Enrico Palandri, Boccalone

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La mia macchina dei desideri non è sincronizzata con la macchina del lavoro, non è sincronizzata con la macchina dei biglietti dell’autobus, non è sincronizzata con la macchina sociale del giusto e dell’illegale, produce diecimila comportamenti ogni giorno, diecimila domande; sono la sola macchina di cui abbia rispetto, la sola a cui io chiedo di vivere meglio, la mia sincronizzazione è incontrollabile, la mia complementarietà, il mio innamorarmi, tutto ciò che faccio e vivo è oltre la regola, ti aspetto anche quando non verrai, e questo è estremamente irragionevole, guardo a lungo il tramonto ed il cielo, e questo mi fa venire in mente che la mia vita e la mia città mi appartengono, che non sono ospite del vostro sistema, ma che sono derubato del mio, e che questo vostro modo di morire ogni giorno, scientificamente, davanti e dentro la macchina della tristezza e della repressione, non ha possessori, ma solo posseduti, che non venderò la mia vita per un pezzo di pane, che romperò le vostre macchine, attraverserò fuori dalle strisce pedonali, inventerò la birra e l’erba, e mi lascerò inventare da loro; inventerò me stesso, inventerò anche te maria pia, come riuscirò a farlo, nel linguaggio che ancora ci appartiene che non è quello dello scambio, il desiderio non conosce scambio, conosce solo il furto ed il dono; dieci crimini al giorno, amore mio, e saremo nostri!

Enrico Palandri, Boccalone

A metà tra flusso di coscienza, autoanalisi psicologica senza filtri e paroliberismo goliardico, questo esordio letterario di Palandri ci racconta la storia di un movimento, quello studentesco del Settantasette bolognese, ma soprattutto quella di un giovane innamorato di Anna, la ragazza in salopette dalla voce sottile e scortese, e di una cultura giovanile che mescola riferimenti alti e frammenti decisamente pop: da Majakovskij a Woody Allen, passando per Torquato Tasso, Rimbaud e Lucio Dalla. Una narrazione capace in poche righe di trasformare sentimenti malinconici in una dirompente gioia di vivere, tipica di chi apprezza la vita in ogni suo aspetto e sa godere di quelle piccole cose di cui, col passare degli anni, ci si dimentica e forse ci si vergogna anche un po’. A cominciare dalla propria condizione di studente sognatore, ingenuo e chiacchierone, da cui il poco più che ventenne Palandri si distanzia, affermando che la sua è una “Storia vera piena di bugie”. Un modo forse per affermare una crescita individuale e rielaborare con apparente distacco uno dei periodi più creativi della storia italiana.

Alberto Giusti

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