Claudia Durastanti | intervista



Pochi mesi fa è stato pubblicato “A Chloe, per le ragioni sbagliate”, il secondo romanzo di Claudia Durastanti dopo l’ottimo esordio “Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra”. Una storia che non smentisce la capacità dell’autrice di sviscerare le lacerazioni della mente e del corpo, nelle infinite variabili delle relazioni umane. Mark e Chloe che si incontrano per caso e intrecciano le proprie vite scalfite da un passato ingombrante, in cui le rispettive famiglie aleggiano come ombre sul loro futuro.

Intervista di Enrico Rossi

Due anime. Due corpi. Due menti. Che si incontrano.
Chloe Gilbert e Mark Lowe sono i personaggi principali del tuo nuovo romanzo:” A Chloe per le ragioni sbagliate”. Pensi che questa storia sia una sorta di “continuo” spazio-temporale di quello che erano Francis e Zelda nel tuo primo libro? Ci trovi qualche affinità?

Zelda e Francis incarnano lo spirito del primo romanzo, in cui i personaggi tendono a vivere il proprio disagio in maniera estremamente estetizzata, con forte attenzione al gesto. Si è più preoccupati di come il proprio amore risulta in fotografia che del sentimento in sé. Con questo non intendo che Mark e Chloe, che sono molto consapevoli di loro stessi e dello spazio in cui abitano e in questo sono simili a Zelda e Francis, siano personaggi meno superficiali. È solo che in un certo senso non “possono permettersi” di indossare il proprio dolore come se fosse una medaglia. Sono troppo impegnati a sbarazzarsene.

In questi tre anni, come hai costruito la struttura della storia? Hai “scomposto” in puzzle i vari accadimenti in racconti come nel primo romanzo, oppure avevi chiaro fin dall’inizio quello che erano e quello in cui si sarebbero trasformati Mark e Chloe?

Ho scritto il prologo di A Chloe tanti anni fa, ancor prima che uscisse Un giorno verrò a lanciare sassi alla tua finestra. Questa volta sapevo dove volevo andare a parare: ci doveva essere un trauma, ma anche una risoluzione. Volevo anche che ci fossero meno personaggi, ma poi mi è scappata la mano. Ancora oggi provo frustrazione perché non ho raccontato Rob, Greg, Jimmy come ti pare e il fratello di Mark a fondo come avrei voluto. È stata un’esperienza nuova perché per la prima volta ho composto una storia in maniera lineare, con la fine inscritta nell’inizio. Ogni scrittore conosce i suoi tempi, e non credo di poter scrivere un romanzo in meno di tre-quattro anni: devo cambiare durante la storia, e devo evolvere con i personaggi. Infatti lo stile della prima parte è molto più contratto di quello della seconda.

Lo scenario sullo sfondo è sempre l’America e NY. In quelle vite di ragazzi che ha trascritto, vedi qualche collegamento con l’Italia di oggi?

Nella traduzione e nel mio caso nella scrittura di un “romanzo americano” pensato per il pubblico italiano si perde molto poco: possono esserci differenze di “colore” e di scala, ma i processi che descrivo sono sostanzialmente gli stessi. Ti innamori a Brooklyn come ti innamori a Roma, perdi a Newark come perdi a Brescia. Non è un romanzo molto legato al luogo se ci pensi: riesco a immaginare quelle cliniche e quei negozi in cui Chloe fa la commessa anche altrove. Sono finiti i tempi in cui il racconto americano, o meglio il racconto newyorchese, era il racconto di una differenza. O forse muovendomi spesso tra i due ambienti sono io che non percepisco più una distanza.

Pensi che prima o poi ambienterai una storia in Italia?
Sicuramente nel prossimo ci sarà una parte ambientata in Italia. Procedo per gradi: forse non ho un romanzo interamente italiano nelle mie corde, ma un romanzo anche italiano penso di poterlo scrivere.

Mark, a un certo punto si chiede:” Che me ne faccio di te, Chloe Gilbert?” per poi aggiungere:”Mi sento come se sapessi troppe cose di te adesso”. L’intimità ti frega alla fine? E’ necessario custodire una piccola parte di noi stessi solo per noi?

Una storia d’amore è come un racconto: incipit, svolgimento, fine. Cambia solo il lasso di tempo che intercorre tra queste parti. Chloe si svela troppo in fretta e pur apprezzando la vertigine che ne consegue, Mark avverte una specie di rimpianto, perché sa che a quella velocità e con quella intensità, molto presto non ci sarà più niente da raccontare. Ma sono due persone danneggiate quando si incontrano, non possono essere oculate e attente a risparmiarsi. Incipit, svolgimento, fine.

