Editors Photo Report



Il dolce-amaro zucchero sull’anima
Foto e Testo di Francesca Pradella

Il fiume degli Editors mi sommerge, con tutta la sua assiomatica convinzione.
La band di Brimngham è tornata con il quarto album “ the weight of love”, salda nei suoi piedi da gigante nutrito di live, anni di esperienza e conferme da parte di pubblico e critica.. Immergersi in queste sonorità epiche e, talvolta, tenebrose, è un tuffo che richiede una certa dose di polmoni e, forse, anche di pazienza. E’ un po’ come addentrarsi negli oscuri meandri di un museo anatomico, obbligati ad un incedere lento ed implacabile. L’amore è una scienza dalle leggi incomprensibili ma non raggirabili, che lascia turbati, disorientati, idrofobi. Il mood enigmatico della band rimane quindi lo stesso, ma il sound prende una piega sorprendetemente più pop.

Chiaramente, questo passaggio comporta l’allontanamento del pubblico più legato alle origini ( nel lontano 2002), che li amava per il loro snobismo a tratti autistico, e l’avvicinamento ad un pubblico decisamente nuovo, quello che ha voglia di cantare i testi a squarciagola, avvolto in un’ atmosfera più folk.
Che Tom si sia infilato in un percorso fermamente più incline ad accontentare il pubblico è evidente dalla ridondanza delle lyrics che paiono, con una certa presunzione, volere entrare a tutti i costi nelle orecchie del pubblico già da un primo ascolto ( riuscendoci il più delle volte).
Non trascuriamo di evidenziare che gli Editors tornano da Nashville, prodotti niente di meno che da Jacquire King: per chi non conoscesse questo signore, è l’uomo alle spalle del successo planetario dei Kings of Leon, nonchè record producer, fra i tanti, di Tom Waits, Modest Mouse e Norah Jones.
Hanno voluto compiere il passo migratorio che fu, ai tempi, fatto anche dai Coldplay e, più recentemente, dai Muse… una scelta molto azzardata, perché lo stile Americana, rischia spesso di scadere nel rock da arena dal sapore dozzinale. Il peso dell’amore è certamente non quantificabile ma è indubbio si senta, invece, quello dell’assenza di Chris Urbanowicz , chitarrista storico della band che è stato “amichevolmente” allontanato proprio perché incapace di integrarsi in questa direzione un po’ più “commerciale”.
Parlando dei brani, sondo il pubblico e, senza neanche troppa sorpresa, noto che “Honesty” è la più gettonata. Questa power ballad, come molte altre canzoni del genere, ha la tendenza a spaccare in due gli ascoltatori, senza vie di mezzo, fra adoratori ed annoiati. “Sugar2 presenta invece toni possenti ed è facilmente accostabile alle sonorità un po’ pompose alla Muse, ma forse costruita con un testo un po’ debole. (vedi:“The sugar on your soul…you’re the life from another world”) E poi un sound orientale con ritornello elementare.

La persona amata è un mostro capace di ingoiarti, ma nelle cui vene scorre un’anima dolce. La dicotomia non è un tema nuovo, ma è da apprezzare la semplicità di una metafora che ne rende bene l’idea. “Formaldeheyde”, la canzone più “fisiologica” dell’album, cattura col suo ritmo catchy, anche se è un po’ ridondantemente pop, mentre l’amore disseziona l’animo, e lo rinchiude in prigioni di formaldeide, dalle quali osserviamo il mondo in preda a fulmini, elettricità ma anche noia, desiderio di evasione. “The weight” apre l’album minacciosa, incalzata da una batteria insistente e perentoria. Un suono che ricorda i Depeche Mode più inquietanti. E “Nothing” che strizza decisamente l’occhio a Bruce Springsteen. L’impressione un po’ banale che si ha all’inizio, viene superata da più ascolti. Nel complesso, convincente.
Devo dire che, io stessa, avendo ascoltato l’album poche volte lo avevo valutato male. Mi sono concessa di risentirlo ancora, ripetutamente, e l’ho capito molto di più nelle sue intenzioni. Lo definirei una sorta di album svolta nella carriera di una band che si rivolge a nuove orecchie, cercando di non perdere in personalità. A volte riesce, a volte meno ma è giusto dar loro credito per aver provato qualcosa di diverso, per non essersi ripetuti.

La spinta verso un sound collettivo vuole vestire i panni più di inno che di introspezione, a differenza di come i loro precedenti album ci avevano abituati. Spiazzante, se vogliamo, per i vecchi fan, ma non così sgradevole come in tanti hanno urlato… mi ha richiamato alla memoria “The joshua tree” degli U2. Questa transizione mi ha incuriosita e resto in attesa ( non breve) delle loro evoluzioni future.
Tom è più che mai deciso a vestire i panni del frontman e l’album è molto godibile. Forse, però, è mancato il salto di qualità nei testi che, per quanto orecchiabili, suonano ripetitivi nei contenuti.
Con una “ton” (tonnellata) di amore ed odio sulla bilancia, ci si interroga cosa pesi di più nell’esistenza, percependo il percorso struggente attraverso di essa, che procura non risposte, ma ulteriori e un po’ frustranti domande (“ where is my self-control?”, dov’è il mio auto-controllo?). Elementare, se vogliamo; ma decisamente accattivante e strumentale per il fine ultimo dell’ampliare il bacino di ascoltatori.
Rosso e Blu le tinte dominanti delle luci del palco, dal design dall’intento minimalista con risultati fin troppo scarni. Satelliti solitari che si ignorano, si proiettano alle spalle della band, li avvolgono come nebbia malinconica, ne fanno figurine aliene sul palco, come loro sembrano continuare a sentirsi, al di là del popolar consenso.
L’impressione generale, vista dalla mia postazione privilegiata, è che la voglia di riempire con personalità e carattere l’arena ci sia tutta, ma che questo slancio verso nuovi orizzonti abbia un po’ nociuto al “weight” della band, dei suoi contenuti.

La nevicata improvvisa di coriandoli argentati sul finale, che fluttuano come farfalle stanche sui volti incantati del pubblico, tutto con il naso all’insù, calano il sipario su uno spettacolo apprezzabile nelle intenzioni, ma trascurato nei dettagli. Seppur scenografici, scadono infatti nel già visto, fanno un po’ capodanno triste e mi allontanano violentemente dal mood serioso dei contenuti dell’album. Saranno forse metafora del tentativo di rompere la crisalide e spiccare il volo verso palchi più grandi, pubblici più numerosi ma, forse, non più tanto selettivi.. non sempre questo è un male, anzi: accontentare vasti pubblici e critica è una impresa riuscita a pochi nomi nella storia. Probabilmente, col quinto album…

Comunque, tendete le orecchie quando passeggiate in giro… Ci son nuove canzoni canticchiabili sotto la doccia (sicuramente, sotto la mia):
“You’ve gotta learn to be thankful,
for the things that you have”
( Devi imparare ad esser grato, per le cose che possiedi)…