà solo con l’arrivo in redazione del liceale Ettore Scola che il “Marc’Aurelio” forgerà personalità che, saldate insieme, daranno un volto alla produzione cinematografia italiana degli anni futuri. Produzione che, ci crediate o meno, ci invidiano ancora oggi in tutto il mondo.

Le differenze tra i due coetanei sono evidenziate dall’allacciare un’intesa quasi immediata, come due pezzi degli scacchi, uno bianco e uno nero, che debbano muoversi necessariamente sulla stessa scacchiera nonostante la leggera rivalità adolescenziale. Maturando negli anni, i due registi ormai affermati sorvolano i piccoli dilemmi quotidiani generati dal dover condividere una professione, condividendo invece dei viaggi notturni sulla Mercedes bianca di Fellini, nella quale raccolgono personaggi dalla strada come fossero conchiglie dalle forme curiose sulla spiaggia. Artisti, ubriaconi, donne di piacere, musicisti girovaghi, clown, bambini curiosi, adolescenti infucati, tutti leggermente emarginati dalla società, dei freaks con sentimenti, emozioni e speranze che vanno al di là del quotidiano, in una Roma notturna carica di silenzio.

Un’eterna amicizia, un lungo viaggio sulla stessa strada, al termine del quale Fellini lascerà una realtà oppressa da formalità e tristezza per ricongiungersi con i suoi personaggi in un mondo canzonato e giostrante: la morte è una tematica falsa, ironica, illusoria. “Nulla si sa, tutto si immagina”.

Giulia A. Romanelli