Sei stata influenzata da qualche lettura in particolare durante la fase di scrittura del romanzo?
Non amo scrivere “a tesi” e cerco di leggere molto poco in fase di stesura, sempre perché mi dànno a cercare la mia “vera voce”. Ma ci sono tre testi che aleggiano come uno spettro su tutto il romanzo. Il primo è “Tenera è la notte” di Francis Scott Fitzgerald, l’altro è la biografia di Anne Sexton scritta da Diane Middlebrook e infine Un tram che si chiama desiderio di Tennessee Williams. C’è sempre questo focus sulla donna innamorata del proprio melodramma e disposta a sacrificare tutto per essa, persino la scrittura. La madre di Mark è un po’ la caricatura di questa tendenza.

Dentro ci vedo due “grossi” temi: la famiglia e l’America. Con tutte le sfaccettature del caso…
Ci sono altri temi che vorresti sviluppare in un futuro ma che ancora non ti senti pronta di affrontare?

A volte ho paura di non saper sviscerare temi che mi stanno a cuore in chiave narrativa. Prendi il rapporto tra tecnologie e organizzazione della sfera affettiva, o il fatto che abbiamo a che fare con generazioni post-internet che non hanno memoria di una società in cui la vita era reale anche se non la condividevi (non c’è alcun giudizio morale in questo). Il giorno in cui riuscirò a scrivere qualcosa di intelligente e interessante su chi si fa le selfie ai funerali potrò ritenermi soddisfatta, perché mi sarò sporcata le mani.

Durante la nostra prima intervista, mi avevi già accennato a un’ossatura della storia e poi mi hai detto che la trama la potevamo riassumere in: boy meets girl, girl sets fire to the house. La vedi ancora così dopo che è stato pubblicato?

Tutti i romanzi possono essere ricondotti a un macro-tema e sicuramente la chiave di lettura di A Chloe è il boy-meets-girl. Non sono più tanto sicura sul girls sets fire to the house. O meglio, è Mark che le passa i fiammiferi, quindi siamo più in presenza di un crimine condiviso che non davanti a un atto di follia solipsistica, anche se mi rendo conto che il risultato è molto più Chloe-centrico di quanto volessi all’inizio.

Ci sono anche quattro macro-capitoli che hai intitolato: ADDESTRAMENTO, SIMBIOSI, MANUTENZIONE e RINUNCIA. Come mai hai scelto questa suddivisione?

Addestramento, simbiosi, manutenzione e rinuncia sono tutte parole che appartengono alla sfera psicanalitico-militare. Ho scelto i titoli dei capitoli ancor prima di affrontarne il contenuto, sono stati un po’ una linea guida. Nella prima parte Mark e Chloe affinano le armi, nella seconda si confondono, nella terza tengono il congegno in vita e nella quarta si liberano. È confortante sapere che ogni stagione della loro vita può essere racchiusa in una parola, come Jane Cormick del primo libro il loro è un tempo-evento.

Trovi che sia cambiato qualcosa in te come scrittrice dal primo libro?
Probabilmente ho perso una certa incoscienza, e mi è mancata un po’ l’ingenuità che caratterizza l’esordio, quando non sai che verrai pubblicata, non hai idea della ricezione e non ti interessa porti il problema della crescita, della critica, del contributo alla storia delle lettere. Mi auguro di non diventare mai troppo consapevole del mio stile. Sono una scrittrice più consumata, ma non così consumata. Immagina che romanzi terrificanti ne verrebbero fuori.

Hai sperimentato qualcosa di diverso? Hai escluso qualcosa all’ultimo che non avrebbe funzionato?
La prima parte era totalmente diversa e abbiamo deciso di farla fuori; c’era una specie di prologo meta-testuale con varie versioni della storia tra Mark e Chloe. C’era un finto disco che parlava di loro, «Fatti a pezzi e nient’altro», un finto romanzo intitolato «Elenco Ragionato dei Disturbi Sentimentali di Chloe Gilbert nell’Anno della Sua Emancipazione» e una finta sceneggiatura in cui mi divertivo a prendere in giro certi cliché dei film indie tipo Garden State. Le altre versioni erano caricature del realismo isterico e dei dischi di rottura tipo For Emma, Forever Ago. Insomma, ho provato a essere iper-postmoderna ma il giochetto mi è scoppiato in faccia e quindi ho lasciato perdere.

