Eterna giovinezza, da Biancaneve a The Neon Demon

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“Quant’è bella giovinezza, che si fugge tuttavia!” scriveva il Magnifico Lorenzo, che nel ‘400 aveva già percepito il male perpetuo del mondo contemporaneo. C’è chi la chiama “sindrome di Peter Pan”, chi invece più prosaicamente “paura di invecchiare”, ma siamo sempre lì: tutti, volenti o nolenti, siamo terrorizzati dagli anni che passano. E il cinema, alla veneranda età di 120 anni, sembra farsi beffe di questo timore tutto umano, troppo umano.
L’ossessione della giovinezza è un topos di tanta letteratura e di tanti film. Correva l’anno 1937 quando la Disney sfornava uno dei suoi più grandi classici, il primo, a dire il vero: Biancaneve e i sette nani (Snow White and the Seven Dwarfs, ndr). Da quel momento le streghe cattive avranno il naso adunco e bitorzoluto, l’occhio vitreo e saranno sempre esclusivamente vecchie e brutte. Vecchie brutte e cattive.

Specchio specchio delle mie brame, chi è la più buona del reame?

Dietro questa stregaccia, come sappiamo, si nasconde la perfida regina Grimilde, ossessionata dal proprio aspetto, che offre una mela alla povera Snow White per ucciderla. La mela, ovviamente, è il frutto del peccato, e la megera non è che Eva, la prima corruttrice nell’immaginario giudaico-cristiano. Alla fine però la Eva-regina precipita da un dirupo, morendo, e la candida fanciulla ha la meglio, portandosi pure a casa il principe azzurro. Quello di Disney non è un paese per vecchi, sembrerebbe.

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Per disegnare le movenze leggiadre della fanciulla gli autori si servirono del rotoscope, un dispositivo che consentiva di ricalcare le immagini effettuate durante le riprese, filmando una ballerina sedicenne, Marjorie Belcher. Mentre per l’arcigna regina, Disney si ispirò in parte alla statua di Uta di Naumburg, un’opera romanica del XIII secolo che rende omaggio alla gelida bellezza della nobildonna sassone, in parte all’attrice Helen Gahagan, che due anni prima aveva interpretato la protagonista nel film La donna eterna (She, Irving Pichel, Lansing C. Holden, 1935). Il film racconta la storia di una sovrana in possesso della fiamma eterna in grado di garantire una giovinezza incorruttibile.

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Com’è noto, però, la favola originale dei fratelli Grimm era leggermente diversa. Abbiamo sempre uno specchio e, di fronte a questo, c’è una donna matura, in preda al panico per i primi capelli bianchi. Ma non è lei ad avvelenare la fanciulla. L’ingrato compito viene affidato a un cacciatore, che dovrà riportare alla regina il fegato e i polmoni della ragazza, o, in altre versioni, il cuore. E per fare che? Per mangiarseli.

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Grimilde_Disney

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Che le favole originali, scritte tra il 1812 e il 1822, non fossero proprio rose e fiori, lo si sapeva. La fabbrica di sogni hollywoodiana non poteva che edulcorare l’anima gore e anche un po’ splatter della tradizione popolare. Nel frattempo tuttavia, al cinema, il mito della bellezza senza tempo ha continuato a proliferare indisturbato. E quando finalmente, alla soglia degli anni ’90, l’indole narcisistica della società dell’immagine è tornata alle luci della ribalta, la settima arte ha colto il bisturi al balzo, impiantando su pellicola il mito dell’eterna giovinezza al silicone.
Sarà un regista cult dei nineties a volgere la fiaba di Biancaneve in chiave postmoderna. Perché “La morte ti fa bella” (Death becomes her, ndr) è, in fin dei conti, proprio questo: una satira tragicomica dove si mettono alla berlina vizi e stravizi al botulino e si ride della morte, perché that’s Hollywood, baby.

Nel 1992, l’anno in cui la Food and Drug Administration decide di vietare l’uso delle protesi al silicone per la mastoplastica additiva, dal momento che, dopo 30 anni di utilizzo, a qualcuno era venuto in mente che forse forse ci voleva qualche studio clinico che attestasse l’efficacia e la tollerabilità delle stesse.
Helen (Goldie Hawn), una pennivendola da quattro soldi, ha giurato vendetta a Madeline (Meryl Streep), un’attricetta che le ha portato via il fidanzatino Ernest (un Bruce Willis magnificamente imborghesito e rammollito). Quest’ultimo di mestiere fa, manco a dirlo, il chirurgo plastico. Ma la sua carriera va a rotoli insieme al matrimonio con Madeline, e l’uomo si ritroverà a truccare i cadaveri dei vip (tenete a mente questo dettaglio).
Zemeckis, autore dall’animo pop, abile nel far scivolare personaggi dai tratti marcatamente camp in situazioni a dir poco grottesche (Chi ha incastrato Roger Rabbit, 1988) mette in scena una Streep iper-plastificata, per cui un “madam, you’re younger everyday!” è l’unico complimento che può far apparire un accenno di sorriso tra chili e chili di botox. La disputa per l’eterna giovinezza non è mai sopita, e le due donne finiranno entrambe nelle grinfie di Lisle, una versione mefistofelica di Isabella Rossellini; Lisle offre loro un Elisir di lunga vita, per cui, una volta morte, continueranno ad avere il corpo che avevano al momento in cui hanno assunto la pozione. Gli effetti, com’è prevedibile, saranno disastrosi: Helen e Sarah perdono pezzi come calcinacci visto che Ernest ha scelto di rinunciare all’Elisir.

