Cloud Control


Dream Cave

All’attivo hanno solo due album ma i Cloud Control nella natia Australia vantano già un bel pedigree. Aperture per Foo Fighters e Supergrass, nonchè riconoscimenti da riviste e radio. Per l’ultimo nato, Dream Cave, il quartetto ha assimilato spunti e influenze e li ha ricombinati esaltando ora più un ingrediente ora più l’altro. Scream Rave apre una nuova visione, mostra cosa succederà ascoltando i dodici brani dell’album. E’ un’intro curiosa senza manifesti espliciti, in cui l’utilizzo delle armonie vocali anticipa ma non svela tutto il mistero. La seconda traccia è presentata dalla perfezione pop di Dojo Rising, scelta anche come primo singolo. E’ impossibile non far partire un pessimo playback con tanto di enfasi e mossette. Promises con il suo organetto incarna la classica love song dal ritmo struggente, anche se il brano presenta diversi inserti vocali e armonie che lasciano trasparire un gusto per la psichedelia.


Il sapore dei lisergici Sixties pervade anche Moonrabbit, intrecci vocali e percussioni in prima linea, il ritmo è sempre allegro e ballabile, così in Happy Birthday si ha la sensazione incredibile di non poter stare immobili sulla sedia, l’immaginazione vola seguendo la melodia, se ne canticchia il ritornello e le coreografie pi˘ improbabili sembrano a portata di mano. Altre canzoni invece mostrano l’appiglio elettronico della band, ad esempio in Island Living il sound svincola dal revivalismo anni Sessanta e si avvicina ai giorni nostri.
Appaiono sonorità e riverberi spaziali che nella successiva The Smoke, The Feeling si concretizzano nella forma dream pop, di cui risentono anche Scar e Ice Age Heathwave. Sfumature sonore come se la musica provenisse dal fondale di un oceano e risalisse alla ricerca di ossigeno. Il suono brillante e rarefatto si incrina sugli ultimi due brani. Entrambi contano sei minuti, ed entrambi contengono degli stralci di registrazione ambientale, il coro di Promises in lontananza e la pioggia che ticchetta fredda. Tombstone incupisce il percorso e da sogno le tinte virano sull’incubo. Il ritmo lento e cadenzato Ë fornito da una impietosa batteria, mentre
la title track e ultima cartuccia del quartetto australiano si apre con una chitarra e un sound retrò che sembra incoraggiare un lento guancia a guancia, come nei migliori film che professano la religione dell’happy end.

Amanda Sirtori