Electroadda

Electroadda5

Lo stereotipo per chi vive sotto il Po vuole che la zona attorno a Milano sia una terra percorsa solo dal cemento, coperta di capannoni e trafitta di treni per i pendolari che lavorano in città. La verità è che ci sono anche bellissimi laghi e montagne verdi, soprattutto nella Brianza, ed è proprio in questa terra di provincia – quella di Monza e di tanti piccoli centri – che gli Electroadda si incontravano per diversi anni in una sala prove per suonare insieme un rock strumentale.

Finchè, il duo brianzolo di chitarra e batteria composto da Carlo Frigerio e Leonardo Ronchi, si è stancato di “jammare”, ha deciso di aprire la porta verso il mondo esterno. Sono sempre rimasti in due i volti dietro agli Electroadda, ma hanno aggiunto parti cantate, basi di elettronica e hanno iniziato a fare concerti.

Il primo EP omonimo, esce proprio quest’anno. Otto brani piuttosto diversi tra loro, tra il rock psichedelico, brani orecchiabili con parti di sintetizzatore e un rock molto più classico e tradizionale. La ragione di questa miscela è che il primo disco della band, autoprodotto, è composto da canzoni scritte in anni diversi. Questo disorienta un po’ l’ascoltatore e rischia di far sembrare L’EP come una raccolta o come un singolo con un lato B.

Ed è proprio il singolo A Better Life forse il brano più riuscito. La canzone più britannica, allegra e da positive vibes. Un brano che non ha nulla a che invidiare a band contemporanee come MGMT o Temples. Poi però il synth e il ritornello del primo brano lasciano spazio ai riffs più standard blues e rock ’n’ roll di Star Girl.

Proprio “Star Girl” potrebbe benissimo essere corredato da un video con motociclisti dalle lunghe chiome ripresi mentre bevono whisky tra una rissa e una partita a freccette. Strizza l’occhio al rock alla Cream e ha un riff di chitarra che ricorda quasi i The Knack di “My Sharona”.

“Ai-Ai-Ai-uh!”

“Rabbits’ Hill”, invece, recupera il lato elettronico della band salvo poi tornare all’uso della chitarra elettrica che rincorre la batteria in brevi assoli e una voce trascinante. Il tutto condito da alcuni effetti, come il flanger della chitarra a riprendere il sapore più psichedelico del revival degli anni 70 in musica. “Tired” è la canzone conclusiva, semplice e liberatoria, alla White Stripes, annunciata da un intro di due minuti che poco ha da invidiare all’ambient di Brian Eno e Fripp in the Evening Star.

Forse dalla prossima uscita potremmo pretendere un po’ di più, ma che dire, A Better Life è proprio una bella canzone. Quello che occorre è forse scegliere una strada, imitare i grandi classici del rock o lanciarsi verso sperimentazioni leggermente più elettroniche. Qualunque sia il sentiero che verrà preso, sicuramente il duo brianzolo raggiungerà un suono più personale e deciso.

Davide Rambaldi