Dopo Il Diluvio, il post-pop di LaChapelle tra Michelangelo e Hollywood

DAVID L. Cover

La prima volta che sento nominare David LaChapelle ho dodici anni: la fotografia non fa parte della mia vita, ma una domenica pomeriggio rimango incollata davanti allo schermo del televisore, MTV che trasmette il Making Of del controverso videoclip di Christina Aguilera, Dirrty, un’orgia post-apocalittica di wrestler vestiti in pelle immaginata e diretta proprio da LaChapelle.

Dodici anni dopo, sono ancora i colori fluo, i corpi tatuati e sudati, gli accostamenti stridenti e patinatissimi di sacro e profano a catturare la mia attenzione – e stavolta non ci sono schermi di mezzo: signori e signore, David LaChapelle è arrivato a Roma.
La mostra Dopo Il Diluvio, a cura di Gianni Mercurio, ha inaugurato lo scorso 30 aprile negli spazi del Palazzo delle Esposizioni, dove rimarrà fino al 13 settembre.

Non poteva esserci luogo migliore dell’Urbs Aeterna per questa retrospettiva. L’intera mostra ruota attorno alle opere della monumentale serie The Deluge (il diluvio, appunto), serie che richiama apertamente le opere di Michelangelo.
La plasticità delle pose dei modelli, le cromie intense, la disposizione estremamente simmetrica degli elementi – sono di fronte ad una celebrazione pop degli affreschi della Cappella Sistina.
Con questa serie datata 2006 LaChapelle torna ad affrancarsi da committenti e campagne pubblicitarie e la progetta per la sola esposizione in musei e gallerie, dando così pieno sfogo alla sua immaginazione.
Dai tipi umani che caratterizzano la società americana che faticosamente tentano di conquistarsi il posto su di una zattera alle opere d’arte che galleggiano nei corridoi di un museo allagato, i soggetti fotografati nella serie The Deluge affrontano gli effetti di una crisi (economica, valoriale?) che come un’ondata di piena li ha sommersi.
Osservo alcuni ritratti scattati in studio e poi riportati ad una dimensione subaquea, sono disposti attorno all’opera principale. Viene naturale perdersi nei giochi di luci e immaginarsi immersi, con l’acqua che preme contro i timpani.

Non è più la pelle sudata e inchiostrata, affogata nei glitter, tesa su muscoli guizzanti e protesi al silicone, a monopolizzare l’attenzione di chi guarda.

 

 

 

Si susseguono nelle sale le produzioni successive al Diluvio, che vedono per la prima volta LaChapelle cancella la centralità dei soggetti umani nelle sue opere.
Non è più la pelle sudata e inchiostrata, affogata nei glitter, tesa su muscoli guizzanti e protesi al silicone, a monopolizzare l’attenzione di chi guarda.

In “Car Crash” le protagoniste sono le carcasse contorte di autovetture incidentate, “Negative Currencies” rappresenta invece banconote riportate al negativo, mentre con “Hearth Laughs in Flowers” LaChapelle celebra una natura esplosiva e fragorosa.

Altrettanto significative “Gas Station” e “Land Scape”: una passeggiata onirica tra astronavi aliene, luna park iridescenti e futuristiche centrali energetiche adagiate su paesaggi lunari.
Ma ad una seconda – e più attenta – occhiata i soggetti degli scatti si rivelano essere stazioni di servizio sapientemente illuminate e modellini ricostruiti con materiale di riciclo.

Le opere esposte sono più di 150, tra queste veri e propri capolavori ormai entrati nell’immaginario collettivo.
Sulle scale che portano da un piano all’altro mi imbatto nello straordinario Rape of Africa, sfacciato omaggio al dipinto di Botticelli che vede protagonisti Venere e Marte.
Di nuovo la critica sociale si intreccia alla celebrazione dell’arte rinascimentale, in uno scatto in cui ogni dettaglio contribuisce a raccontare una storia (c’è una mosca posata sulla zampa del candido agnello alla destra di una statuaria Naomi).

All’uscita, la luce slavata del tardo pomeriggio romano fa sembrare il ricordo dei colori ancora più violento. Ho l’impressione di essermi appena svegliata da un sogno pop al gusto di marshmallow e gin tonic, un’ Alice nel mondo delle meraviglie raccontato dall’occhio di David LaChapelle.

Laura Sarti