Avevi in mente diversi “finali” per questa storia?
No, mai. Se c’è una storia in cui la fine è iscritta nell’inizio è quella tra Mark e Chloe.

Quanto c’è di Sylvia Plath o Anne Sexton nella figura di Anne Dam?
Molte cose, in un certo senso Anne è in competizione con loro e per tanto tempo crede che l’unico modo per essere accreditata nel mondo delle lettere sia quello di impazzire. Ma c’è una differenza fondamentale: Anne Dam non si è suicidata, ha imparato a guardare i reality show. Non c’è niente di mediocre o banale in questa fine, qualsiasi apocalisse l’ha uccisa è stata normale. Alla scrittura Anne Dam ha sacrificato già abbastanza, e trovo che il suo epilogo sia molto liberatorio.

La poesia che ha reso celebre nel romanzo Anne Dam si intitola Glaciazione e recita:” Ho un coltello d’oro per rendere più tormentate le ore / forbici e secchi per asciugare / il sangue che si è interrotto. Sono versi tuoi in realtà?
Sì, sono una specie di parodia della poesia confessionale per cui impazzivo da ragazza. Nessuna poesia meritava di essere letta se non c’era la parola sangue o un’allusione al tempo che (non) passa.

Chloe ha molte somiglianze con la madre di Mark mi sbaglio? Magari è proprio questo che crea a un certo punto un distacco in Mark?

Mi sono interrogata a lungo sulla verosimiglianza di questo processo. Se tua madre è una scrittrice che viene internata a cicli regolari ed è molto autocompiaciuta di tutto ciò, siamo sicuri che tu possa essere attratto da una ragazza autolesionista che finisce in una clinica di riabilitazione? Non c’è una specie di blocco conscio o inconscio che ti fa scappare a gambe levate? In realtà Mark sceglie e riconosce Chloe proprio per queste caratteristiche, perché è una persona ossessionata dal controllo e deve sistemare quello che non è riuscito a sistemare in sua madre. Tutti vogliono una seconda occasione, e Chloe è una cavia perfetta. Ricordo che stavo guardando Lost in quel periodo e mi infuriavo con il protagonista Jack perché era ossessionato dal bisogno di riparare i danni. Ma c’è gente che ragiona davvero in quel modo. Tant’è che c’è una scena in cui Mark alza le mani dopo aver riparato il rubinetto e dice a Chloe «Vedi queste? Possono sistemare le cose». È un’immagine un po’ didascalica, ma spiega tutto quel che c’è da dire sul personaggio.

Ci si sofferma anche sulle dipendenze tant’è che Chloe se ne esce con:” Dipendente una volta, dipendente per sempre”. Non pensi che ci sia redenzione o cambiamento?

L’unico modo per guarire dalle proprie dipendenze è classificarle e nominarle. Adottare un linguaggio specifico fa parte del processo di riabilitazione, ed è questo che spaventa tanto Chloe. Nel momento in cui sarà costretta a pronunciare l’espressione «disturbo di personalità borderline» perderà la sua malattia, che non sarà più solo sua, e perderà il senso di esclusività e tragedia con cui sta al mondo. È un processo sano ma anche molto malinconico. Ed è quello su cui si fondano gran parte dei gruppi di auto-aiuto e gli Alcolisti Anonimi. La prima cosa che fai è presentarti e qualificarti come dipendente, e dovrai qualificarti così per il resto della tua vita. Scompare la manifestazione della dipendenza, ma non la dipendenza in sé. L’unica redenzione sta nel chiamare le cose con il proprio nome.

Chloe è una di quelle ragazze che “invecchiano” male?

Chloe invecchia benissimo, ed è questo che la rende meno affascinante di quanto vorrebbe. Ci sono ragazze che si perdono e sono perse per sempre, a loro sono dedicati tre quarti della letteratura e della discografia perdentista mondiale. Ma chi li scrive i romanzi per quelle come Chloe, che impazziscono ma non del tutto, che si tagliano ma poi scorrono nella vita di tutti i giorni, ammaccate ma non troppo? Volevo restituire giustizia a una persona molto reale. Chloe non è un «personaggio».

A questo punto vorrei chiudere l’intervista con una previsione sul prossimo romanzo; c’è già qualcosa a cui stai pensando oppure ti serve un periodo refrattario prima di scrivere ancora?

Vorrei cimentarmi con qualcosa di non fiction, ma ho già in mente il prossimo romanzo. Per adesso ci sono carceri, anni Trenta in Italia, anni Ottanta negli States, ecoterroristi e groupie. Tempo stimato tre-quattro anni, come al solito.

EnricoYouthless