David Foster Wallace nella casa stregata



David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo (Stilo editrice, 2012) scritto da Carlotta Susca

Testo e intervista a cura di Silvana Farina

Antonio Moresco lo ha definito un saggio «bello, vivace, istruttivo, fresco, pieno di passione, di slancio e di conoscenza dell’oggetto». David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo (Stilo editrice, 2012) di Carlotta Susca, consulente editoriale appassionata di letteratura statunitense, è un saggio fuori dagli schemi che analizza con tono accattivante le opere di Wallace da Infinite jest al postumo, incompiuto Re pallido. Ne parliamo con l’autrice…

Ciao Carlotta, hai pubblicato con la Stilo Editrice David Foster Wallace nella casa stregata. Una scrittura tra Postmoderno e Nuovo Realismo. Innanzi tutto come mai la scelta di strutturare il tuo saggio proprio attraverso le tecniche del postmoderno (vedi soprattutto le note narrative o le frequenti immagini)?

Perché credo fortemente che la forma possa rendere un servizio al contenuto, favorirne la leggibilità, rendere piacevole la lettura.

Parliamo del titolo, Wallace si perde nella Casa Stregata di Barth (Lost in the Funhouse è una sua raccolta di short story)…

Quello di Barth è un meccanismo narrativo creato appositamente per dare al lettore l’impressione che lo scrittore si perda, e per far, quindi, perdere il lettore. Ma tutto è calcolato, e la pagina non si confonde mai con la vita – non con la vita dello scrittore, perlomeno. Credo che Wallace, che come narratore è straordinario, maniacale, perfettamente padrone della materia narrativa, si sia però perso davvero nella Casa Stregata, abbia cioè confuso la mappa con il territorio, sia cioè stato incapace di preservarsi, di tenere da parte la vita privata, la persona in carne e ossa al di là della pagina.

Questo significa che Wallace non è riuscito a prendere le dovute distanze dalla fiction?

Per chi scriva sul serio, secondo me, prendere le distanze dalla fiction è quasi impossibile: ciò che si scrive è compenetrato con il modo in cui si vive e con ciò a cui si pensa.

C’è quindi anche una sorta di identificazione o un legame profondo tra i personaggi di Wallace (a partire da Hal Incandenza in Infinite Jest) e l’autore?

Credo che Wallace si rispecchi a vari livelli nei suoi personaggi, in Hal, in Orin e, ovviamente, in James, che è un regista e l’autore della cartuccia di intrattenimento omonima al testo. Questi due elementi, in aggiunta alla tragica fine di James, favoriscono una identificazione che, lungi dall’essere completa, è tuttavia degna di nota.

Nel tuo saggio c’è un passo in cui ti soffermi sull’incapacità di comunicare dei personaggi di Wallace, lo stesso Hal dice:«tu prova ad avere un mondo nel cuore /e non riesci ad esprimerlo con le parole». Partendo da questo presupposto, quanto il lettore può considerare sincero il narratore?

Oh, il paradosso della sincerità! E chi di noi può dirsi completamente sincero su chicchessia? Ciascuno di noi offre al mondo innumerevoli versioni di sé, tutte false – o tutte vere. Il narratore non può non essere sincero, se ci si pensa: anche quando mente, ci dice qualcosa attraverso le sue menzogne e omissioni. Per il lettore è sempre bello intravedere e immaginare lo scrittore, e i suoi testi sono sempre e comunque indizi.

Tu scrivi che Wallace ritiene incomunicabile anche il solo flusso di pensieri e ti domandi come fa lo scrittore a credere di essere veritiero, come fa a non sentirsi frustrato. C’è una critica implicita al New Realism?

Credo fermamente che siamo condannati all’incomunicabilità, e sono altrettanto convinta che non esista una realtà oggettiva ma una serie di punti di vista. Chi dovrebbe farsi garante di una visione oggettiva? Come è possibile essere certi che qualcosa sia accaduto in un determinato modo? Vattimo dice che se un numero considerevole di persone è d’accordo su un evento, allora ci sono buone possibilità che quell’evento sia reale. Ma deve trattarsi di eventi semplici (per esempio: piove), come sarebbe possibile invece trovare un accordo e comunicare questioni complesse come quelle che attraversano la mente umana ogni secondo?

Stefano Bartezzaghi ha pubblicato recentemente un articolo molto interessante su Repubblica intitolato Ai confini della realtà (perché la letteratura non può descrivere il mondo) sul nuovo testo di W. Siti Il realismo è l’impossibile (Nottetempo) in cui si parla dell’equivoco del realismo come rispecchiamento e si propone un realismo “gnostico” che diffida di se stesso. Che ne pensi?

Nell’Opera galleggiante John Barth avvisa gli scrittori di usare la realtà in maniera credibile: se un avvenimento è realmente accaduto ma è inverosimile, è meglio ritoccarlo in modo che risulti più reale (il postmoderno è molto simile al Barocco). È molto complesso il rapporto fra realtà e sua descrizione, e ho trovato il libro di Siti uno dei contributi al dibattito più pertinenti.

Prima hai detto di credere fermamente che siamo condannati all’incomunicabilità, di recente è stata pubblicata una raccolta di saggi di Jonathan Lethem L’estasi dell’influenza (Bompiani, 2013) in cui si parla del linguaggio come artificio e illusione. Che cosa rappresenta per te il linguaggio?

Lo stesso Lethem gioca con il linguaggio: intesse uno dei saggi dell’Estasi dell’influenza di citazioni per parlare del citazionismo. Il linguaggio è tutto ciò che abbiamo per tentare di entrare in connessione con un altro essere umano, ma è maledettamente complicato da utilizzare.

Parlando della struttura narrativa di Infinite Jest citi l’anello di Möbius, che è stato utilizzato per spiegare anche la trama surrealista di Strade perdute di David Lynch, di che cosa si tratta?

IJ è circolare: a libro finito si è portati a iniziare nuovamente la lettura perché i tasselli temporali vanno ricollocati e ne manca qualcuno, anche se ci sono elementi che favoriscono una ricostruzione completa (si pensi a quella fatta da Aaron Swartz). Ma la struttura non è solamente circolare: si apre con un personaggio (Hal) e si chiude con un altro (Don Gately); questa struttura è la stessa di Strade perdute, ossia un nastro di Moebius: si percorre una figura geometrica su entrambe le facce camminando senza mai cambiare direzione.

Ritornando al protagonista del tuo saggio, tu stessa hai collaborato con l’Archivio DFW Italia per la lettura collettiva del Re pallido. Che cos’è l’archivio David Foster Wallace?

Un sito e una newsletter di aggiornamento e di dibattito su Wallace e argomenti collegati. Consigliatissima l’iscrizione a howling fantod e curiosi.

Concludendo, vorresti dirci da quale romanzo o saggio consiglieresti di iniziare per avvicinarsi e capire un autore come Wallace?

Un approccio soft lo si può avere con Una cosa divertente che non farò mai più, ma io ho trovato illuminante E unibus pluram, in Tennis, tv…