Cristò e il libro “l’orizzonte degli eventi”

L’orizzonte degli eventi ” (Il Grillo editore) è un libro postmoderno, metaletterario, ricorsivo: il modello di riferimento è John Barth e a lui si rifà il personaggio di Giovanni Bartolomeo, autore della frase sulla fascetta del testo: «Questo libro è una porcheria». La porcheria in oggetto è il libro che ha reso Bartolomeo uno scrittore famoso, ma dal punto di non ritorno dell’Alzheimer, il bordo del buco nero dell’oblio neurologico (l’‘orizzonte degli eventi’, appunto), l’autore non riconosce il proprio libro e lo critica. La storia di Bartolomeo e quella del suo dimenticato personaggio Donatello si intrecciano sulla pagina mentre l’agente letterario Davide Vollasi e la figlia Caterina cercano di non far chiudere il libro all’anziano scrittore, nella speranza che possa capire la verità sulla sua identità.

Intervista di Carlotta Susca

L’orizzonte degli eventi è il tuo secondo romanzo: quanto sei cresciuto come scrittore dal primo (Come pescare, cucinare, suonare la trota)?
Sono più consapevole di alcuni meccanismi narrativi, ho imparato a scrivere facendomi continuamente delle domande sul comportamento dei personaggi, sulla verosimiglianza delle ambientazioni e delle situazioni. Ho imparato che forma e contenuto devono coincidere il più possibile, che la lingua è uno strumento potente e va usato con rispetto e consapevolezza. Ho anche sviluppato un metodo di identificazione con i miei personaggi. Non sono i personaggi a doversi plasmare sulla mia vita ma io a immedesimarmi in loro mentre scrivo. Come si fa nei giochi di ruolo.

Qual è il motivo per cui scrivi?
Non c’è una ragione esterna a me. Scrivo perché devo farlo, per una sorta di urgenza civile e intellettuale, un bisogno intimo. La scrittura è insieme una via di fuga da certi odiosi obblighi sociali, un’autoterapia, un buon nascondiglio e un’ottima strategia di completamento del mio ruolo di essere umano. Per dirla in due parole è l’unico modo che vedo per sfuggire alle grinfie del grande Leviatano.

Il libro è un omaggio a John Barth e David Foster Wallace: già i nomi dei tuoi protagonisti (Giovanni Bartolomeo e Davide Vollasi) sono un indizio in tal senso. Ma la metaletteratura è solo uno strumento per veicolare dei significati, e i ‘fuochi d’artificio’ stilistici servono per rendere la lettura più piacevole; quindi qual è il messaggio più importante dell’Orizzonte?
Non parlerei di messaggio ma di significato. La struttura metaletteraria dell’Orizzonte degli eventi è necessaria a descrivere il cortocircuito logico che deve esserci nella testa di un malato di Alzheimer. L’essere umano è soprattutto un animale di memoria e di linguaggio e l’Alzheimer intacca proprio queste due peculiarità dell’uomo. Le capacità linguistiche si perdono e si confondono per sopperire ai paradossi creati dalla mancanza di memoria. I ricordi si mischiano creando un cortocircuito, un anello di Moebius, in cui, per esempio, una figura femminile può essere contemporaneamente percepita come figlia, moglie e madre.
Sono molto affascinato dall’intricato gioco di strani anelli (per dirla con Douglas Hofstadter) della mente umana, dalla complessità imperfetta che genera ciò che noi chiamiamo anima. Semplicemente credo che la scrittura debba descrivere la complessità delle nostre percezioni che non sono piane e regolari ma piuttosto assomigliano a continui cortocircuiti. Il rapporto causa-effetto è una semplificazione della realtà e non sempre riesce a spiegare fenomeni complessi come la percezione di sé e i rapporti le tra persone. Quelli che tu chiami ‘fuochi d’artificio’ hanno la doppia funzione di rendere divertente e piacevole la lettura e di descrivere il mondo secondo le regole della percezione umana.

Il tuo libro tratta di Alzheimer, ma scandagliando il risvolto linguistico della malattia e considerandola come un punto di non ritorno, un viaggio verso l’oblio. Credi sia significativo che la malattia della contemporaneità sia la dimenticanza di sé?

John Barth forse risponderebbe che è una coincidenza fin troppo significativa per esserlo veramente. Una società edonistica e narcisista come quella in cui viviamo trova certamente nella diffusione dell’Alzheimer un contrappasso affascinante su cui si potrebbe fare ottima filosofia spicciola. Nei fatti credo che la diffusione della malattia sia semplicemente legata all’aumento della durata media della popolazione occidentale. Io ho cercato di descrivere il confine tra la lucidità e la dimenticanza, tra il ricordo e la confusione.
Il mio libro cerca di camminare sul bordo come il gatto Moebius che cammina sui fili del bucato in un momento della narrazione ed è a questo rimanere sul confine che allude il titolo del romanzo. L’orizzonte degli eventi, il punto di non ritorno di un buco nero, rappresenta non solo la malattia ma anche la tensione all’arte, la necessità inappagabile di comunicare attraverso l’espressione artistica che è anch’essa un buco nero.