Elle

Uno dei film che ha segnato la fine degli anni ’80 per il genere fantascienza è stato sicuramente “Robocop”, la storia di un uomo che diventa (in parte) robot per combattere il crimine in un futuro corrotto e plasmato dai mass media, in particolare dalla televisione, tema cardine del cinema mainstream tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90. Quello stesso regista, Paul Verhoeven, dopo film non esattamente indimenticabili torna alla ribalta con un’autentica perla.

“Elle” non ci racconta, però, la storia di un poliziotto robot, ma di una donna, Michéle Leblanc (Isabelle Huppert), dirigente di una compagnia che produce videogiochi che in un pomeriggio viene aggredita da un uomo. Noi non vediamo l’aggressione (geniale), ma la sentiamo…l’unica cosa che osserviamo sono gli occhi del gatto che assiste alla scena. Ma come reagirà Michéle a questa aggressione? Quelli che noi sentiamo, sono veramente solo urla di dolore o c’è qualcosa di diverso?

Sinceramente a memoria recente non ricordo di aver mai visto un personaggio femminile così originale e ben caratterizzato, che esca dai canonici concetti di vittima/carnefice. Non è un caso, infatti, che Verhoeven proponendo il film a Hollywood non abbia trovato alcuna attrice che volesse accettare la parte. Troppo europeo, troppo fuori dagli schemi per l’idea di donna che c’è negli Stati Uniti d’America; ecco allora la scelta della Huppert.

Dopo aver visto questa pellicola, con buona pace di Emma Stone, penso che l’Oscar dovesse essere affare solo della nativa di Parigi, una delle più grandi attrici del panorama mondiale. Il sottile filo che Verhoeven crea tra giallo, noir, erotico e dramma non sarebbe stato possibile senza la sua magnifica interpretazione. Lo script costruisce la sua ambivalenza nel rapporto stretto tra perversione, emozioni e paura (che c’è per davvero o è solo un desiderio di provarla?), senza mai però diventare troppo pesante o intellettuale.

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Se c’è un altro grandissimo merito di questo film, infatti, è quello di trattare temi anche dalla grande complessità senza perdere la sua natura più commerciale, nel senso più positivo del termine. La struttura del film e il suo sviluppo, infatti, mantengono una certa linearità e l’uso del genere thriller/noir contribuisce a rendere il tutto molto più fruibile ed intrigante.

“Elle” è stata un’autentica sorpresa, uno dei film più interessanti e originali che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. E’ fantastico vedere come un maestro del cinema come Verhoeven (l’anagrafe dice 78 anni) sia ancora in grado di mettersi in gioco ed essere così moderno e provocatorio proprio come era stato negli anni ’80 con “Robocop” o negli anni ’90 con “Basic Instinct” e “Total Recall”.

Matteo Palmieri