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Facciamo passare ancora qualche anno. Ventitré, per la precisione, ed ecco che il mito dell’eterna giovinezza ritorna in un abito ancora più nuovo e scintillante. Ed è proprio il termine giusto, se si vuole descrivere l’aura glitter e patinata di The Neon Demon (Nicolas Winding Refn, 2016). NWR, come si firma nei suoi film (e che, come molti malignano, vuole emulare la sigla di un altro esteta, Yves Saint Laurent) ha lavorato molto nella moda, firmando spot e campagne per marchi come Gucci, Lincoln, H&M e Hennessy, e decide quindi di tradurre l’ossessione per la bellezza nello spietato fashion system.

Jesse (un’eterea Elle Fanning), innocente ragazzina di periferia, arriva a Los Angeles per coronare il suo sogno di fare la modella. Quello che non sa è che verrà ben presto circondata da famelici predatori che aspettano solo di appropriarsi del suo candore virginale. Il gioco cacciatore-preda è costantemente presente nel film. Da un lato, c’è una forte componente ferina: animali vivi, come il puma che le si infila tra le coperte nottetempo, e animali impagliati, macabri trofei della villa in cui viene ospitata. Dall’altro, questa povera ragazza deve continuamente difendersi dagli assalti di qualcuno, che si tratti del portiere del motel con istinti degni dell’ Humbert Humbert nabokoviano (l’inselvatichito Keanu Reeves), dell’affamata mannequin a cui ha soffiato il posto (la vera top-model Abbey Lee), o della misteriosa make-up artist che la brama, Ruby (Jena Malone).

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In un’umanità dominata dagli istinti primari, alimentazione e riproduzione (“dicono che le donne comprino un rossetto se il suo nome è legato al cibo o al sesso” si dice a un certo punto), la giovane Jesse non potrà che farsi coinvolgere nel meccanismo perverso e narcisistico della passerella, dando voce al suo demon interiore. E sarà il passo falso che la porterà dritta dritta nelle fauci del sistema. A ingannarla sarà proprio la sua (finta) mentore Ruby, che come secondo mestiere fa… indovinate un po’? La truccatrice di cadaveri, ebbene sì. L’amore per la bellezza è tale da indurre a mangiarsela. Letteralmente.

Un film dalla trama sottile, esangue come la schiera di modelle che lo abitano, o meglio, che lo infestano come fantasmi. Ma una sceneggiatura troppo articolata non serve, perché Refn sa far parlare le immagini meglio di chiunque altro. The Neon Demon è una continua produzione di immagini: inquadrature ieratiche e languide panoramiche su colori saturi e accesi, accompagnate dai synth elettropop di Cliff Martinez, giunto alla sua terza collaborazione col regista danese, dopo Drive (2011) e Solo dio perdona (2013). Suoni e colori in un mix esplosivo, in grado di generare attrazione e repulsione come pochi altri sanno fare. Lo sguardo dello spettatore viene soggiogato dall’inizio alla fine, in un susseguirsi di sequenze ipnotiche ed estetizzanti somministrate a piccole dosi attraverso lo schermo. L’ossessione per la giovinezza può uccidere, anche se è una morale difficile da digerire. Come lo stesso film.

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Jesse, la novella Biancaneve tra i riflettori di Los Angeles che con il suo corpo diventa l’elisir da sempre agognato, il sacro Graal, la pietra filosofale in grado di donare la vita eterna. La Fanning ha sicuramente il volto adatto a questo ruolo: appena due anni fa infatti era l’Aurora dalle guance di porcellana nel remake del grande classico, Maleficent (Robert Stromberg, 2014) Non solo: al momento in cui sono iniziate le riprese di The Neon Demon aveva 16 anni, proprio come la ballerina modella di Disney. Marjorie, ora, ha la bellezza di 96 anni, portati benissimo, tra l’altro. Perciò, lunga vita a Biancaneve!

Linda Magnoni