Cosa mi dici mai su Birdman?


Ho letto un pezzo su Birdman di Matteo Bordone che, dopo averne elencato i pregi, conclude che il film non crea empatia con lo spettatore e non dice quasi nulla di sostanziale. Poi, sono andato a vedere Birdman. Visto che spesso i giornalisti considerano un virtuosismo del proprio acume leggere il rovescio della medaglia di qualsiasi cosa, sono entrato in sala con un pregiudizio più verso Bordone che verso Birdman. Poteva benissimo aver esagerato, volevo smentirlo e scriverci due righe a riguardo. E invece ciccia.

Davvero, Birdman non è empatico, e così Bordone aveva ragione, ancora una volta. A quel punto ho cercato di rigirare la frittata: perché un film non empatico ci fa storcere il naso? Una recente tendenza culturale della nostra società: i sentimenti sono meglio. Prendete gli smartphone o i tablet per dire; ogni anno sono prodotti nuovi modelli di smartphone, nuovi ma più o meno simili a quelli precedenti e ovviamente più costosi.

Chi li reclamizza non dice:” lo userai per andare su twitter nei tempi morti della tua vita, tipo mentre sei nella sala d’attesa del tuo dentista”. Girano invece spot pieni di giovani in t-shirt che si danno il cinque o si riprendono a vicenda mentre fanno cose fichissime. Con lo smartphone pinco-pallo insomma vivrai in modo più intenso.

Anche quando fruiamo materiale artistico cerchiamo sempre quel quid in più che ci riveli qualcosa di noi e ci faccia sentire più umani, più coscienti. Proprio come lo smartphone pinco-pallo che ci manterrà in contatto con tutti i nostri amici o ci consentirà di vedere all’infinito quel tramonto entusiasmante che abbiamo fotografato. Come consumatori ci siamo abituati a sentirci speciali e non ci va di essere accomunati agli spettatori di Natale da qualche parte. E la lente d’ingrandimento con cui interpretiamo tanto Carver quanto i servizi melò di Studio Aperto sono le emozioni e i sentimenti.

La concezione cechoviana dell’arte fa da modello a tanti autori e quest’idea da innovativa è diventata di maniera, da maniera è diventata istituzione, cioè la tomba dell’ispirazione su cui sono sbocciati un sacco di cliché. Registi col basco hanno seminato il panico cercando di fare esplodere il climax un po’ ovunque ma soprattutto nei salotti della borghesia italiana, o costringendo due innamorati a fissarsi per ore, costringendo l’attenzione degli spettatori a lasciare la sala. E infine è entrata nella nostra mentalità l’idea per cui sia un limite grave che il significato di una pellicola non vada oltre ciò che è mostrato sullo schermo.

Alla fine si è sdoganato quasi tutto, purché giustificato da un retro-significato, dai fenicotteri fino alle sante antichissime che salgono ripide scale sulle ginocchia, involontarie correlativo visivo delle fatiche dello spettatore in attesa di un significato conclusivo.
Eppure esistono opere che di profilo non proiettano l’ombra di uno psicanalista Freudiano che annuisce domandando:” e questo come la fa sentire?”. Si può essere comunicativi senza essere empatici, senza dare significati forzati a cose che non ne hanno.

Birdman è un bel film, raccontato come fosse una favola, con personaggi monodimensionali, che si inseguono senza sosta recitando dialoghi pieni di ritmo. Non troverete fenicotteri, ma meduse spiaggiate sì. E no non dice nulla di sostanziale, ma in Italia non dire qualcosa di sostanziale non è mai stato un limite, anzi, si sa che è la strada migliore per arrivare ovunque.

Enrico Gregorio