Class di Francesco Pacifico



A prescindere da un incipit dallo studiato magnetismo, “la realizzazione personale di un borghese non vale il denaro che costa”, su Class di Francesco Pacifico vanno segnalati diversi punti. Il nuovo libro di Pacifico parla di alcuni italiani, e lo fa bene ma in un romanzo dalla struttura narrativa un po’ sfilacciata. Alcuni italiani sono Lorenzo e Ludovica, nati sulla fine degli anni settanta, che si trasferiscono a New York per un ultimo decisivo tentativo: scommettere nel talento di Lorenzo, regista di un cortometraggio iper-citazionista. Non sono “giovani e belli” come ho letto in una recensione, non hanno nulla del mito tragico di Fitzgerald. Sono invece due rappresentati del ceto medio-alto, quello cresciuto nel consumismo, con la convinzione di essere speciale e meritarsi di più. Non sono Gep Gambardella, sono quelli che vanno a vedere la Grande Bellezza la sera nei cinema all’aperto consolandosi che il cinema italiano non sia solo cinepanettoni.

Il romanzo è interessante per il punto di vista che fa cadere sui suoi personaggi, senza lagne o giustificazioni, e riesce a staccarsi dai contorsionismi narrativi imitati da tanti scrittori italiani folgorati dal post-modernismo sulla via del romanzo (è così, specie in Minimum Fax).
Class ha il merito di essere ben scritto, una spanna sopra molta produzione nostrana, sfuggendo dall’eccessiva sperimentazione usata dai giovani autori per coprire un’assenza di contenuti. Anche se non rinuncia al vezzo delle note fiume (e appena le ho viste ho avuto un brivido, ricordando lo stesso escamotage in il Regno Animale di Bianconi, dove il peccato originale non è voler usare le note, ma voler essere DFW), la cui efficacia nel descrivere uno pseudo intellettuale italiano, visto attraverso gli occhi di un americano, ne giustificano la presenza. Pacifico si svicola anche dall’obbligo dell’introspezione che ha inchiodato la macchina narrativa di tanti romanzi.

Di contro però la scrittura si fa troppo riassuntiva in alcuni passaggi, e a metà la narrazione si rilassa debordando in particolari inutili. Specie in un lungo flash-back centrale i personaggi appaiono come attraverso un binocolo girato al contrario, i paragrafi sembrano vuoti e la storia sembra sparire nel bianco tra le parole.
Class usa una lingua mimetica, nella scia Arbasino e Siti, e si compiace di alcuni piani sequenza che sono uno strusciarsi le nocche sul petto, tipo:” Sul Treno per l’aeroporto: stazioncine di rumeni e pensionate, di africani; ponticelli infrattati per zone incomprensibili in cui Roma si mette fra parentesi verdi e marroni di selvaggio e misterioso, terre di gnomi infetti che dormono sotto muri spaccati, fra scaldabagni e sanitari abbandonati, sembra Stalker ma il frascame è asciutto;”
Da buon osservatore Pacifico descrive con dignitosa spietatezza molti cliché, dalle librerie alternative alle feste hipster, passando per le ragazze della provincia di Brescia, fulminandoli nella loro frivolezza.
Il romanzo pur non eccellente nell’insieme, è ottimo in più di un passaggio, scritto da un dotato osservatore che non sempre riesce a tenere in tensione il filo del racconto.

Class è un ritorno a casa per tutti quegli scrittori che avevano cercato la terra promessa negli Usa, tentando di adottare il registro Franzen-David Foster Wallace (ben spiegato nel libro attraverso la figura di uno scrittore del midwest James Murphy, molto più di una citazione indie rock) quel registro che costringe uno scrittore a trasformare ogni esperienza o frammento narrativo in un’opinione morale. Ed è anche un ritorno a casa per tutti i borghesi che dovranno fare i conti con la propria mancanza di eccezionalità.

Enrico Gregorio