Cristina Donà, photo report Teatro Martinitt

17 Gennaio 2012
Rassegna Sound&Comfort,Teatro Martinitt, Milano.

Report di Eugenia Durante
Foto di Carlo Polisano

Il teatro è sempre rischioso.
Tanto per cominciare, chi suona si ritrova davanti a un numero ben definito di persone comodamente sedute in poltrona che probabilmente non canteranno a squarciagola le tue canzoni, ma si limiteranno a tamburellare il tempo sul ginocchio o a scuotere la testa a ritmo. Niente cori da stadio, niente pogo selvaggio, niente mani che si alzano e headbanding. In secondo luogo, una stecca a teatro non si perde nei meandri del pulviscolo stroboscopico. Non viene inghiottita dalle voci degli instancabili fan ma s’incaglia al pavimento e rimbomba, restando appiccicata ai vestiti come l’odore di fritto. Tutto questo per dire che per suonare (bene) a teatro ci vuole sangue freddo e bravura. Tutte cose che a Cristina Donà di certo non mancano.

Sul fatto che sia una tosta, non avevamo dubbi: già dagli inizi della sua carriera, in un lontano 1990 di protesta all’Accademia di Brera da cui partecipavano anche, nemmeno a farlo apposta, Manuel Agnelli e Mauro Ermanno Giovanardi, si poteva intuire che Cristina Donà non sarebbe stata la solita stella cadente. A confermarlo, un attivo di sette album che si conclude, per il momento, con “Torno a casa a piedi”, uscito nel 2011. E se non bastassero gli album, la serata di ieri è un’ulteriore conferma alla bravura e versatilità di un’artista dalla voce sicuramente fuori dal comune.
Al teatro Martinitt di Milano Cristina ha incantato. Niente fronzoli, poche battute, nessun colpo di scena: solo lei, una band di tre elementi di tutto rispetto e la sua musica.
La scaletta ha attinto quasi da tutti gli album, con un’enfasi particolare su “Piccola Faccia” del 2008.
Sul palco, Cristina Donà non è una che parla molto. Le poche parole che scambia col pubblico sono acute e misurate, proprio come la sua musica. Sin dai primi dischi si è dimostrata capace di conquistare con un connubio perfetto di musica e parole schiette e semplici.
Con una voce da eterna ragazza, racconta di situazioni e sentimenti ordinari, richiamandosi continuamente alle piccole cose che, in fondo, sono tutto il nostro mondo. Ed è proprio questo che per più di un’ora ha riempito la sala del teatro, facendo dimenticare tutto il resto. Una dedica particolare, quella che ha aperto la sua “Stelle buone”, è andata agli innamorati, e se si girava un po’ la testa, si poteva notare che gli innamorati seduti su quelle poltrone rosse erano davvero tanti.
Che la musica sia un atto catartico, l’aveva già detto Aristotele; la Donà ne è un esempio. Ascoltandola, ci si ritrova un po’ come nel suo brano “Goccia”: come gocce che non cadono, come rumori che non esplodono. In pratica, emozionati. Una cosa così normale da essere, oggi, infinitamente preziosa. Proprio come la buona musica.



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