Cosmo live @ Festival Volume Bra 12-10-2013



Testo di Gregorio Enrico
Tutte le foto sono di Davide Cirillo per http://officinecomunicazione.it/

C’è un freddo Dickensiano. Ma Levante sembra non percepire la freschezza alpina del grande centro culturale Arpino di Bra, perché si presenta sul palco indossando una t-shirt estiva, con la scritta ANSIA, e un tutto sommato incoerente berretto di lana. Sono al Festival Volume e non sembra di essere a ottobre, la temperatura raggiunge gradazioni che possono essere definite solo come punitive. Lo sprezzo noncurante dimostrato da Levante verso il freddo è eroico. Il Festival gratuito Volume vede protagonisti: Bianco, Levante e Cosmo, tutti e tre giovani accumunati dall’etichetta di “cantautori”.
In particolare sono venuto a sentire Cosmo, del quale sono riuscito nell’impresa di perdermi due concerti a Torino durante l’estate, al cortile della farmacia prima e al Traffic poi. Performance a pochi mesi dall’uscita del suo disco d’esordio a giugno, a prova dell’attenzione molto alta ricevuta da pubblico e media.
Dopo la prova di maturità con S dei Drink To Me il cantante-chitarrista-tastierista Marco Bianchi è approdato così al progetto solista, uscito per 42Records, e intitolato Disordine.

Il dubbio c’era e era legittimo: non è che Bianchi si toglie qualche sassolino dalla scarpa e pubblica un lavoro più per ambizione che non per necessità espressiva? Ci poteva stare, è già successo e succederà ancora, prendi un gruppo sull’onda della popolarità e spremilo con uscite parallele (libri, album solisti) e scateni una meccanismo speculativo in grado di trasformare le orbite degli occhi in €. Ma a eccezione che conferma la regola non è questo il caso, per fortuna, e pur avendo radici artistiche negli sperimentati Drink to Me, Disordine è la manifestazione piena di un modo di sentire e un modo di suonare proprio e personale.

Cosmo è al centro del palco, con le mani sui due synth, alle sue spalle le due ballerine Ilaria e Barbara si dimenano giusto un poco, e più dietro ancora le immagini proiettate in quest’occasione da Roberto il batterista dei Drink to Me (che a ben vedere mi ricorda nel viso un altro batterista: Matt Cameron).
I primi beat rendono l’atmosfera circostante come filtrata attraverso un acquario e subito tutti prendono confidenza con la musica. Ci sono pure sguardi e sorrisi d’intesa, “sentito che fico?” sembrano voler dire.

Come al solito c’è gente intenta a scattare foto con il cellulare. Persone che proprio non sanno staccare la spina. L’occhialuto accanto a me, approfitto della mia altezza per sbirciare, la posta su Facebook con un commento lungo lungo che in sintesi significa “io c’ero, guardate qua”. Lo condanno e lo derido mentalmente. E dopo dieci secondi ne scatto una pure io, la posto su twitter.

L’esibizione centrifuga energia colorata di suoni e melodie. E funziona, funziona per davvero anche meglio che su disco. Infatti brevi stralci dei testi, tipo “vomitare sorridendo” , in camera tua o davanti al pc le leggi e pensi “mh”, dal vivo invece rompono qualsiasi preteso schema razionale e hanno senso. E la musica di Cosmo raggiunge quell’istintività che cerca di esprimere. Musica davvero suggestiva quando canta “Ecco la felicità” o il ritornello “siamo soltanto il sogno di una divinità”.

Il pubblico lo sente e gradisce, molti ballano, tutti tengono il ritmo con una parte del corpo (il sottoscritto con la testa perché a ballare è un legno) e c’è anche chi canta su “Ho visto un Dio”.
Sul finale viene suonata “Disordine” e ci viene puntato addosso “Tobia” un compressore che spara grossi coriandoli bianchi a forma di parallelepipedo i quali si attaccano molto volentieri su maglie e capelli, e saranno fonte di intrattenimento per quelli che si fermeranno a ballare dopo, durante il lungo djset.
Così dopo le performance di Bianco e Levante( testi originali lui, splendida voce lei) cantautori nel senso classico del termine, chitarra sulle ginocchia e canzoni riflessive, Cosmo aggiorna la definizione (italianizzando lo stile degli Animal Collective) e sposta l’asse emotivo su territori dimenticati, colorati e entusiastici nonostante una costante malinconia di sottofondo.