Creed

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Tutte le mie paure e dubbi sono stati fugati: “Creed” non solo è credibile, ma è anche un grandissimo film.

Quando per la prima volta avevo sentito l’annuncio di uno spin-off sulla saga di Rocky, dopo il rivedibile “Rocky Balboa”, avevo storto il naso e non poco. Un figlio di Apollo Creed? Rocky che torna a fare l’allenatore? L’ennesimo tentativo di lucrare su un franchise ormai morto? Beh tutte le mie paure e dubbi sono stati fugati: “Creed” non solo è credibile, ma è anche un grandissimo film.

L’esaltante storia raccontata e girata da Ryan Coogler (reduce dal successo di critica e pubblico di “Fruitvale Station”) ha come protagonista Adonis Johnson (Michael B. Jordan), figlio illegittimo di Apollo Creed, che, dopo essere stato adottato e cresciuto da Mary Anne (moglie dello stesso Apollo), decide anch’egli di intraprendere la carriera da pugile. Rifiutato dagli allenatori di L.A., perché considerato un “pivellino”, Adonis si trasferirà fino a Philadelphia, per chiedere a “uno di famiglia” di seguirlo nel suo cammino: Rocky Balboa.

La semplicità della storia (o la sua banalità se volete) non deve ingannare, perché Coogler è riuscito a scrivere una sceneggiatura più che valida, accompagnandola da una regia veramente da applausi. I fan di Rocky (ma non solo) non potranno non esaltarsi di fronte a grandi momenti nostalgia e di sport; cito giusto la scena in cui Adonis proietta sul muro un incontro di Apollo e lui prova ad imitarne le movenze: grande cinema.

E Rocky? Non c’è dubbio, Sylvester Stallone consegna ai posteri la sua più grande interpretazione, stupendo su tutta la linea, e la prima domanda che sorge spontanea è: come ci è riuscito? Personalmente la risposta è semplice. Sly è Rocky. Più di Rambo, Stallone ha amato alla follia questo personaggio, ha scritto tutti i film, regalandoci un personaggio che nel bene e nel male ha segnato la storia del cinema. Se si deve dare ascolto al cuore, l’Oscar per me è già assegnato.

Ciò che ho trovato estremamente intrigante è il piano sportivo/metacinematografico suggerito da Coogler. Nel film si fa riferimento al concetto di “legacy”, molto caro agli americani. Nello sport a stelle e strisce per entrare nella storia non è sufficiente vincere, ma creare le basi per continuare a farlo nel tempo. Questo è non solo l’obiettivo di Adonis, ma anche di Coogler, cioè riuscire nell’impresa di creare un’altra “legacy cinematografica” dopo quella di Rocky.

Impresa riuscita? Solo il futuro ce lo potrà dire, quello che è sicuro è che la prima vittoria è stata messa a segno e che Adonis merita ancora di essere raccontato. Magari anche lo stesso Rocky, con un Oscar in più in mano. Che gran pellicola signori miei!

Matteo Palmieri